Un Macaluso d'archivio
Il ricordo dell'ex dirigente del Partito comunista, morto a 96 anni, nelle interviste e negli articoli pubblicati sul Foglio

(foto Ansa)
L'età già molto avanzata non ha impedito negli anni, anche recentissimi, a Emanuele Macaluso di leggere l'attualità con una lucidità rara. Ragion per cui che fosse sul destino della sinistra o sulle pieghe prese dalla politica politicante, l'ex dirigente del Partito comunista, morto nella notte a 96 anni, è stato un interlocutore privilegiato cui chiedere alcune chiavi d'interpretazione, mai banali. Anche se, come aveva confessato a David Allegranti nell'ultima intervista rilasciata al Foglio all'inizio di dicembre, " la politica in questo periodo mi sembra così squallida che è difficile seguirla". E forse bastava rileggere le sue parole per capire come da lì a poco sarebbe evoluta la crisi che adesso si è spostata nelle aule parlamentari. Disse, infatti, che "Renzi si agita per testimoniare che è ancora vivo politicamente. Ma politicamente è morto. Gli auguro una lunga vita, naturalmente, ma in politica non esiste, non c’è più". Così come non ebbe remore nel definire Conte "un presidente del Consiglio senza un retroterra politico. Era avvocato fino a due anni fa. Essendo senza retroterra politico, si arrangia. Il problema non è lui. Alla politica manca la battaglia, senza la quale la politica non è politica. Se non c’è battaglia politica, con obiettivi che vengono posti al popolo, non esiste più la politica. Quali sono oggi gli obiettivi di fondo per trasformare questa società misera che abbiamo?".
Ma basta andare indietro di alcune settimane, per rileggere l'intervista che rilasciò ad Annalisa Chirico con cui si schierava, in opposizione alla linea del Pd, sulla linea del no al referendum costituzionale che avrebbe poi tagliato il numero dei parlamentari. "Non si può intervenire con un taglio pasticciato senza un progetto più ampio di revisione costituzionale. L’istituzione parlamentare perderà capacità di rappresentanza senza guadagnare efficienza. Ho sentito dire ai grillini che ogni italiano risparmierà un caffè all’anno, allora io suggerirei al ministro Luigi Di Maio di tagliare piuttosto metà del suo staff. Ormai ognuno di loro ha quindici collaboratori che affollano i ministeri, un apparato inutile che un tempo sarebbe stato impensabile”, disse. Aggiungendo di trovare poca coerenza nella condotta del partito erede della storia comunista. "Nel Pd deve aprirsi un dibattito vero su che cos’è e che cosa dovrebbe essere questo partito. Deve scorrere il sangue della lotta politica, del confronto tra mozioni opposte, sennò si diventa anemici. Nei partiti veri si fanno i congressi, certo. Mi domando, per esempio, se esista e quale sia la posizione ufficiale in materia di immigrazione: che cosa si aspetta ad intervenire su quella vergogna nazionale che sono i decreti sicurezza? Lo ha chiesto persino il capo dello stato Mattarella".
Un vero grazie a Emanule Macaluso, scriveva di lui Maurizio Crippa in un Contro Mastro Ciliegia in cui ne elogiava "la saggezza di una vita" e ne sottolineava la "schoppiettata a Bojo", proprio in occasione dei 96 anni, lo scorso marzo.
Mentre, sempre in occasione dell'ultimo compleanno, Adriano Sofri trovava una similitudine tra Macaluso e un leccio di Piazza Santa Maria Liberatrice a Roma. "Due querce quasi centenarie, che si salutano in questa nuova strana primavera".
“C’è un’abominevole sensualità nel nazionalismo, nel sovranismo, nel razzismo, nell’anti-parlamentarismo, tutte cose alle quali i popoli soccombono nel modo più penoso. Per questo non credo che il problema oggi in Italia sia fare una legge sull’apologia del fascismo. Il problema è molto più serio. Ed è politico e culturale, riguarda il clima, le parole, la grammatica che c’è oggi in questo paese. Non è detto che il fascismo debba avere il fez e il manganello”, disse invece in un'intervista a Salvatore Merlo in cui spiegava le nuove forme di autoritarismo e il bisogno di trovare rimedi non scontati. Così come l'opportunità di sapersi definire antifascisti. "Si sono persi per strada i caratteri fondamentali che l’antifascismo aveva dato alla nostra democrazia. Tutta questa roba che circola oggi in Italia, che la avvelena e ci avvelena, nega la sostanza vera della democrazia repubblicana, antifascista e costituzionale. Cos’è in definitiva l’antifascismo? Non è una posa. Non è materia estetica. Non è uno slogan. Non è una cantilena. È cultura ed è politica. Noi siamo stati antifascisti perché volevamo la democrazia rappresentativa, perché sapevamo che il Parlamento fu la prima cosa, nel 1918, ad essere vilipesa e sfregiata da un presidente del Consiglio che odiava la libertà e i parlamenti. Fu la Camera, nel 1924, a vedere uno dei suoi scranni vuoto a causa di un delitto, e fu la Camera a perdere la sua dignità e il suo onore accogliendo ciurme in divisa pronte ad applaudire qualunque parola e a cantare gaiamente dopo la più grave delle notizie. La democrazia diretta di Grillo e Casaleggio ha origini culturali e valoriali che sono appunto quelle: la negazione del Parlamento. Come pure la ruspa di Salvini. Noi eravamo antifascisti perché consideravamo odiosa ogni forma di razzismo, e avevamo orrore e vergogna delle leggi razziali che l’Italia adottò nel 1938. Noi eravamo antifascisti perché conoscevamo il sapore acre del nazionalismo, del sovranismo, dell’autarchia, delle frontiere chiuse e del filo spinato, che sempre portano alla tragedia della storia. Infine noi eravamo antifascisti perché eravamo europeisti. E non è un caso che il manifesto di Ventotene – ma non si ha più memoria di nulla? – sia stato scritto nell’isola in cui gli antifascisti venivano mandati al confino da Mussolini”.
