Meloni e la ruota: isola Urso, teme il rimpasto (e Salvini). L’ossessione record

Vuole sostituire Urso, ma la preoccupano gli appetiti di Salvini che chiederebbe il Viminale. Via all'emendaento di FdI sulle preferenze per compattare gli alleati sulla legge elettorale. Giorgetti e Meloni chiedono alla Ue di allentare le regole sul Patto di stabilità

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31 MAR 26
Immagine di Meloni e la ruota: isola Urso, teme il rimpasto (e Salvini). L’ossessione record

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Camera (foto Mauro Scrobogna / LaPresse)

Ora vogliono la pelle dell’Urso. La chiedono gli industriali, la reclama FdI, la desidera Meloni per rifare la pelliccia al governo. L’ultima posizione di Meloni-Tajani-Salvini è allungare, anziché anticipare: arrivare fino alla fine. Cinque anni pieni e confidare nel mondo che cambia, nella revisione del Patto di stabilità, puntare al record del record di durata. Se non sono teste che cadono, sono nomi che rotolano: ministri, ad. Si sporcano i curricula degli ad delle partecipate di stato, che devono essere rinnovate, si usa la velina perché “all’Enel e a Leonardo potrebbe esserci un cambio… mentre alla Gdf questa volta è il turno di …”. La legge elettorale è destinata a perdere le preferenze e il vuoto a essere riempito con l’acrobazia, come quella di Zaia al posto di Urso. 
Raccontano che il capo degli industriali, Emanuele Orsini, che non ha mai usato i toni che usa in queste ore, abbia lasciato intendere a FdI che non si ferma, che polemizzerà finché c’è Urso, che a dire il vero “è in volo”, in ogni senso. Ieri mattina sui telefoni è apparsa la nota del ministero dello Sviluppo economico, anzi, delle Imprese e del Made in Italy, che annunciava “Urso in volo verso Washington per una missione istituzionale di due giorni su spazio e Ia”. Ha un’agenda così fitta da compilare anche quella del suo collega Giorgetti. Da quando un ministro dello Sviluppo Economico convoca un tavolo di confronto con le associazioni nazionali d’impresa, scrivendo “d’intesa con il ministro dell’Economia”? E’ sicuro che il primo aprile (e il giorno è già da pesce) non rischia di restare solo al tavolo? Ieri Giorgetti ha avuto un colloquio con Meloni per parlare di energia, e sono allineati, mentre da oggi in avanti ci sono colloqui per fare il punto sulle partecipate di stato, il porto dove tutti vogliono arenarsi. Meloni e Giorgetti puntano sull’Europa: o allenta le norme e si risponde con misure mirate altrimenti il rischio è l’apocalisse. Il grado di confusione è tale che il nome di Zaia circola da giorni, in libertà, e fa la fortuna della Lega, che si vanta: “Noi abbiamo una classe dirigente di valore. Zaia? Non si chiama un Maradona per giocare una partita fra scapoli e ammogliati”. Fratelli d’Italia in tutti i modi spiega che “non si cede un ministero alla Lega, facendo infuriare anche Forza Italia. A chi giova?”. In Veneto i vecchi con il grembiule, ai torni, rispondono: “Togliete Urso all’industria per metterlo alla guida della prima industria veneta? Te si fora?”. Giorgetti quando sente questa fantasia replica: “Che ce ne facciamo di quel ministero, oggi che non ci sono soldi?”. Non si vedono parlamentari alla Camera, a eccezione di Giovanni Donzelli che ripete: “Non si vota” e poi, con il sorriso di chi sa dosare la malizia: “Io al governo, per il rimpasto? Ma se devo fare campagna elettorale!”. Non hanno avuto indicazioni da Meloni. Nessuno. Attendono. Tajani, povero Cristo, deve essere ricevuto da Marina Berlusconi, a Milano, che intanto prende il tè con Occhiuto e Cirio. Oggi la Cavaliera dovrebbe fare sintesi su Forza Italia con il fratello Pier Silvio. Gianni Letta ha già piani per i prossimi cinque governi e la Cavaliera, in attesa di leggere Operazione Shylock di Roth, ripubblicato da Adelphi, si diletta al gioco Indovina chi cambio ora? Stanno proponendo a Paolo Barelli, il capogruppo di FI e caposuocero di Tajani, di scambiarsi teneramente la casella con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, solo che a quel punto Tajani teme di essere un mezzo Tajani e Mulè un segretario intero. Pensare che sembrava tutto in discesa, facile. Tajani, che ogni domenica aveva una pagina garantita sui quotidiani, deve fare i conti con il fascino che Marina esercita sui direttori e Meloni farli con questa legge elettorale. C’è l’idea di abbandonare per sempre le preferenze, di non presentare l’emendamento a firma FdI, per ripristinarle, in modo da rafforzare il patto con Lega e Forza Italia. Secondo il calendario di governo l’esame della legge elettorale si potrebbe concludere entro aprile, alla Camera, e a maggio al Senato. Significa andare oltre le amministrative della primavera, arrivare alla fine della legislatura, superare le amministrative che sono il trampolino del centrosinistra. Si dice a Palazzo Chigi che se non finisce “la guerra, e presto, l’emergenza sarà brutta, brutta. Ci serve tempo”. In FdI, chi fa le analisi, nota che anche Vance sta prendendo le distanze da Netanyahu, che Trump si è “pentito di questa guerra in Iran”. In un momento di rabbia, dopo il referendum, Meloni, ed era uno sfogo, voleva la testa di almeno sei ministri. Eppure c’è ancora qualcosa che non le permette di pronunciare la parola balsamo: rimpasto. Non lo vuole perché pensano gli alleati, “è ossessionata dal record di governo più longevo”. Ma per battere Berlusconi mancano ancora cinque mesi. Salvini, durante la segreteria politica della Lega, ieri, a via Bellerio (Giorgetti collegato, Valditara e Zaia in presenza) si è permesso il lusso dell’amico, al punto da mandare a dire a Meloni: “Piena fiducia in Meloni e nella sua squadra”. Garantisce che non vuole il rimpasto. Se dovesse esserci, la Lega non potrà che chiedere una testa e Meloni difficilmente rifiutarla: è la testa di Piantedosi. Il rimpasto sarebbe il lievito di Salvini.