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Franceschini: “La legge elettorale si farà. Il Pd contribuisca a migliorarla”
“Sembra che le lezioni del passato, anche recente, non le impari mai nessuno”, dice l’ex ministro della Cultura. E intanto sta crescendo un Team Conte in seno ai dem capace di sparigliare le carte, di incasinare la situazione, a dispetto della segretaria in carica
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15 MAY 26

Foto ANSA
In prima fila al Senato Dario Franceschini si gode ricordi, aneddoti e spirito del tempo delle madri costituenti alla presentazione del volume “La Costituzione è donna” (Carocci) curato da Anna Chimenti e Maria Natale. Gente che aveva studiato, combattuto e vissuto già molte vite pur avendo, in molti casi, 25 anni o giù di lì. Oggi invece la politica ha la memoria del pesciolino rosso. “Io sono abbastanza sicuro: la nuova legge elettorale si fa. E dopo il centrodestra perde le elezioni”, sentenzia l’ex ministro della Cultura. Succede sempre così. “Sembra che le lezioni del passato, anche recente, non le impari mai nessuno”.
Il Polo delle libertà s’inventò il Porcellum e perse. Il Pd impose a colpi di fiducia il Rosatellum e fu travolto dal grillismo. “Nessuno si ferma a ragionare – dice ancora Franceschini –. Lo stesso discorso vale per il referendum. Se chiedi agli elettori di votare per una riforma dopo 3 anni e mezzo, 4 anni di governo è evidente che l’elettore avrà la tentazione di dare un giudizio politico sulla maggioranza, alla faccia del merito. Lo aveva fatto pure Renzi, fallendo appunto”.
Franceschini parla anche del suo partito. Spiega che la legge elettorale, visto che alla fine passerà, “sarebbe meglio avesse anche il contributo del Partito democratico, per migliorarla profondamente e perché queste leggi dovrebbe essere scritte insieme. Altrimenti gli altri la fanno da soli”. E, ovvio, l’indicazione del premier della coalizione, prevista nel testo della maggioranza, obbligherebbe a quel punto “il Campo largo alle primarie”.
Qui casca l’asino del centrosinistra, dove ballano come è noto Elly Schlein, Giuseppe Conte, papi stranieri, salvatori della patria in previsione del voto 2027. Il Pd, che pure è il partito nettamente più forte e il testardo punto fermo dell’alleanza unitaria, appare come l’anello debole quando si parla di capi e leader. Ha bruciato segretari a pacchi, ha sprecato risultati oltre il 33 per cento, si è scisso a destra e a sinistra, si è ricomposto, ha una innata tendenza a non riconoscere le leadership che pure si dà o a cercarla altrove. Spesso nel governo tecnico, che è la sua perdizione.
Adesso sta crescendo un Team Conte in seno al Pd capace di sparigliare le carte, di incasinare la situazione, a dispetto della segretaria in carica. Questo team è – in teoria, naturalmente – così composto: Dario Franceschini, Roberto Gualtieri, Gaetano Manfredi, Andrea Orlando, Francesco Boccia, Roberto Speranza, Peppe Provenzano, Enzo Amendola. Sono i ministri dem del governo giallo-rosso, tornati in sella dopo appena un anno dalla batosta elettorale del 2018. Contiani per gratitudine, diciamo. E li cementa l’idea, non campata in aria, di aver affrontato alcuni passaggi storici e delicatissimi con onore: la pandemia del Covid, il primo eurobond accettato dall’Unione con il Pnrr. Tolti un paio di nomi, gli altri sono plausibili tifosi di Conte rispetto a Schlein per la sfida al centrodestra. Considerandolo più attrezzato, più solido. Il fuoco amico. Il Capitano del Team, a detta di tutti, è Goffredo Bettini, regista di mille operazioni compresa l’ultima: il Conte II appunto. Nelle parole al Foglio di Bettini si capisce che oggi il potenziale Team Conte è soprattutto impegnato a difendere l’alleanza faticosamente costruita dai nemici esterni e interni, persino da quelli improvvisi come Marina Berlusconi.
A questo punto, considerato anche il pericolo del fuoco amico, Schlein ha smesso di parlare di primarie. Un punto sul quale trova anche il favore di Bettini e di un altro forte interlocutore dell’ex premier 5 stelle, Massimo D’Alema. Se fosse realistico, l’ideale sarebbe lasciare la scelta nel limbo persino in campagna elettorale. Fingersi acefali. D’Alema lo ha spiegato a Realpolitik mercoledì sera: “Abbiamo oggi un sistema proporzionale, quindi ciascuno fa la sua corsa. Poi chi arriva primo potrà rivendicare la poltrona di premier”. Insomma, si capisce che l’indicazione del capo della coalizione sarebbe una gatta da pelare per i progressisti. Scegliere un leader e soprattutto sostenerlo non è la specialità della casa.