Ragioni per non regalare al populismo l’opposizione al populismo di governo

Claudio Cerasa

Se vogliamo allargare la nostra inquadratura – e non perderci nei molti comprensibili retroscena relativi alle conseguenze generate dalle elezioni di Fico e Casellati – possiamo dire che la partita delle presidenze di Camera e Senato ci ricorda che tra i tanti pericoli disseminati in questa legislatura ce n’è uno che vale la pena essere messo a fuoco con decisione: saprà resistere il Partito democratico alla tentazione di non impostare la sua opposizione all’internazionale del populismo con lo stesso metodo fallimentare adottato a Roma per contrastare il disastro di Virginia Raggi? Per quanto possa sembrare eccentrico, oggi, se ci si pensa bene, non c’è nulla di meglio del modello Roma per capire qual è la strada che un’opposizione saggia, e non irresponsabile, dovrebbe seguire per sfruttare al meglio la prateria gigantesca che si è aperta in Italia dopo il voto del quattro marzo (e che vede sempre più vicini al governo Lega e M5s). E quella prateria è uno spazio che può essere messo a fuoco solo a condizione di accettare un principio chiave di questa legislatura: mai come in queste ore, mai come in questa fase storica del nostro paese, l’Italia ha bisogno di una opposizione forte, dura, seria, tosta e credibile che sappia lavorare per costruire un’alternativa al modello Salvini/Di Maio. 

   

Casellati al Senato, Fico alla Camera. È nato il Grillusconi

Il Movimento sigla un patto vecchio stile con Salvini e il tanto odiato “Caimano”: i grillini votano la berlusconiana a Palazzo Madama, gli azzurri il candidato del M5s 

 

Non vi parleremo, ancora, della necessità di fondere i progetti di Forza Italia e del Partito democratico, non è il tempo, non è il momento, ma vi parleremo di un tema più importante: lo spazio dell’opposizione oggi può essere presidiato con serietà solo a condizione che l’opposizione scelga non solo di rimanere opposizione ma di investire subito su una figura credibile capace di incarnare il volto dell’alternativa all’Italia dei Di Maio e dei Salvini. La ragione per cui sabato scorso su questo giornale abbiamo ricordato la necessità per l’opposizione di restare lontana da ogni accordo strutturale per le presidenze di Camera e Senato (e così è andata) è legata proprio a questo problema: per il Pd, accettare di far nascere un qualsiasi governo che sia guidato da uno a scelta tra Di Maio e Salvini equivarrebbe a consegnare l’opposizione del paese a uno a scelta tra Di Maio e Salvini. E non combattere con tutte le forze per evitare di trasformare la sfida Di Maio-Salvini nella sintesi del nuovo bipolarismo sarebbe per l’Italia una sciagura senza precedenti.

    

In questo ragionamento il disastroso modello Roma c’entra perché un’opposizione che funziona non può limitarsi ad avere un buon posizionamento – non basta cioè dire le cose giuste sull’Europa, sulla globalizzazione, sulle tasse, sui vaccini, sulla giustizia, sulla produttività, sulla spesa pubblica, e a proposito: le idee giuste che perdono restano giuste anche se sono perdenti – ma ha bisogno di scommettere su un volto capace di incarnare in modo plastico l’alternativa al progetto dello sfascio. A Roma, per fare un esempio, né il centrodestra né il centrosinistra, persi in mille inutili caminetti, sono ancora riusciti a trovare un volto capace di incarnare una risposta fondata sulle proposte al simbolo di una vittoria fondata sulla protesta e in fondo la stessa storia del Movimento 5 stelle ci dice che le alternative di governo non si costruiscono così in un lampo ma si costruiscono con il tempo: scommettendoci, investendoci, rischiando. Chiara Appendino è diventata sindaco di Torino dopo essere stata per anni il volto chiave dell’opposizione al precedente sindaco Fassino.

  

Virginia Raggi è diventata sindaco di Roma dopo essere stata per anni il volto chiave dell’opposizione al precedente sindaco Marino. A suo modo Gigino Lo Steward è arrivato a guidare il 5 stelle dopo aver costruito in un percorso lungo cinque anni il suo profilo alternativo a quello degli altri partiti. E se dopo due anni di governo nessuno in Italia sa rispondere alla domanda chi è a Roma l’alternativa a Virginia Raggi (e chi d’altro canto è a Torino l’alternativa a Chiara Appendino) si capisce bene che la grande forza del populismo oggi è proprio questa: non avere delle alternative all’altezza. Questo ragionamento è importante da mettere a fuoco perché dopo la partita sulle presidenze di Camera e Senato comincerà la corsa forsennata di un pezzo di classe dirigente italiana, quella non ostile ai nuovi populisti, a chiedere all’unica opposizione presente oggi in Parlamento un sacrificio in nome della responsabilità. Ovverosia: scendere in campo per salvare il paese da un governo populista. Le pressioni saranno inevitabili, gli abboccamenti saranno costanti, le insistenze saranno inesorabili ma mai come oggi dovrebbe essere chiaro a tutti – anche alla classe dirigente – che paradossalmente l’unica possibilità di salvare l’Italia dall’ondata egemonizzante del populismo è quella di evitare che l’opposizione al populismo sia occupata da un’altra forma di populismo.

  

Il messaggio dovrebbe dunque essere chiaro: la partita degli anti populisti non si gioca in questa legislatura ma si gioca alle prossime elezioni. E per giocare la partita essere ben posizionati è necessario ma non è sufficiente per non ripetere a livello nazionale il disastro dell’anti modello Raggi. E se l’Italia avesse una classe dirigente all’altezza di questo nome dovrebbe avere il coraggio per una volta di non essere in attesa di osservare ciò che accadrà ma di essere in cammino per provare a costruire un’alternativa allo sfascio politico che in una certa misura ha contribuito a creare. Ma questa forse è un’altra storia.

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