Politica
Il Pd e il suo ex •
Renzi, il cacciatore di crisi che stringe la corda intorno al collo del Pd
Spericolato, vuole disarticolare il suo vecchio partito. Nicola Zingaretti usa il badile. Matteo Renzi lavora di piccone. Ha vinto con poche truppe e adesso al Pd tocca (ancora) fare il partito responsabile

Roma. Con il nulla gli ha portato via tutto. Il governo, il federatore della maggioranza, l’unità ricostruita. Nel Pd, ieri, si diceva questo: “In venti giorni di crisi non ha mai voluto vincere. A lui bastava solo vederci perdere”. Ha lasciato credere di essere pronto a formare un nuovo governo che in realtà non ha mai inseguito. Gli hanno offerto tre ministri, un viceministro, due sottosegretari ma non gli è bastato. E ha millantato di conoscere il più bravo di tutti che in realtà non conosce.
Da due anni, Matteo Renzi, è di fatto il leader ombra di un partito che vuole cancellare. Ha imposto a Nicola Zingaretti un’alleanza che non cercava. Quando Zingaretti stava pazientemente costruendo qualcosa di durevole ha rivendicato la necessità di distruggerla. Cosa avrebbe dovuto fare il segretario? Ieri pomeriggio, Zingaretti non è riuscito neppure a insultarlo perché lui non è quello: “C’è stato chi ha usato il badile e chi invece ha usato il piccone”. In collegamento con il M5s e Leu, ed era già sera, Zingaretti ha difeso Giuseppe Conte, “con cui abbiamo ottenuto grandi risultati”. Dicono che stia lavorando per favorire un suo ingresso al governo. Il suo schema è il modello Ursula: Fi sì ma Lega no. E’ vero che lui è diverso da Renzi. E’ un’altra cosa, ha un senso di responsabilità mentre l’altro vive di scelte spericolate.
In venti giorni di crisi, il leader di Iv è riuscito a umiliare Conte e lo ha fatto sporcare con la politica. Aveva un suo disegno, è chiaro. Un amico di Renzi, uno che lo ha accompagnato, al Senato, riconosceva che “aveva già vinto, ma poi ha provato a stravincere. In ogni caso sta vincendo. L’unico avversario che può battere Renzi è la partita stessa”. E annunciava che, conoscendolo, sarà lui il primo a litigare con Draghi. Lo celebrava sicuramente, lo ammirava e non c’è dubbio. Ma più parlava e più sembrava di vedere la scena del film “Il Cacciatore” di Cimino, quella della roulette russa. Tentava di dire che Renzi non azzarda ma che ormai è lui stesso l’azzardo e che la pistola che si punta alla testa è davvero carica ma che la sorte, ancora, e non si sa per quanto, gliela scarica.
Goffredo Bettini ieri ha scritto un suo dotto pensiero per dire che “Draghi va preservato e che l’esperienza di Conte non va dispersa”. Non è solo caduto un governo. Renzi deve vedere la politica sul serio più a fondo di altri perché ha toccato altri birilli. Nel Pd sta crescendo il malumore nei confronti di Bettini. Fausto Raciti avverte: “Bettini sbaglia”. E questo per dire che quando si usa con Renzi il termine “disarticolare” si intende questo.
Tutti sanno che se Draghi riuscirà a formare un esecutivo, una parte del Pd, un istante dopo, chiederà a Zingaretti un congresso. Ieri, Emanuele Felice, il responsabile economico del Pd, ha definito la politica di Renzi “banditismo politico”. Non sapeva che gli faceva un complimento e che i suoi insulti erano come gli spinaci per Braccio di Ferro. Raccontano, deputati del Pd, che solo Dario Franceschini parli ormai con Renzi per conto del partito perché Franceschini “è uno che sa inghiottire anche lui”.
E lo dicevano convinti di stare dalla parte giusta ma consapevoli che un uomo senza truppe, senza voti, gli stringe il laccio intorno al collo. Sapevano che per lui anche questa caduta sarà un’altra conferenza, un tomo della sua arte. Riesce a fare patrimonio con quella che chiama audacia e che per altri è scelleratezza. Le crisi sono i suoi tascabili.
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio




