Il termine “latistanti” scambiato per “latitanti”: l’incredibile errore dietro il flop di Gratteri a Platì

Nel 2003 il pm fece arrestare 125 persone su 3.800 abitanti del paese calabrese. Alla fine soltanto otto indagati su 215 vennero condannati. Ma dietro la vicenda si cela un errore grottesco: Gratteri scambiò una parola per un'altra. Le parole del giudice: “Meno male che Cavour non aveva il computer, altrimenti avrebbero arrestato pure lui!”
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3 APR 26
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Nicola Gratteri (foto Ansa)

Quando la tragedia incontra il ridicolo si arriva al grottesco. La parte tragica della maxi indagine lanciata dal pm Nicola Gratteri nel 2003 a Platì (Reggio Calabria) ve l’abbiamo raccontata martedì: 125 persone, su 3.800 abitanti, vennero arrestate nel cuore della notte con l’accusa di essere mafiose (in tutto gli indagati furono 215). Alla fine soltanto otto persone vennero condannate, nessuna per mafia, e lo stato dovette pagare numerosi indennizzi per ingiusta detenzione. La parte ridicola della vicenda ve la raccontiamo oggi, e tenetevi forte perché ha dell’incredibile. Secondo i carabinieri, Gratteri e anche il gip che diede seguito alle richieste d’arresto, la ’ndrangheta era arrivata a dominare l’attività amministrativa del comune di Platì. 
L’emblema del predominio mafioso a Platì, per gli inquirenti, è rappresentato da una delibera intitolata “valorizzazione aree latitanti”, approvata nel 2001 dal comune, che dimostra come i bunker sotterranei utilizzati dai latitanti fossero stati addirittura realizzati con fondi pubblici. Un fatto, se confermato, di straordinaria gravità, tanto che il gip nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione ribattezzata “Marine” si spinge ad affermare che tale delibera era da interpretare come segno dell’“atteggiamento tracotante e arrogante tenuto dall’amministrazione comunale che opera in disprezzo di qualsiasi norma e regola, mostrando protervia e imprudenza a qualsiasi controllo amministrativo condotto dagli organi preposti, e che si palesa nel suo agire proprio per volere dello scellerato gruppo criminale attenzionato”. Ma veramente gli amministratori del comune di Platì erano arrivati a scrivere, nero su bianco, in delibere ufficiali, che i soldi pubblici venivano destinati alla costruzione di bunker dei latitanti? Ovviamente no. Anche la follia umana ha dei limiti.
Subito dopo gli arresti e gli interrogatori di garanzia, infatti, cominciano ad affiorare le prime crepe dell’indagine. I difensori degli indagati, in particolare l’avvocato Gianpaolo Catanzariti, riescono a recuperare le delibere precedenti a quella del 2001. Delibere che venivano ancora vergate a mano o battute a macchina. Da qui la scoperta: l’intitolazione era in realtà “Valorizzazione aree latistanti fiumara”, cioè aree poste ai lati di un torrente. Insomma, i funzionari del comune avevano trasposto al pc la delibera originaria e l’espressione “aree latistanti” si era trasformata in “aree latitanti”, a causa del correttore automatico del software di scrittura.
La notizia dello strafalcione inizia a trapelare su alcuni organi di informazione ma Gratteri, anziché meditare su quanto pian piano stava emergendo (sulla base di verifiche che l’articolo 358 del codice di procedura penale imporrebbe di svolgere proprio al pm), decide di contestare l’esistenza del clamoroso abbaglio segnalato dalle difese, rilasciando una dichiarazione all’Ansa. Gratteri afferma che si tratta soltanto di “una nota di colore”, che “non ha alcuna rilevanza ai fini della solidità dell’impianto accusatorio”, anche perché “il termine latistanti tra l’altro nella lingua italiana non esiste”.
Di fronte al tribunale del Riesame, l’avvocato Catanzariti fa giustamente notare come la parola “latistante”, in realtà, nel dizionario italiano esiste ed era stata usata nelle delibere precedenti (così come anche nei bilanci adottati dal comune), quindi si era di fronte a un mero errore dovuto alla trasposizione degli atti su pc. Il legale, difensore di Francesco Caruso, ragioniere del comune di Platì (anche lui arrestato per 26 giorni e poi prosciolto da ogni accusa), fa notare al collegio giudicante del Riesame che nel Grande dizionario della lingua italiana viene anche riportata una frase di Camillo Benso, conte di Cavour, in cui si parla proprio di “campi latistanti”. A quel punto il presidente del collegio interrompe l’avvocato con una battuta: “Meno male che Cavour non aveva il computer, altrimenti avrebbero arrestato pure lui!”.
A ciò si deve aggiungere anche che il termine “latistante” era all’epoca persino utilizzato nei quiz usati per lo svolgimento dei concorsi per l’accesso in magistratura.
Insomma, si è di fronte a una vicenda surreale, degna di una sceneggiatura cinematografica, che invece ha davvero trovato spazio nelle aule di giustizia del nostro paese. Verrebbe da sorridere, se solo non si fosse consapevoli della sofferenza che l’operazione “Marine” ha prodotto sulla vita delle persone ingiustamente arrestate o indagate e sulle loro famiglie.