Intercettato 38 mila volte: assolto dopo 11 anni l’imprenditore Muttoni

Il "re dei concerti" assolto definitivamente nel processo "Bigliettopoli". L'inchiesta venne avviata nel 2015 dal pm Colace (sanzionato dal Csm). Nella rete delle 38 mila intercettazioni finì coinvolto anche il senatore Esposito. Muttoni: "A causa dell'indagine ho dovuto chiudere tre mie aziende che davano lavoro a 100 persone" 

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22 APR 26
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Dichiarando inammissibile il ricorso della procura, la Corte d’appello di Torino ha confermato e reso definitiva l’assoluzione dell’imprenditore Giulio Muttoni nel processo denominato “Bigliettopoli”. L’inchiesta era stata avviata undici anni fa dal pm Gianfranco Colace. Muttoni, patron della Set Up Live, specializzata nell’organizzazione e allestimenti di eventi e concerti (fu lui a portare a Torino star internazionali come gli U2, Madonna, One Direction) venne accusato di corruzione impropria e rappresentato come il regista di un sistema basato su un presunto scambio di favori e biglietti di concerti, di cui avrebbero usufruito anche politici e funzionari pubblici. L’inchiesta ebbe un grandissimo rilievo mediatico. Nel corso dell’indagine, portata avanti dal 2015 al 2021, Muttoni è stato intercettato 38 mila volte. Un record, neanche fosse Pablo Escobar. Undici anni dopo si scopre che Muttoni, difeso dall’avvocato Fabrizio Siggia, non aveva commesso alcun reato. Peccato che nel frattempo Muttoni è stato costretto a dichiarare il fallimento di tre sue aziende, tra cui Set Up Live, che davano lavoro a circa cento persone in modo diretto e indiretto. “Rimane l’amarezza di aver dovuto chiudere le società. Dopo l’apertura dell’indagine nessuno ha voluto più lavorare con noi. Quando accadono queste cose le multinazionali ti mollano dalla sera alla mattina”, racconta Muttoni al Foglio.
“Quando è arrivato il rinvio a giudizio ero già ‘anziano’, avevo 66 anni, oggi ne ho 72. Ma se avessi avuto 40 o 50 anni sarei stato costretto ad andare via dall’Italia: quando sei indagato è impossibile portare avanti la propria vita professionale”, prosegue Muttoni. “Avendo già 66 anni ho smesso di lavorare. Certo, rimane un po’ di rabbia, perché avrei preferito decidere io quando andare in pensione”.
L’aspetto più incredibile della vicenda giudiziaria è costituito dalle 38 mila intercettazioni compiute nei confronti di Muttoni dal 2015 al 2021. “Mi sembra un numero spaventoso. Non riesco a capire come possano servire sei anni e 38 mila intercettazioni per capire se una persona sia un delinquente o no”, dice l’imprenditore. “Penso anche a quanto sia costato realizzare tutte queste intercettazioni. Comunque, di una cosa sono certo: non c’è un’intercettazione di cui io debba vergognarmi”, afferma Muttoni.
Fu nell’ambito dell’attività di intercettazione nei confronti di Muttoni che il pm Colace giunse a captare le conversazioni tra l’imprenditore e l’allora senatore Stefano Esposito. Nonostante quest’ultimo fosse stato identificato già nell’agosto 2015 come senatore e interlocutore di Muttoni, il pm Colace continuò a far intercettare le telefonate tra Muttoni ed Esposito, tanto da captare in tutto 500 conversazioni in tre anni. In altre parole, il senatore divenne il vero obiettivo di indagine, come sottolineato persino dalla Corte costituzionale, che ha censurato l’operato del pm Colace per violazione dell’articolo 68 della Costituzione: “La complessiva attività di indagine posta in essere dall’autorità giudiziaria denota, con particolare evidenza, che l’attività di intercettazione che ha coinvolto l’allora senatore Esposito fosse univocamente diretta a captare le sue comunicazioni”.
Anziché attivare la procedura di stralcio delle intercettazioni che coinvolgevano Esposito (per chiederne la distruzione), al termine delle indagini Colace chiese il rinvio a giudizio di Esposito indicando tra le fonti di prova 126 intercettazioni riguardanti l’allora senatore, ricorrendo così a ciò che il Csm ha qualificato come “un escamotage” per aggirare la disciplina attuativa del dettato costituzionale.
Per queste ragioni, la sezione disciplinare del Csm ha sanzionato Colace (e la gup che ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio di Esposito, Lucia Minutella) per “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”, sanzione confermata pochi giorni fa dalla Cassazione. Colace è stato punito con il trasferimento a Milano e il passaggio alle funzioni civili. Una carezza, se si considerano i danni patiti da Muttoni ed Esposito.