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Il gioco delle coppie improbabili che deciderà il prossimo presidente della Repubblica

Claudio Cerasa

Per orientarsi nel marasma del dopo Mattarella bisogna studiare come si muovono le coppie di fatto della politica italiana. Alla fine, Draghi al Colle risolverebbe molti problemi a tutti

Immaginiamo di vederla da un altro punto di vista, da un punto di vista un po’ meno politicistico e forse un po’ più umano, e di inquadrarla come se fosse, quella del Quirinale, una partita legata non alla volontà di un singolo, ovvero di un solo candidato, ma alla volontà di una serie di coppie più o meno spettacolari che bene o male andranno a dominare i giochi della politica delle prossime settimane.

La sfida del Quirinale si può raccontare seguendo piste molte diverse l’una dall’altra, ma quella forse più importante da mettere a fuoco in queste ore riguarda un tema che non può non essere considerato essenziale all’interno di un Parlamento dominato da partiti a vocazione minoritaria e da coalizioni numericamente non autosufficienti. Capire quali sono i giochi di coppia del romanzo Quirinale, perdendo anche qualche minuto per comprendere quali sono le scappatelle possibili di alcuni leader, è essenziale per provare a orientarsi nel marasma del dopo Mattarella. E per orientarsi, oggi, occorre studiare due aspetti: quali sono le coppie più o meno improbabili che incrociano già le proprie strade e quali sono le coppie che pur essendo costrette a incrociare le proprie strade ancora scelgono di tenerle separate.

 

La prima coppia di fatto presente nella nostra House of Colle è ovviamente quella debole ma prepotente nata settimane fa su un asse anomalo formato da Giorgia Meloni ed Enrico Letta: entrambi sanno di arrivare alla partita quirinalizia con meno cartucce di quelle che vorrebbero giocare (Pd e FdI, insieme, hanno il 40 per cento dei sondaggi, ma in Parlamento, insieme, hanno circa il 21 per cento dei gruppi parlamentari) ed entrambi anche per questa ragione stanno provando con discrezione a intestarsi la carta più semplice di questa partita: la candidatura di Mario Draghi. Un po’ perché intestarsi una carta potenzialmente vincente può far sempre comodo, un po’ perché sia Meloni sia Letta sotto sotto sperano in futuro di avere qualche possibilità in più di andare a Palazzo Chigi senza l’ombra di Mario Draghi a incombere, un po’ perché né Letta né Meloni sembrano essere particolarmente preoccupati dalla possibilità che un Draghi al Quirinale possa accorciare la vita della legislatura.

La seconda coppia di fatto che si indovina ormai da mesi all’interno di questa legislatura è quella formata da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi i cui partiti ormai si muovono da mesi, più o meno dal giorno in cui la Lega è entrata al governo, come se fossero parte di un’unica federazione. Salvini, prima della candidatura di Berlusconi, tifava per vedere Draghi al Quirinale, ma una volta formalizzata la candidatura di Berlusconi ha scelto di cambiare atteggiamento e al momento, al di fuori della candidatura del Cav., il leader della Lega non sembra avere chiaro cosa fare del suo pacchetto di voti in Parlamento (i gruppi della Lega, da soli, valgono circa il 20 per cento dei grandi elettori).

Una coppia solida, che si aggiunge ai grandi elettori di Mario Draghi, è invece quella formata da Luigi Di Maio e da Giancarlo Giorgetti, che per ragioni diverse hanno delle posizioni sul Quirinale che divergono da quelle dei propri leader: Di Maio auspica di vedere Draghi al Quirinale forte della consapevolezza che avere un Draghi al Quirinale significherebbe indebolire la leadership di Conte, il quale ha fatto capire in ogni modo di non volere traslocare il premier sul Colle, mentre Giorgetti invece auspica, come i governatori della Lega, di vedere Draghi al Quirinale per far fare alla Lega quel passo in avanti, nella stagione della post impresentabilità, che alla Lega salviniana ancora manca.

