Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Giustizia, Zan, legittima difesa. Sotto la propaganda, niente

Salvatore Merlo

I partiti, la riforma della giustizia, e le leggi fatte su Twitter. È il frastuono del Parlamento post ideologico: prima la comunicazione e poi (forse) il contenuto

Era appena finito il Cdm, non s’era fatto in tempo a chiudere la seduta con l’approvazione della riforma Cartabia sulla giustizia, che già tutti dicevano: “Abbiamo vinto”. C’era il grillino Ricciardi  (“spiace per la Lega ma l’abbiamo spuntata noi”) e c’era l’account ufficiale degli ex padani (“la Lega stravince sul M5s”). Poi sono arrivati Patuanelli, Sarti e Bonafede (“abbiamo combattuto e impedito un disastro”) contrapposti a Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini (“abbiamo smontato la riforma di Bonafede”). E già ci si può immaginare quello che accadrà al momento della conversione del ddl alla Camera e al Senato.

 

Il frastuono di un Parlamento post ideologico che sembra aver smarrito le ragioni fondanti dell’attività legislativa. Qualche settimana fa c’era Roberto Calderoli che si vantava di utilizzare un algoritmo per la produzione di emendamenti. Emendamenti senza cervello. Quando di una legge dovrebbe contare quello che c’è scritto dentro, la sua coerenza, la sua capacità di tenuta. Sicché pure ieri, tra guantoni da boxe e occhi neri, mentre anche il linguaggio rimandava ai moduli del tifo sportivo, c’era da restare tramortiti. Soltanto alcuni giuristi tentavano di addentrarsi nel nebuloso merito, convinti che fare una legge non sia come giocare una partita di calcio (o vendere un set di pentole), ma un’attività che cambia la vita delle persone.

 

Leggi annunciate o abortite nel giro di mezza giornata, scritte e riscritte nell’arco di pochissimo tempo, strombazzate (prima) e dimenticate (poi). E su materie anche complicatissime. I diritti civili, le discriminazioni di genere, la legittima difesa, la prescrizione, il porto d’armi, il dissesto idrogeologico... Che fine ha fatto la legge Zan che appena dieci giorni fa era la madre di tutte le battaglie del Pd? E l’annuncio di un intervento legislativo fatto da Enrico Letta sull’uso delle armi, dopo i fatti di Voghera? Chissà. Sparita Voghera dai giornali è sparito anche l’hashtag del segretario del Pd che voleva bandire le pistole (#StopArmiPrivate). Più che la ruota della storia, uno ha l’impressione di veder roteare vertiginosamente la porta di un farsesco grand hotel. La prevalenza della comunicazione sul contenuto. Una prammatica senza deroghe che torna a celebrarsi praticamente ogni 24 ore. Con una politica che sembra vivere nella prefigurazione non del domani – il domani sarà uguale all’oggi, forse, ma la nebbia lo avvolge – bensì dei dieci o quindici minuti che la attendono di gesto in gesto, di annuncio in annuncio.

 

Quando infatti Matteo Salvini nel 2019 capì che gli italiani erano spaventati, ecco che lui, stregone del consenso, s’inventò un claim pubblicitario efficacissimo: “La difesa è sempre legittima”. E sulla base di questa trovata di marketing approvò una legge ben nota. Prima la pubblicità e poi la norma. Un’inversione dell’ordine dei fattori profondamente rivelatrice. Illuminante. Che infatti quel dispositivo, poi, fosse del tutto inutile – come si è in effetti rivelato (chiedere a qualsiasi avvocato o magistrato d’Italia) – questo non ha ovviamente alcuna importanza. Le leggi non si fanno mica per modificare la realtà e la società, questo lo pensano gli ingenui: le leggi si annunciano affinché i leader sgarzolini possano inventarsi ogni giorno il pezzetto di terra su cui tenersi in piedi.

 

Di conseguenza la riforma della giustizia diventa come la partita Italia-Inghilterra a Wembley. E se invece si discute sul green pass, o sul ddl Zan, ecco che in Parlamento tutti tirano fuori il cellulare, si riprendono l’un l’altro per far vedere ai tifosi-follower quanto sono bravi loro e quanto invece sono infami gli avversari. Scenette, cartelli, commenti in diretta, indignazione caricaturale. Recita. Deputati e  senatori non parlano tra loro, ma si rivolgono al pubblico fuori. Persino in Aula o in commissione. Quale altro paese è in grado di offrire un rito così mirabilmente gratuito, una gestualità così depurata d’ogni rapporto con la realtà, una rincorsa che è pura rappresentazione, teatro? Non è forse un caso che al Senato la politica stia bloccando i concorsi per gli assistenti parlamentari, cioè i tecnici che aiutano a scrivere le leggi. Quelli correggono le castronerie dei parlamentari. Ma a che servono gli esperti di diritto, se l’obiettivo dell’attività legislativa è la propaganda commerciale?

 

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.