Rottamare, ma come? Il Pd è di Renzi solo a Palazzo Chigi. Piccola guida ai guai comunali
Il passo della rottamazione sì esaurisce appena superato il quadrilatero del potere romano
11 AGO 20

Roma. Dicono non voglia ripetere l’esperienza della Liguria: scissione a sinistra, candidato molto poco renziano e sorprendente vittoria del centrodestra. Dunque bisogna attrezzarsi: renzizzare, renzizzare, renzizzare. Ma le elezioni comunali si avvicinano, e quando Matteo Renzi guarda al Pd nelle città, a Roma, a Napoli, a Milano e a Bologna, si accorge che in realtà i renziani al di fuori di Palazzo Chigi quasi non esistono: cioè il passo della rottamazione sì esaurisce appena superato il quadrilatero del potere romano. In tutta la provincia dell’impero il partito è impegnato in guerre per bande che non appassionano né rappresentano il segretario e presidente del Consiglio. Solo a Torino, tra le grandi città, la situazione sembra sotto controllo: lì c’è Piero Fassino, e bene o male la cosa va. Ma altrove?
Qui Napoli. Nei sondaggi il Pd (14 per cento) è superato persino da Forza Italia, che notoriamente non se la passa bene. Senza interlocutori fidati, Renzi assiste all’ultimo capitolo della guerra eterna tra il salernitano Vicenzo De Luca e l’afragolese Antonio Bassolino. Il secondo si vuole ricandidare sindaco e vuole le primarie (certo di vincerle), il primo preferirebbe piuttosto perdere il comune che vedere il suo nemico al potere (ed è contrario alle primarie). In mezzo c’è Renzi, a cui piacerebbe candidare Dario Scalella, imprenditore campano e sturtupper. Ma glielo permetteranno, nel partito che in Campania non è suo?
Qui Roma. Come dice Linda Lanzillotta, “a Roma comandano i burocrati” e i renziani anche qui non esistono: sono un gruppo volonteroso ma sparuto di consiglieri senza seguito e senza particolare carisma. Il grosso del partito è in mano ai vecchi inaffondabili, passati agilmente da Veltroni a Marino e adesso travestiti da renzisti. Il più renziano di tutti, in realtà, è il prefetto Franco Gabrielli, che però non fa parte del partito: è lo stato che fa da supplemente alla latitanza del partito e del gruppo dirigente. Francesco Rutelli sta organizzando una specie Leopolda romana, il 28 novembre. Ma è buio pesto. Renzi vorrebbe sparigliare, e persino Alfio Marchini non gli dispiace: tutto pur di costruire qualcosa di nuovo. Ma glielo faranno fare?
Qui Milano. Il renzismo ha fin qui prodotto soltanto la candidatura, o meglio la disponibilità a candidarsi ed eventualmente correre per le primarie (fissate per il 7 febbario), di Emanuele Fiano, deputato milanese. Renzi però ha corteggiato fino a ieri Giuseppe Sala, commissario di Expo, manager che può vantare il successo dell’Esposizione universale. E Sala non ha nessuna voglia di candidarsi. Il segretario del Pd cerca uomini estranei alla politica, ma il suo partito, e gli alleati, gli resistono. Una parte del Pd vorrebbe Pierfrancesco Majorino, la sinistra interna (e Pisapia) invece spingono per il vicesindaco Francesca Balzani.
[**Video_box_2**]Qui Bologna. Anche qua Renzi subisce, e non può che imbarcare il vecchio ceto eterno, con tutti i suoi guai. Il sindaco si chiama Virginio Merola – era un nipotino di Bersani, ma da un paio d’anni dice che il futuro è nelle mani di Matteo Renzi – e si vuole ricandidare. Tuttavia i rapporti nella vecchia sinistra sono esplosi tra rancori e sogni di vendetta che hanno fatto, a un certo punto, persino ipotizzare una candidatura alternativa dello stesso Pierluigi Bersani a sindaco, mentre adesso hanno prodotto un’altro avversario interno, un ex assessore, Alberto Ronchi, provienienza sinistra-sinistra. E insomma a Bologna, dove ancora tesse e trama anche Romano Prodi, per adesso il più renziano è un bersaniano.



