Potremmo chiamarli i demoni di
Giorgia Meloni e i demoni in fondo sono questi: tutti gli ostacoli che tengono il presidente del Consiglio lontano da una scelta che pure si sta facendo strada all’interno della maggioranza di governo.
In due parole: votare subito, il prima possibile, giusto il tempo di dare la possibilità all’esecutivo di diventare il più longevo della storia repubblicana, cosa che accadrà a settembre. I demoni, per Giorgia Meloni, sono tutti i dubbi, le domande, i problemi che si trovano sulla sua strada e che danno l’idea di un accerchiamento, nel peggiore dei casi, o di una strada accidentata, nel migliore dei casi. Votare subito, oggi, non è possibile, perché c’è una guerra in corso, perché la crisi generata dal conflitto in Iran impone responsabilità, perché il presidente del Consiglio, che ha costruito il suo profilo di credibilità per essersi comportato al governo diversamente da come si comportò Salvini all’apice dei suoi consensi, vuole evitare di ritrovarsi addosso l’accusa di voler organizzare un piccolo Papeete, una discesa negli inferi della campagna elettorale per chiedere i pieni poteri dopo la batosta referendaria. Comprensibile. Non diventare come Salvini, per Meloni, è un tema importante, e si capisce la necessità. Capire quali sono gli altri demoni che andranno affrontati, in caso di rinuncia al voto anticipato, è altrettanto utile.
Il primo demone, naturalmente, riguarda il rinculo della magistratura, per così dire, e per rinculo non si intende la possibilità che vi sia qualche indagine birichina, ma si intende una possibilità per nulla remota: la trasformazione della vittoria del No in una legittimazione delle esondazioni delle procure. Legittimare l’esondazione delle procure, esondazioni già forti con un governo stabile e che, a fronte di una maggioranza più debole, avrebbero un effetto ancora più disarmante, significa rischiare di trovare sempre maggiori difficoltà su alcune partite importanti. Partite industriali come la tutela dell’Ilva, e per quanti errori possa aver commesso il governo su Taranto, avere una magistratura in grado di intervenire in modo discrezionale sull’ex Ilva non è un fattore di attrattività per eventuali investitori.