I demoni di Giorgia Meloni e i tre temi possibili per ripartire

Il rinculo della magistratura, le burocrazie immobili, la rigidità dell’Ue sul deficit, i tassi della Bce, l’Ilva, gli industriali, Trump e le università. Tutti gli ostacoli tra il voto e il governo 

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2 APR 26
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© foto Ansa

Potremmo chiamarli i demoni di Giorgia Meloni e i demoni in fondo sono questi: tutti gli ostacoli che tengono il presidente del Consiglio lontano da una scelta che pure si sta facendo strada all’interno della maggioranza di governo. In due parole: votare subito, il prima possibile, giusto il tempo di dare la possibilità all’esecutivo di diventare il più longevo della storia repubblicana, cosa che accadrà a settembre. I demoni, per Giorgia Meloni, sono tutti i dubbi, le domande, i problemi che si trovano sulla sua strada e che danno l’idea di un accerchiamento, nel peggiore dei casi, o di una strada accidentata, nel migliore dei casi. Votare subito, oggi, non è possibile, perché c’è una guerra in corso, perché la crisi generata dal conflitto in Iran impone responsabilità, perché il presidente del Consiglio, che ha costruito il suo profilo di credibilità per essersi comportato al governo diversamente da come si comportò Salvini all’apice dei suoi consensi, vuole evitare di ritrovarsi addosso l’accusa di voler organizzare un piccolo Papeete, una discesa negli inferi della campagna elettorale per chiedere i pieni poteri dopo la batosta referendaria. Comprensibile. Non diventare come Salvini, per Meloni, è un tema importante, e si capisce la necessità. Capire quali sono gli altri demoni che andranno affrontati, in caso di rinuncia al voto anticipato, è altrettanto utile. Il primo demone, naturalmente, riguarda il rinculo della magistratura, per così dire, e per rinculo non si intende la possibilità che vi sia qualche indagine birichina, ma si intende una possibilità per nulla remota: la trasformazione della vittoria del No in una legittimazione delle esondazioni delle procure. Legittimare l’esondazione delle procure, esondazioni già forti con un governo stabile e che, a fronte di una maggioranza più debole, avrebbero un effetto ancora più disarmante, significa rischiare di trovare sempre maggiori difficoltà su alcune partite importanti. Partite industriali come la tutela dell’Ilva, e per quanti errori possa aver commesso il governo su Taranto, avere una magistratura in grado di intervenire in modo discrezionale sull’ex Ilva non è un fattore di attrattività per eventuali investitori. 
Partite più politiche, come quelle che riguardano il contrasto all’immigrazione illegale, e per quanto il modello albanese sia tutto tranne che un modello, avere tribunali che pretendono di definire in modo discrezionale quali siano i confini con cui un governo possa muovere le leve delle politiche migratorie potrebbe diventare sempre più un problema per il governo Meloni. L’esondazione inevitabile delle procure e dei tribunali può essere per la premier il fotogramma di un film più complicato che riguarda la presenza in crescita nel paese di pezzi dell’apparato pubblico e privato e associativo divenuti ostili alla maggioranza di centrodestra. In questo film si trovano alcuni magistrati della Corte dei conti, i più intransigenti con il governo. In questo film si trovano anche alcuni pezzi residui della finanza milanese rimasti scottati dall’operazione Mps/Mediobanca. In questo film si trovano anche alcune università italiane, come la Bocconi, i cui docenti da mesi, fuori e dentro Milano, hanno iniziato a diffondere scetticismo nei confronti del governo. In questo film si trovano anche gli imprenditori che si riconoscono in Confindustria, che hanno scaricato contro il governo raffiche di critiche, non solo contro il ministro Urso ma anche contro il ministro Giorgetti, per i soldi promessi e poi fatti sparire sull’iper ammortamento. In questo film, però, tra i possibili ostacoli sulla strada del governo, ci sono anche altre realtà meno scontate. C’è Donald Trump, naturalmente, la cui radioattività è diventata un tema delicato per il governo Meloni non solo per tutto ciò che sta accadendo in Iran, e che sta costringendo la maggioranza a dover dirottare i pochi soldi a disposizione per la ripartenza del governo per il caro energia, ma anche per tutto ciò che significa oggi per un elettore di centrodestra essere considerati a rimorchio di Trump, e la necessità di differenziarsi dal presidente americano diventerà sempre più un tema di attualità per il governo Meloni.
Sigonella arriva dopo l’Afghanistan, l’Afghanistan arriva dopo la Groenlandia, la Groenlandia arriva dopo i dazi, ma Meloni per quanto possa distanziarsi da Trump vede nel rapporto con il presidente americano una leva importante da utilizzare un domani qualora per l’Europa dovesse mettersi particolarmente male la partita della difesa dell’Ucraina. Ma oltre a Donald Trump, e agli impegni sulla Nato che il governo ha assunto e che sono stati rispettati nel 2025 e che chissà che fine faranno quest’anno, ci sono altre due partite delicate che Meloni proverà a giocare in Europa. Due partite e altri due demoni. Il primo demone riguarda la Bce: fino a quando il governo italiano riuscirà ad astenersi dal criticare la Banca centrale europea per voler alzare i tassi in un momento di crisi come quella attuale? Il secondo demone riguarda l’Unione europea: fino a quando il governo italiano riuscirà ad astenersi dal criticare l’Unione europea per la scelta di non concedere ai paesi membri di poter sforare il deficit, come fu per il Covid, per poter dare un sostegno economico ai cittadini più in difficoltà? I demoni di Meloni coincidono con le domande di fronte alle quali si trova la premier oggi, e tra quei demoni naturalmente non può che esserci qualche domanda legittima rispetto a ciò che potrebbero fare i propri alleati qualora il presidente del Consiglio decidesse di andare a votare prima del dovuto; tutti sarebbero d’accordo o qualcuno sarebbe pronto a tradire, a prendere tempo, a fare scelte tecniche, spinto dalla cosiddetta responsabilità?
Prendere tempo, senza perdere tempo, significa avere degli obiettivi ambiziosi, più ambiziosi del passare alla storia per la durata, e gli unici due obiettivi spendibili politicamente, più ancora della Zes unica, non possono che essere i seguenti. Provare a salvare Ilva, perché difficilmente Meloni vorrà passare alla storia come il capo di governo che ha reso possibile la chiusura della più grande acciaieria d’Europa, è una di quelle strade, e qualche coniglio dal cilindro potrebbe esserci. Provare a intervenire sui salari, sia intervenendo sul cuneo fiscale sia ragionando su un’apertura da dare all’opposizione sul salario minimo, potrebbe essere un’altra strada. Provare a dare un segnale sulle liste d’attesa, nella consapevolezza che le paure sulla sanità sono in cima alle preoccupazioni degli elettori di destra e di sinistra. I demoni di Meloni sono molti, tra nemici immaginari e nemici reali, ostacoli veri e presunti, ma la sfida dei prossimi giorni in fondo sarà questa: riuscire ad arrivare al 9 aprile, in Aula, con una nuova agenda, di pochi punti, da poter declinare, al netto degli interventi necessari per tamponare la crisi generata dal conflitto in Iran, dando al governo un senso per andare avanti, senza escludere di poter rompere le righe da un momento all’altro. Il tentativo di non tirare a campare, per provare a governare, ci sarà. Ma i demoni veri, e anche quelli presunti, saranno lì a lungo di fronte allo sguardo della premier, e per chissà quanto tempo le suggeriranno di considerare fino all’ultimo se tirare a campare è meglio che tirare le fila e andare a votare.