Giorgetti e Di Maio, come Letta e Meloni e come Salvini e Berlusconi, sono una delle coppie di fatto forse più interessanti dell’attuale stagione politica, ma non lo sono meno di un’altra coppia di fatto importante che sta emergendo all’interno del Parlamento che è quella formata da Matteo Renzi e Luigi Brugnaro che, triangolando anche con Giovanni Toti e con alcuni parlamentari del gruppo Misto, hanno di fatto già dato vita a una federazione formata da circa 100 grandi elettori tra deputati e senatori, e che si presenta sui nastri di partenza della corsa del Quirinale come il quinto gruppo più pesante della legislatura dopo il M5s, la Lega, il Pd e Forza Italia. E la capacità degli altri gruppi parlamentari di accoppiarsi con la federazione renzian-brugnariana diventerà a partire dalla quarta votazione, se mai ci si arriverà, decisiva per decidere il futuro del dopo Mattarella, considerando il fatto che dalla quarta votazione, lo sapete, serviranno 505 voti per essere eletti, il centrodestra, da solo, oggi di voti ne ha 460 (ragione per cui Mario Draghi se non verrà eletto subito, alle prime tre votazioni, difficilmente riuscirà a sottrarsi al suq dei grandi elettori che si aprirà dalla quarta votazione in poi, dopo la quale tutto sarà possibile).

 

Accanto alle coppie esistenti però ce ne sono alcune che risultano ancora come mancanti e quelle che prima o poi dovranno formarsi e che invece ancora non si formano sono due e sono entrambe legate alle mosse un po’ goffe portate avanti dal leader del M5s: Giuseppe Conte. E così, mentre il centrodestra si muove mostrando una certa compattezza, usando la candidatura di Berlusconi per certificare l’unità della coalizione e dimostrando che un centrodestra unito ha la capacità di poter dettare le carte sul prossimo presidente della Repubblica, il M5s non sembra avere intenzione né di costruire una candidatura unitaria con quella che fu la maggioranza giallorossa, cosa che dovrebbe essere invece naturale, né di fare un passo in avanti verso quella traiettoria suggerita da Goffredo Bettini a Giuseppe Conte sulle pagine del nostro giornale: tornare a dialogare con la Lega di Matteo Salvini per trovare un candidato unitario alternativo a Draghi, che come detto né Salvini né Conte sembrano avere al momento intenzione di mandare al Quirinale. Salvini, con Conte, condivide la linea del voler lasciare l’attuale premier al posto suo ma – a differenza di Conte – vedrebbe bene Draghi al Quirinale a condizione che la legislatura possa andare avanti senza la presenza della Lega al governo. Ma la ragione per cui Salvini non sembra avere intenzione di riallacciare i rapporti con il M5s, neppure con la parte più moderata dei grillini con cui dialoga amabilmente Giorgetti, è che nel grande gioco delle coppie il Matteo leghista da tempo, sulle partite che contano, triangola bene con il Matteo fiorentino. E se la coalizione giallorossa non si andrà a organizzare attorno a un candidato (cosa che Renzi, desideroso da tempo di disarticolare le geometrie giallorosse, sogna) e se Beppe Grillo non convincerà il M5s a trasformare Draghi nell’unico candidato unitario possibile (cosa che Grillo vorrebbe) il pallino della partita quirinalizia potrebbe finire davvero nelle mani della coppia Salvini-Renzi.

 

Il gioco delle coppie dunque indica quali sono le strade che possono portare o possono ostacolare la traversata di Draghi verso il Quirinale (ci sono alternative per mettere in cassaforte questa partita di un patto tra Letta e Salvini, i due leader massimi della maggioranza?). Ma il gioco delle coppie è anche lì a dirci che alla fine una candidatura di Draghi al Quirinale risolverebbe molti più problemi per tutti rispetto a quelli che potrebbe crearne e l’impressione offerta da queste triangolazioni più o meno lineari è che tutti siano alla ricerca di un piano B, rispetto a quello naturale di Draghi, nella consapevolezza che alternative vere al piano A possono esistere solo a condizione che i partiti trovino qualcuno che riesca a fare quello che oggi solo Draghi sembra essere in grado di fare: saper parlare a tutti offrendo a tutti i leader di partito garanzie per il futuro. E quando una delle coppie appena descritte si intesterà una candidatura unitaria, ampia e trasversale sarà difficile dirgli di no. 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.