“Protesi scadenti agli anziani”. Il chirurgo Claudio Manzini assolto dopo 9 anni

Il luminare della chirurgia ortopedica è stato assolto dalle accuse che lo travolsero nel 2017 e lo portarono in carcere: “E’ la fine di un incubo. Sono felice per l’assoluzione da accuse infamanti. Anche se sono passati nove anni e la vicenda ha impattato fortemente sulla mia vita e su quella dei miei famigliari”

22 MAG 26
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Claudio Manzini

“E’ la fine di un incubo. Sono felice per l’assoluzione da accuse infamanti, frutto di indagini superficiali compiute nella prima fase. Anche se sono passati nove anni e la vicenda ha impattato fortemente sulla mia vita e su quella dei miei famigliari”. Lo dice al Foglio Claudio Manzini, luminare della chirurgia ortopedica della clinica Zucchi di Monza, assolto nei giorni scorsi dalle accuse di associazione a delinquere e corruzione. Insieme a Manzini sono stati assolti anche Marco Camnasio (ex responsabile commerciale dell’azienda francese di protesi Ceraver) e altri tre dirigenti transalpini della stessa società. La vicenda esplose nel 2017, quando i pm di Monza ipotizzarono l’esistenza di un giro di tangenti nella sanità tra medici compiacenti e l’azienda francese Ceraver, che avrebbe indotto i professionisti a utilizzare i suoi prodotti, anche se in certi casi non adatti al tipo di intervento da eseguire, in cambio di favori e regalie. Nell’ambito delle indagini alcuni chirurghi, tra cui Manzini, vennero accusati di aver impiantato protesi scadenti ai pazienti più anziani: una contestazione infamante, che venne enfatizzata dagli organi di informazione sul piano nazionale. Al termine del processo, la procura aveva chiesto per Manzini una condanna a 4 anni e 3 mesi di reclusione. Il chirurgo, difeso dagli avvocati Lucilla Tassi e Claudio Schiaffino, è stato assolto da ogni accusa.
A causa della vicenda, nel settembre 2017 Manzini venne persino arrestato. Trascorse un mese in carcere e altrettanto ai domiciliari. “Mi sono ritrovato in carcere a vedere in televisione, insieme agli altri detenuti, programmi dove giornalisti, dj o cuochi, senza alcuna esperienza, davano giudizi tecnici sulle protesi che impiantavo”, ricorda Manzini, denunciando la gogna mediatica subita: “Non si può andare sulla stampa o in televisione a giocare con la vita professionale e umana delle persone”.
L’accusa sull’utilizzo di protesi “scadenti” era stata smontata già dopo le indagini da una consulenza prodotta dalla difesa di Manzini e realizzata dal professor Paolo Cherubino, altro chirurgo di fama nazionale e già presidente della Società italiana di ortopedia. Nella consulenza, si sottolineava “la qualità delle protesi ortopediche prodotte da Ceraver e impiantate dal dott. Manzini negli anni 2015-2017, attestata da certificazioni internazionali e dalla più autorevole e recente letteratura scientifica, nonché dai risultati clinici”. D’altronde, l’idea che potessero essere impiantate protesi “scadenti” contrastava con il fatto che le protesi utilizzate da Manzini, oltre a essere prodotte da una società leader internazionale nel settore, erano state autorizzate dal ministero della Salute.
Ma non è tutto: la consulenza, basata sull’analisi di tutte le cartelle cliniche dei pazienti operati da Manzini, evidenziava che le protesi Ceraver rappresentavano una percentuale irrisoria rispetto al totale delle protesi impiantate da Manzini (circa il 13 per cento). Ma soprattutto, si concludeva che “in tutti i casi esisteva una corretta indicazione per l’intervento chirurgico di sostituzione protesica; in nessun caso emerge ‘forzatura’ all’intervento chirurgico”, e “dai controlli postoperatori risulta che gli interventi sono stati eseguiti ad arte”.
Nonostante queste risultanze, la procura è andata avanti per la sua strada, imbastendo un processo e chiedendo la condanna di Manzini, poi assolto.
“Per fortuna sono un uomo resiliente e anche fideista. C’è chi dice che c’è qualcuno che mi ha voluto del male. Io credo che sia stato un destino della mia vita”, dice Manzini, ricordando però i danni patiti in questi nove anni a causa della vicenda giudiziaria: “Ho una moglie e due figli che fanno il mio mestiere. Improvvisamente sono passati da una vita rosea a una situazione drammatica”. “Li vedevo fare i conti per capire come riuscire a pagare il mutuo della casa senza di me”, ricorda il chirurgo, commuovendosi.
“Abbiamo combattuto e alla fine ce l’abbiamo fatta – prosegue Manzini –. I miei pazienti non hanno mai smesso di avere fiducia in me. Questo mi ha permesso di continuare a lavorare”. Anche se le sofferenze rimangono. L’esperienza in carcere? “Non la consiglio a nessuno, ma ha comunque portato a un arricchimento della mia anima”, conclude Manzini.