Aveva, inoltre, un'opinione precisa (poco lusinghiera) dei grillini: "Il codice di comportamento del Movimento 5 stelle (votato mercoledì dalla stragrande maggioranza degli iscritti) rappresenta una svolta garantista? Falso. E’ un’altra bufala di giornali e tv. Il MoVimento 5 Stelle garantisce ai cittadini che chi tra i suoi eletti non rispetta i principi a cui ha aderito come portavoce viene messo fuori dalla porta. Non aspettiamo il terzo grado di giudizio”, disse in un'intervista del 2017, prima che il M5s si facesse forza di governo. "Grillo guida in maniera autoritaria un movimento che non ha niente niente di garantista. E non solo perché nel M5s si sono sempre pronunciati contro chiunque facesse osservazioni – non dico critiche – contro alcune iniziative della magistratura. Il M5s si è sempre schierato con le procure. Il suo dunque è un garantismo peloso, perché ora, sotto possibile iniziativa giudiziaria, c’è la sindaca di Roma e quindi il M5s sta mettendo le mani avanti. Ma questo non ha niente a che fare con il garantismo, che è tale quando si esercita nei confronti degli amici ma soprattutto nei confronti dei nemici politici qualora essi vengano colpiti da un atto giudiziario considerato sbagliato”, aggiunse.
Impegno garantista che lo aveva portato sin da subito a schierarsi contro l'attivismo di certe procure che nel corso degli anni si sono guadagnate la certificazione di autenticità antimafia a scapito della correttezza delle indagini e del rispetto dello stato di diritto. Erano quelle che lui considerava "ombre, reticenze e omertà dell'antimafia chiodata", che aveva raccontato in quest'intervista a Salvatore Merlo, in cui criticava fortemente l'operato di alcuni giudici inquirenti, da Antonio Ingroia a Nino Di Matteo. In un'altra intervista, a Stefano Di Michele, aveva invece spiegato i principi antigiustizialisti che muovevano dalla tradizione comunista, contro il clima imperante che veniva interpretato da esponenti come l'allora presidente della commissione antimafia Rosy Bindi. "Terranova e La Torre, gente che ha lasciato la vita nella battaglia contro la mafia. E lo stesso sapevano definire i compiti della commissione (antimafia, ndr), dicevano che non spettava a essa far cadere testa su testa. Adesso, non si sta procedendo forse testa su testa? I giornali lo possono fare, ma se sei un’istituzione dello stato, come puoi farlo? Non hanno forse rifatto loro le schede, andando a raccattare cose dai casellari giudiziari?”, disse.
Lo stesso Stefano Di Michele ebbe modo di farne un ritratto in occasione dei 90 anni, nel 2014. Descrivendolo così: "Dura così bene, Macaluso, perché di dura passione è fatto. Passione non fanatica, ma passione vera – quella che “ci tiene in pugno molto più vivacemente della ragione” (Montaigne). E non che non sia ragionevole, anzi parecchio ragionevole Macaluso è, a un passo dalla saggezza, passo però che gagliardamente rifiuta di compiere. Ragionevole, perciò, non fino al punto di cedere tutto al gracile e fragile argomentare della ragione stessa, perbene e pallosa, un’esistenza castrata e assennata e assopita – mica è un banchiere, di quelli che sanno sempre come salvare il mondo, e fanno apposito partito; mica è un giornalista, che pure quelli sanno sempre come salvare il circondario, e fanno apposito editoriale; mica uno stitico politico di ultimo conio, che pure quelli hanno sempre la soluzione in centoquaranta battute, e fanno apposito tweet. Un ragionevole un po’ matto, ecco cos’è Emanuele Macaluso – ché un filo di pazzia tiene in pugno ancora più vivacemente la passione stessa".
Macaluso era un attento lettore del Foglio. Nel 2016 lesse una lettera al direttore e decise di rispondere con un contributo pubblicato sui suoi canali social in cui sosteneva, in un ragionamento che teneva insieme Togliatti e la religione, che alla sinistra mancasse un leader in grado di dialogare con Papa Francesco.



