(foto LaPresse)

Da Parigi

Meloni e Macron, capirsi soltanto un po': scene da un colloquio

Simone Canettieri

Sono due mondi costretti a collaborare: il gioco è riconoscersi nelle diversità senza dimenticare il passato. Ma alla fine hanno tenuto a rimarcare le differenze più che i contatti: dal Patto di stabilità ai flussi migratori. E all’Expo 2030

Parigi, dal nostro inviato. Lei parla dieci minuti, lui sei. Lei lo ascolta e annuisce diverse volte, almeno cinque. E mette su uno sguardo di severa approvazione quando il padrone di casa parla del comune sistema di difesa antiaereo, Samp/t, che finalmente vede la luce in Ucraina, battaglia che li unisce. Giorgia Meloni al massimo piega il collo, mantenendo il busto sempre dritto davanti al leggio. Non sorride la premier. Mai. Gioca con una penna nella mano destra. Al suo fianco ha Emmanuel Macron, simbolo di tutto ciò che ha sempre combattuto e che l’ha portata a Palazzo Chigi. In questa saletta dagli stucchi dorati, già macelleria ai tempi della Rivoluzione francese, va in scena la ferma affermazione di due mondi costretti a collaborare.

 

Il presidente francese ascolta le dichiarazioni della presidente del Consiglio italiano, che sembrano non finire mai, con ipnotica gravitas. Guai a una smorfia di approvazione. In più di un’occasione Macron fa una torsione totale del corpo. Aggrotta le sopracciglia in un moto di turbata concentrazione. La premier si dilunga, le domande non sono ammesse. Sotto la patina del sospetto c’è un reciproco riconoscimento: l’educazione e il revanscismo dell’ospite, i timori e l’orgoglio del capo dell’Eliseo. Meloni è vestita con scarpe Valentino, camicia, pantaloni (forse troppo corti), giacca lunga ton sur ton color sabbia. I due carissimi nemici stanno qui per questa ostensione delle loro diversità prima di chiudersi in un bilaterale che durerà un’ora e quaranta minuti. Quanto basta per mandare in tilt il programma alla nostra ambasciata dove sarebbe prevista una festa per la candidatura di Roma all’Expo 2030, motivo primario che ha portato Meloni qui (Il Monde l’ha accolta con un pezzo che racconta come la destra italiana stia investendo nella cultura, con le voci di Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco). Siccome il gioco è riconoscersi nelle diversità senza dimenticare il passato. La premier chiude dicendo che “da oggi si potrà fare di più e meglio”, mentre Macron non dimentica “le controversie, ma sempre nel rispetto”. Scava scava, Italia e Francia sono divise sui migranti. Il presidente francese ricorda “il patto” firmato con “i suoi predecessori” nel giusto equilibrio “di responsabilità e solidarietà fra tutti i paesi”.

 

Meloni usa il verbo “stroncare” per parlare della rete dei trafficanti e sostiene che è inutile parlare di movimenti primari e secondari se i confini dell’Europa, e dunque quelli dell’Italia, non diventano un affare comune di Bruxelles. In questo passaggio c’è la diversa concezione che divide i due protagonisti, per nulla intimoriti l’uno dall’altro, nonostante l’ego ipertrofico. Di questo aspetto se ne parlerà al prossimo Consiglio europeo di fine mese. Ma insomma, Emmanuel e Giorgia, l’Ena contro la scuola della Garbatella, hanno tenuto a rimarcare le differenze più che i punti di contatto. Che magari si possono trovare su tanti dossier. Primo fra tutti quello che riguarda il Patto di stabilità, sui cui durante le dichiarazioni, entrambi annuiscono. Anche sulla questione tunisina c’è una piccola gara. Meloni rivendica lo sforzo dell’Italia sui paesi terzi, Macron non sembra voler cedere spazi di manovra all’Italia sulle ex colonie francesi. Non a caso Francia e Germania l’altro giorno si sono presentate a Tunisi con i ministri dell’Interno senza invitare il nostro Matteo Piantedosi. Dettagli e sospetti. Come quelli che dividono senza giri di parole Roma e Parigi sull’Expo 2030.

 

Meloni prima di arrivare all’Eliseo ha spinto la candidatura della capitale italiana in vista del voto decisivo di novembre. La premier nel suo intervento è diventata subito “Giorgia capoccia”: una spremuta di romanità, al di là del ruolo. Ecco le sue parole, ascoltate dal sindaco Roberto Gualtieri e dal governatore del Lazio Francesco Rocca: “È la città universale per eccellenza, la prima megalopoli della storia, che ha vissuto e continua a vivere rigenerandosi costantemente, Roma come la capitale del dialogo tra le grandi religioni monoteiste; che ospita dozzine di organizzazioni internazionali; una città globale e lo è stata per migliaia di anni”. Seguiranno i daje e i continui richiami alla storia: “Facciamo la storia!”. Macron, come si sa, fa invece il tifo per Riad ed è l’unico leader europeo a sposare la causa dei sauditi. La sfida è con loro, poi c’è Busan, e quindi la Corea del sud. Reduce dal lungo bilaterale Meloni si presenta all’ambasciata italiana in rue de Varenne. C’è curiosità per l’incontro. La premier dice di non aver parlato con Macron del dossier Vivendi-Mediaset, ma magari capiterà l’occasione. In generale la leader della destra, che qui aspetta di posizionarsi in vista delle europee, usa la modalità statista: “Con Macron abbiamo avuto molti punti di convergenza e sintonia sulle vedute”. Siccome bisogna dissimulare perché Colle Oppio ormai è un feticcio e Palazzo Chigi è la realtà, la presidente del Consiglio riduce a piccoli dissidi gli scontri di questi ultimi setti mesi. Dice di aver parlato più che altro  della Torino-Lione, e cioè della Tav, e soprattutto dei migranti. Si aspetta che ora ci sia una reazione vera della Ue sui migranti. È soddisfatta mentre si aggira in ambasciata. E tutti la salutano e la riveriscono. Giorgia, un brindisi?

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia. Ha vinto anche il premio Guidarello 2023 per il giornalismo d'autore.