Squadristi a Villa Pasqui (foto LaPresse)

"Vi racconto cos'è un fascista, anche oggi"

Salvatore Merlo

Tra grillismo e salvinismo. Emanuele Macaluso parla di un clima che ha già vissuto

Roma. “C’è un’abominevole sensualità nel nazionalismo, nel sovranismo, nel razzismo, nell’anti-parlamentarismo, tutte cose alle quali i popoli soccombono nel modo più penoso. Per questo non credo che il problema oggi in Italia sia fare una legge sull’apologia del fascismo. Il problema è molto più serio. Ed è politico e culturale, riguarda il clima, le parole, la grammatica che c’è oggi in questo paese. Non è detto che il fascismo debba avere il fez e il manganello”. Ed Emanuele Macaluso, novantatré anni, ne aveva tredici nel 1937 – “e divenni antifascista ancora prima d’essere comunista”, racconta. “Anzi divenni comunista proprio perché i comunisti erano i più organizzati tra gli anti fascisti”. Dunque Macaluso ha visto le parate e seguito il ritmo degli imperativi categorici, ha conosciuto le masse inebriate e le formulette usate come droga gratissima ai cervelli stanchi, il dileggio dell’avversario e del nemico, “tutto un linguaggio che a volte ho l’impressione che ritorni a noi, oggi, dal fondo di un passato poi non così remoto”, dice.

 

Emanuele Macaluso, Umberto Sposetti (foto LaPresse)



E allora il vecchio amico di Leonardo Sciascia si esprime con il palato impastato dai residui che vi lasciano tutte le parole improprie, le frasi, il gergo che usa la violenza e la trivialità che si maschera da pensiero, “una parlata maligna che infesta il web ma anche certi giornali, fatta di ‘slurp’, ‘lecca-lecca’, ‘lingua’, vaffa, ruspe, umori, essudati, pernacchie, che si accompagnano all’idea che il Parlamento sia un istituzione superata, che gli immigrati siano subumanità e l’Europa, dunque gli altri, un nemico”. E quasi sembra di leggere alcune pagine di Zweig, quando lo scrittore ebreo austriaco descriveva gli anni Trenta, leggete e confrontate: “Venne bandito l’elemento razionale, la sintassi fu capovolta, quanto più si era poco preparati tanto più si era ben accetti, un’epoca di estasi infervorata e imbrogli spudorati, una miscela irripetibile di impazienza e fanatismo”. 

  

Dice allora Macaluso: “Si sono persi per strada i caratteri fondamentali che l’antifascismo aveva dato alla nostra democrazia. Tutta questa roba che circola oggi in Italia, che la avvelena e ci avvelena, nega la sostanza vera della democrazia repubblicana, antifascista e costituzionale. Cos’è in definitiva l’antifascismo? Non è una posa. Non è materia estetica. Non è uno slogan. Non è una cantilena. È cultura ed è politica. Noi siamo stati antifascisti perché volevamo la democrazia rappresentativa, perché sapevamo che il Parlamento fu la prima cosa, nel 1918, ad essere vilipesa e sfregiata da un presidente del Consiglio che odiava la libertà e i parlamenti. Fu la Camera, nel 1924, a vedere uno dei suoi scranni vuoto a causa di un delitto, e fu la Camera a perdere la sua dignità e il suo onore accogliendo ciurme in divisa pronte ad applaudire qualunque parola e a cantare gaiamente dopo la più grave delle notizie.

 

La democrazia diretta di Grillo e Casaleggio ha origini culturali e valoriali che sono appunto quelle: la negazione del Parlamento. Come pure la ruspa di Salvini. Noi eravamo antifascisti perché consideravamo odiosa ogni forma di razzismo, e avevamo orrore e vergogna delle leggi razziali che l’Italia adottò nel 1938. Noi eravamo antifascisti perché conoscevamo il sapore acre del nazionalismo, del sovranismo, dell’autarchia, delle frontiere chiuse e del filo spinato, che sempre portano alla tragedia della storia. Infine noi eravamo antifascisti perché eravamo europeisti. E non è un caso che il manifesto di Ventotene – ma non si ha più memoria di nulla? – sia stato scritto nell’isola in cui gli antifascisti venivano mandati al confino da Mussolini”.

  
E allora, dice Macaluso, la frase “io non ho paura del fascismo” è talmente una frase da salotto, sa talmente di licenziosità fatua, di scollatura e di mancanza di prospettiva storica (o di scrupoli), che non si può registrarla come cosa seria. “Io in un Italia fatta così, un paese in cui per giunta il linguaggio è sfuggito da ogni briglia civile, un po’ mi preoccupo se c’è anche chi recupera gesti, formule, frasi, figure che richiamano il fascismo e Mussolini. In giro c’è tutta una grammatica che ha liberalizzato l’insulto e l’invettiva personale come fossero veraci manifestazioni di libertà e non segnali d’imbarbarimento. E allora io non sottovaluto niente, non sottovaluto affatto. Nemmeno il caso del lido di Chioggia, che pure ha i suoi aspetti da commedia monicelliana. Io temo che proprio questa intossicazione che c’è nella società, e che si esprime nella politica, sui giornali e in televisione, possa portare a forme ancora più sfacciate e pericolose di esaltazione del fascismo. Aperte le gabbie, non sai che mostri possano venirne ancora fuori. Solo non sono sicuro che ci voglia una legge per sciogliere tutto questo groviglio che sta soffocando il nostro paese. E’ un problema di cultura, non di leggi”.

  
E d’altra parte le democrazie liberali nascondono, solitamente, una profonda preferenza per i pensieri piuttosto che per i provvedimenti, ed è così che si salvano: l’amore esclusivo per i provvedimenti porta allo spirito di caserma, mentre l’amore per la discussione porta alla polemica, all’invenzione, al progresso. “A Palermo, due giorni fa, qualcuno ha tagliato la testa al monumento di Giovanni Falcone”, ricorda Macaluso. “La battaglia antimafia è stata soprattutto giudiziaria, e forse ha inciso poco sulla società. Voglio dire che la politica è importante, è cultura, è pensiero, è capacità di immaginare e di modellare il futuro. E oggi non c’è più la politica. La sinistra è disossata. Ogni cosa è ridotta al problema del governo, senza pensare mai a quali sono i valori, gli interessi fondamentali che vanno tutelati nella società: democrazia, rappresentatività parlamentare, internazionalismo, apertura. Quando si parla di antifascismo è di questo che si sta parlando”. E alla fine tornano i fascisti? “Non so come vadano chiamati. Ma in giro, mizzica, ne vedo tanti”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.