In questo scenario – anche alla luce dei
risultati delle regionali in Friuli-Venezia Giulia, che hanno ricordato al centrodestra di Salvini di avere il vento in poppa, Fedriga ha vinto con il 57 per cento, con la Lega al 34,9 e Forza Italia al 12,1, e che hanno ricordato al movimento di Di Maio le sue difficoltà post elettorali: in regione nel giro di un mese e mezzo i grillini sono passati dal 25 per cento del 4 marzo al 7,1 per cento preso dalla lista del candidato a cinque stelle in Friuli-Venezia Giulia – più che un’aria da nuova costituente si registra un’aria da nuove elezioni. Ma per capire quali sono gli ingranaggi che potrebbero innescarsi in questa legislatura nel caso in cui il tentativo di riandare alle elezioni da parte di Salvini e Di Maio il 7 ottobre fosse solo tattica, occorre riavvolgere il nastro e ritornare
all’intervista con cui Matteo Renzi domenica sera ha rimescolato le carte spiegando a che condizioni il Pd avrebbe il dovere di tornare centrale in questa legislatura. E il punto è fin troppo semplice e fin troppo elementare: se i vincitori delle elezioni, Di Maio e Salvini, non fossero in grado di mettere a frutto i voti raccolti alle elezioni, le strade più naturali restano quelle: o si prova ad azzerare il 4 marzo, con una tornata di nuove elezioni, o si prova ad azzerare il 4 dicembre, con un governo fatto per ricucire la ferita della riforma costituzionale. Si può essere più o meno favorevoli all’idea che un partito sconfitto alle elezioni, come il Pd, debba tornare in campo per far nascere un governo. Ma alla luce della clamorosa incapacità mostrata negli ultimi cinquantacinque giorni dai vincitori del 4 marzo, non si può non notare ancora una volta che le conseguenze del voto ci hanno dimostrato in modo clamoroso che l’unica vera emergenza che esiste in Italia è di carattere istituzionale, e che per questo l’unica alternativa di governo possibile rispetto all’esecutivo dei campioni è esattamente quella descritta dall’ex segretario del Pd, Matteo Renzi, che ospite in tv da Fabio Fazio ha fatto sue le parole
suggerite a inizio aprile dal Foglio: l’unica possibilità concreta – e coerente con la sua storia – che avrebbe il Partito democratico per rientrare in campo nel caso in cui i capricci dei populisti dovessero prevalere sulla logica della politica sarebbe offrire alle altre forze presenti in Parlamento un programma composto solo di un punto, solo di una proposta, solo di una legge: “Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio universale e diretto a maggioranza assoluta dei votanti. Qualora nessun candidato abbia conseguito la maggioranza, il quattordicesimo giorno successivo si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno conseguito il maggior numero di voti”.