Elogio della legislatura ricostituente

Claudio Cerasa

Arrivati a questo punto dalla convulsa e confusa fase postelettorale, salvo sorprese al momento però difficili da immaginare, la XVIII legislatura si trova di fronte a una strada con due uscite. La prima è quella che riporterebbe le lancette dell’Italia al 4 marzo 2018, giorno delle inconcludenti elezioni politiche. La seconda è quella che riporterebbe le lancette al 4 dicembre del 2016, giorno dello sciagurato No al referendum costituzionale. A giudicare dalle posizioni di Di Maio e Salvini – il primo ieri ha spezzato il filo aperto con il Pd annunciando di voler andare alle elezioni il prima possibile, il secondo ha ricordato di voler andare al governo per guidare un esecutivo di minoranza, senza ricordarsi che per far partire un governo del genere occorrerebbe il sostegno di un partito con cui Salvini non vuole avere a che fare, ovvero il Pd – al momento la strada delle elezioni anticipate è quella più probabile. E da ieri anche il capo dello stato, cosa finora mai fatta, ha messo nel conto che potrebbe essere impossibile far nascere un esecutivo capace di trovare i numeri per governare.

  

In questo scenario – anche alla luce dei risultati delle regionali in Friuli-Venezia Giulia, che hanno ricordato al centrodestra di Salvini di avere il vento in poppa, Fedriga ha vinto con il 57 per cento, con la Lega al 34,9 e Forza Italia al 12,1, e che hanno ricordato al movimento di Di Maio le sue difficoltà post elettorali: in regione nel giro di un mese e mezzo i grillini sono passati dal 25 per cento del 4 marzo al 7,1 per cento preso dalla lista del candidato a cinque stelle in Friuli-Venezia Giulia – più che un’aria da nuova costituente si registra un’aria da nuove elezioni. Ma per capire quali sono gli ingranaggi che potrebbero innescarsi in questa legislatura nel caso in cui il tentativo di riandare alle elezioni da parte di Salvini e Di Maio il 7 ottobre fosse solo tattica, occorre riavvolgere il nastro e ritornare all’intervista con cui Matteo Renzi domenica sera ha rimescolato le carte spiegando a che condizioni il Pd avrebbe il dovere di tornare centrale in questa legislatura. E il punto è fin troppo semplice e fin troppo elementare: se i vincitori delle elezioni, Di Maio e Salvini, non fossero in grado di mettere a frutto i voti raccolti alle elezioni, le strade più naturali restano quelle: o si prova ad azzerare il 4 marzo, con una tornata di nuove elezioni, o si prova ad azzerare il 4 dicembre, con un governo fatto per ricucire la ferita della riforma costituzionale. Si può essere più o meno favorevoli all’idea che un partito sconfitto alle elezioni, come il Pd, debba tornare in campo per far nascere un governo. Ma alla luce della clamorosa incapacità mostrata negli ultimi cinquantacinque giorni dai vincitori del 4 marzo, non si può non notare ancora una volta che le conseguenze del voto ci hanno dimostrato in modo clamoroso che l’unica vera emergenza che esiste in Italia è di carattere istituzionale, e che per questo l’unica alternativa di governo possibile rispetto all’esecutivo dei campioni è esattamente quella descritta dall’ex segretario del Pd, Matteo Renzi, che ospite in tv da Fabio Fazio ha fatto sue le parole suggerite a inizio aprile dal Foglio: l’unica possibilità concreta – e coerente con la sua storia – che avrebbe il Partito democratico per rientrare in campo nel caso in cui i capricci dei populisti dovessero prevalere sulla logica della politica sarebbe offrire alle altre forze presenti in Parlamento un programma composto solo di un punto, solo di una proposta, solo di una legge: “Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto a maggioranza assoluta dei votanti. Qualora nessun candidato abbia conseguito la maggioranza, il quattordicesimo giorno successivo si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di voti”.

  

Di Maio e Salvini non potranno mai ammetterlo ma la vera ragione per cui dal 4 marzo non trovano un modo per fare un governo è che il 4 dicembre entrambi hanno perso l’occasione di creare le condizioni per aggredire l’ingovernabilità istituzionale che governa l’Italia. Non è detto, anzi è altamente improbabile che il piano vada in porto, ma rilanciando l’idea che l’Italia abbia il dover di fare un salto dalla Seconda alla Quinta repubblica – di mettere in campo una legislatura più ricostituente che costituente – Renzi ha segnato un punto mettendo al centro del dibattito un tema elementare: i sistemi istituzionali frammentati non servono a contenere i populisti ma semmai servono a dare ai partiti antisistema occasioni buone per dimostrare che di fronte a una politica incapace di decidere occorre cambiare tutto. Come uomo guida del Pd, Renzi probabilmente passerà alla storia per aver portato il principale partito progressista d’Italia dal suo massimo storico al suo minimo storico. Come uomo guida del processo riformatore italiano, Renzi probabilmente passerà però alla storia per aver tentato di fare l’unica riforma che avrebbe permesso all’Italia di aggredire l’unica sua grande emergenza: governare la frammentazione con un mix tra fine del bicameralismo e doppio turno, evitando di mettere la frammentazione alla guida del paese. Il dopo elezioni ha dimostrato ancora una volta che quell’idea era l’unica che avrebbe potuto dare all’Italia la stabilità di cui avrebbe bisogno. E nel dopo elezioni, per il Pd, per provare a dare ancora senso alla sua storia, non c’è altra strada: per evitare di portare avanti un’abiura e consegnarsi quasi senza condizioni a Luigi Di Maio non si poteva non ripartire da dove il Pd ha cominciato a morire.

  

In un certo senso, le parole di Renzi hanno contribuito a dividere nuovamente l’atomo del Pd e contro l’ex segretario sono intervenuti ieri sia il segretario reggente (Maurizio Martina) sia il segretario ombra (Dario Franceschini). Entrambi accusano l’ex presidente del Consiglio di aver voluto far saltare la trattativa aperta con il M5s ed entrambi rivendicano il dovere del Pd di dialogare con Luigi Di Maio per evitare di tornare al voto o, peggio, di far riaprire il forno del dialogo con Matteo Salvini. La direzione del 3 maggio non sarà semplice ma in realtà le posizioni delle due anime del Pd potrebbero essere destinate a incrociarsi in nome di un principio semplice da declinare: il Pd vuole aprire un dialogo con il M5s per fare un governo con il M5s o vuole aprire un dialogo con il M5s per far capire a che condizioni il Pd sarebbe pronto a fare un governo? Nel primo caso, il rischio di estinzione del progetto riformista del Pd sarebbe quasi scontato. Nel secondo caso, il tentativo di rilanciare l’unica grande riforma che serve oggi all’Italia potrebbe riportare il progetto riformista del Pd al centro del gioco. Ma accettare la linea di Renzi per il Pd tentato dalla svolta grillina potrebbe non essere semplice perché dialogare con chiunque vorrebbe dire che in caso di chiusura con il Movimento 5 stelle toccherebbe provare a dialogare anche con il centrodestra. E chissà che alla fine non sia quella, magari con un governo Giorgetti, l’unica strada possibile per evitare un altro 4 marzo e ricucire la ferita aperta il 4 dicembre.

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