Chi sale e chi scende nel M5s. Il bestiario degli Stati generali

Di Maio, il rieccolo che punta a farsi il suo Movimento dal 10 per cento. Dibba che urla senza voce. Fico che gode tra i due litiganti. E poi Casaleggio, reuccio spodestato ma non troppo, e la Lombardi, Faraona di ritorno.
di
16 NOV 20
Immagine di Chi sale e chi scende nel M5s. Il bestiario degli Stati generali
Chi vince, chi perde, chi più semplicemente sopravvive. All'indomani degli Stati generali del M5s, evento che pareva dovesse scuotere la politica italiana e invece è passato quasi inosservato, proviamo a tracciare un primo bilancio.

Di Maio, l'eterno rieccolo

Essendo della compagnia quello più svelto e dotato di fiuto politico, il ministro degli Esteri ha usato gli Stati generali per ribadire che comunque senza di lui da nessuna parte si va. Ma non si tratta di assetti interni. Ecco perché Di Maio è interessato ad altri tavoli: diventare capo delegazione al posto di Alfonso Bonafede, collocare il M5s in una famiglia europea rassicurante, portare avanti il dialogo con il Pd di Nicola Zingaretti cercando così di sbarrare la strada alle mosse del premier Conte. La vera sfida infatti è tutta qui, per il ragazzo di Pomigliano D'Arco. Fare in modo che l'Avvocato del popolo non sia il futuro candidato premier del Movimento, arginarlo ponendosi come vero ponte con i dem. Doppio, triplo e rapido nei cambi di linea. Soprattutto è il più realista. Non vuole affrontare il tema dei due mandati, che lo taglierebbe fuori per sempre. Ma intanto sogna di essere, quando sarà, il capo di una forza politica del 10 per cento. Aspetto non secondario di tutta questa faccenda: nel M5s, oggi, è l'unico ad avere a sua disposizione una macchina comunicativa ben rodata.

Dibba, l'urlatore senza voce

Che non avesse grandi aspettative di successo, che forse neppure ci puntasse a vincere, lo ha dimostrato poche ore dopo la chiusura del dibattito. Quando, insieme agli altri compagni di cordata, i "dissidenti", ha commentato e condiviso in chat una immagine eloquente: "L'intervento è riuscito, il paziente è morto". Disteso su un lettino d'ospedale, il cadavere stilizzato del M5s. Eccola, insomma, l'inconsistente vittoria di Di Battista: dimostrare che il M5s, senza lo slancio mattoide del duropurismo, non esiste. O è di lotta, o non è. Per il resto, però, Dibba ne esce più che ridimensionato, semplicemente fiaccato. Doveva fare sfracelli, dove stravolgere gli equilibri, scombinare i piani degli altri big che volevano farlo fuori. E invece ha finito per suonare, per l'ennesima volta, la solita sinfonia: quella dei valori traditi, dei compromessi eccessivi e delle abiure perpetrati in nome di uno stare al governo che è diventato il fine e non il mezzo. Voleva una conta che non c'è stata, uno showdown che, quando anche ci fosse stato lo spessore politico necessario a sostenere un confronto (e non è questo il caso), sarebbe comunque stato mortificato nel format Covid-free, con Vito Crimi nel ruolo improbabile di Amadeus e tutti gli sfidanti collegati dale loro camerette, dai loro uffici, costretti a dire poche banalità nello spazio ristretto dei cinque minuti. L'unica vittoria che Dibba porta a casa sta nella conferma senza deroghe rilevanti al limite dei due mandati. Non è granché, certo. Ma tanto gli basta a garantirsi un futuro.

Fico, il terzo che gode tra i due litiganti

Ci è arrivato un po' in ombra, all'evento, ancora zavorrato dal suo ruolo istituzionale. E però ne è uscito come il proverbiale terzo incomodo che gode dello scontro tra i due litiganti. Perché, almeno a giudicare dalle reazioni dei parlamentari, nei commenti del day after Roberto Fico è forse l'unico che ha convinto davvero. Non che ci volesse troppo, certo, visto il livello del dibattito. E però, tra le intemerate scombiccherate di Di Battista e i tatticismi esasperati di Di Maio, tra il rancoroso parlarsi addosso del primo e il pomposo parlare a nessuno del secondo, il discorso raziocinante del presidente della Camera è bastato a mettere a nudo le contraddizioni di entrambi. Da un lato la critica a certe derive da eccesso di propaganda che colpisce chi s'affacciava dai balconi e andava in pellegrinaggio dai Gilet gialli da vicepremier in carica, dall'altro la stroncatura a quella rincorsa alla presunta purezza delle origini che sarebbe monopolio solo degli oltranzisti fedeli alla linea di Dibba. Fico, che pure ha fatto delle sue camminate a piedi e del suo prendere l'autobus un manifesto politico, ora invoca un cambiamento. E lui, che pure ha incarnato l'anima movimentista del Movimento, si mostra pragmatico. "Si parla di ritorno alle origini, ma secondo me è un po' ipocrita ridurre a questo la crisi del M5s. Una comunità che si pone dubbi e cerca sintesi, ha un futuro davanti a sé. Se vive di slogan e dogmi,è statica e vive nel passato". In linea insomma con l'invito di Giuseppe Conte, è l'unico a tracciare un perimetro chiaro e univoco del campo delle alleanze del M5s, l'unico ad alludere nettamente al dialogo strutturale col Pd: "Serve proseguire il confronto col centrosinistra con cui siamo al governo, con cui condividiamo un'agenda politica che dobbiamo portare avanti". Un'intervento che insomma dimostra la sintonia di Fico col pensiero condiviso al Quirinale: dove, nonostante tutto, il presidente della Camera vanta rapporti migliori di molti altri ministri. Non fosse altro che per il fatto di non aver mai chiesto, lui, l'impeachment di Sergio Mattarella. A differenza degli altri due litiganti, appunto.

Vito Crimi, capo per caso

Diventato reggente del M5s dopo le dimissioni di Di Maio dello scorso gennaio, il primo storico capogruppo dei grillini in Senato (noto per le pisolini sugli scranni) ha dimostrato comunque una tempra non banale: attaccato da tutti, accusato di non essere incisivo e di aver sbagliato le mosse alle ultime regionali ha tirato la carretta fino ad adesso. Rimarcando, qua e là, di essere "comunque" il capo politico della prima forza del parlamento. Non si capisce bene con chi stia, forse solo con se stesso. Ma poco importa. Adesso, prima di passare la mano, deve chiudere l'ultima fase di questi Stati generali, così noiosi e così scontati. Spetterà a lui –sulla carta – elaborare il documento finale che poi sarà messo su Rousseau, al vaglio degli iscritti. Un passaggio burocratico pieno di insidie, per il gerarca minore. Si dovrà decidere sulla guida collegiale, sul vincolo dei due mandati e sul ruolo di Rousseau nel Movimento. Alla fine, con ogni probabilità, Crimi riuscirà ad affrontare, e a mettere a verbale dunque al cambio dello statuto, solo la norma sulla guida allargata.

Casaleggio, chi era costui?

Da figlio del padrone a padrone diseredato. Da capo del partito per investitura di discendenza di sangue a reuccio spodestato dal suo stesso partito. Lui che le regole le ha sempre dettate, lui che i quesiti li ha scritti e che i risultatili li ha imposti a suon di votazioni su Rousseau, ridotto a fare la parte del dissidente interno, a lamentare con voce querula che "le decisioni sono state già acquisite". Protesta sulla carsa chiarezza dei risultati e delle procedure di voto, proprio lui che per anni s'è dovuto giustificare sulla trasparenza opaca della sua piattaforma. Davide Casaleggio poteva, in verità, uscirne peggio, dagli Stati generali: uscirne cioè del tutto estromesso dalla gestione del M5s e dei suoi processi di votazione interna. Questa, almeno, era la speranza di un buon numero di parlamentari. Ne esce invece azzoppato nel ruolo di paraguru e in quello di grande ingegnere della democrazia diretta. Nessuno lo esalta davvero, ma un po' tutti - da Dibba a Di Maio, passando per Fico e Crimi - alla fine lo proteggono, forse perché lo temono più di quanto non lo stimino. Rousseau resta organica al M5s, ma dovrà adattarsi alle richieste di attivisti e parlamentari, se si vuole evitare una guerra a colpi di carte bollate. Resta a bordo, ma forse non più alla guida: almeno finché non ci si addentrerà nella matassa legale e iperburocratica della riscrittura di regolamenti e statuti, di cui Casaleggio è in fondo tra i pochissimi, se non l'unico, a poter trovare il bando, tirando i fili giusti. A quel punto, deputati e senatori del M5s i accorgeranno quanto sarà difficile, per loro, uscire dal giogo di Davide.

Lombardi, il ritorno della Faraona

Roberta Lombardi, capogruppo in scadenza del M5S in Regione Lazio, complice la crisi del Movimento è di nuovo centrale. Da membro del comitato di garanzia ha gestito e organizzato gli Stati generali: ha messo le mani sulla cassa (ottenuta dopo un braccio di ferro con Pietro Dettori ed Enrica Sabatini, galassia Casaleggio), ha affidato la gestione dell'evento a una società esterna (Avventura urbana), e dunque non a Rousseau. E il giorno dopo ha attaccato, senza farsi troppi problemi, il figlio di Gianroberto e Alessandro Di Battista. "Lalombardi" (tutto attaccato, d'altronde spesso parla di sé in terza persona) chiacchiera con Nicola Zingaretti, si è riavvicinata a Paola Taverna (con la quale ruppe ai tempi delle elezioni regionali) e ha rapporti di buon vicinato con Roberto Fico e Luigi Di Maio. Sulla carta, la Faraona rappresenterebbe l'anima di destra del Movimento, ma ormai vale tutto. E nella confusione è diventata di nuovo una figura di primo piano. Anche perché, visto il suo ruolo nel comitato di garanzia, è colei che certifica le liste elettorali. A partire da quelle di Roma, quando sarà. Ecco perché aspetta con una certa ansia il 26 novembre quando il tribunale dovrebbe esprimersi sul processo d'appello a Virginia Raggi, la sua storica arcinemica.