Salvate la giustizia dai processi infiniti, diceva Pannella

Contro le ingiuste detenzioni e le oppressioni del sistema carcerario, per l’amnistia: fino all’ultimo, una delle battaglie politiche del leader radicale. Il discorso

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16 MAY 26
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(Foto Ansa)

A dieci anni dalla morte di Marco Pannella, avvenuta il 19 maggio 2016 a Roma, abbiamo raccolto alcune testimonianze del suo pensiero e delle sue battaglie che, per qualche decennio, hanno avuto un posto di primo piano nella vita sociale e politica del paese e che ci raccontano ancora oggi il suo modo liberale d’intendere il socialismo, la nonviolenza, il Partito radicale, la lotta per i diritti civili e per una giustizia giusta, l’idea del fascismo vecchio e di quello nuovo vestito da antifascismo. Qui riportiamo ampi passaggi dell’intervento pronunciato da Marco Pannella il 28 luglio 2011 a Roma, durante il convegno “Giustizia! In nome della legge e del popolo sovrano”.
Vedete, anche oggi riproponiamo il problema dell’amnistia, dopo che per più di trent’anni in sede istituzionale e con dibattiti riproposti – gli atti parlamentari lo testimoniano in modo indiscutibile – lo abbiamo indicato come strumento essenziale per interrompere un processo di moltiplicazione all’ennesima potenza dei momenti giudiziari, fino appunto a negarli, come accadeva già dal diritto romano, ma anche nel diritto canonico. L’ho già detto e sono stato equivocato: nella giuridicità dell’Inquisizione, nel potere temporalissimo della Chiesa, del Papato, cosa accadeva? Si dice che l’amnistia veniva concessa “ogni morte di Papa” e questo corrispondeva a saggezza perché era finalizzata a consentire non dico una compattezza, ma certamente almeno una continuità fra l’evento imputato e imputando e il giudizio e quindi fra la verità storica e la verità giudiziaria. C’è un momento nel quale appunto, anche all’interno del diritto canonico, si passa attraverso una sospensione. Il termine Inquisizione è un termine che finalmente nobilita il procedimento di tipo giudiziario e giurisdizionale, invece di lasciarlo confuso in altri, con funzioni o pretese più eterne, senza entrare troppo nel particolare. (…)
Cominciamo con il chiarire: noi diciamo amnistia, e lo ripetiamo da trent’anni, innanzitutto come strumento per i magistrati, per evitare – allora lo dicemmo – che accadesse con la moltiplicazione dei processi penali quello che qualche anno dopo noi prevedevamo sarebbe accaduto per il debito pubblico e subito prendemmo iniziative parlamentari. Ma delle due cose – del pericolo del moltiplicarsi dei processi con l’obbligatorietà dell’azione penale, a tal punto da non essere più gestibili dall’amministrazione della giustizia, e poi della certezza di un automatico esponenziale ingigantirsi del debito pubblico – l’Italia non ha saputo mai nulla ed erano le cause che oggi spiegano la crisi della giustizia e del diritto, della vita del diritto nel nostro paese, e la crisi economica attuale. Oggi il presidente della Repubblica sicuramente sarà andato a sentire che notizie c’erano sui debiti pubblici, nostro e altrui, ma su questo il sessantennale sistema italiano partitocratico, sempre più gravemente tale, e non democratico, non Stato di diritto, non è servito al paese, è stato solo funzionale alla crescita esponenziale di quegli andamenti tendenziali che ci inducevano già all’inizio degli anni 80, con Crivellini, a proporre il 7 per cento di rientro annuale del debito. Nessuno l’ha saputo, tranne noi.
Ugualmente, nessuno sapeva fino a che punto sarebbero arrivati questi processi, con l’obbligatorietà dell’azione penale che va rispettata. Ebbene, siamo arrivati a questo, alla insostenibile situazione attuale. Allora devo dire al ministro Alfano – è noto che io ho avuto simpatia per lui, ho avuto fiducia, Rita Bernardini poi tanta gliene ha fatta, in modo motivato – che l’ultima notizia che ci ha dato, per rincuorare chi gli faceva fiducia, è che nell’anno precedente, limitatamente ai processi civili, c’era stato il 4 o il 5 per cento di riduzione. A quel livello significa che ci vorranno quindici-diciotto anni per riprenderci, mentre però c’è una situazione strutturale che continua a proporre in realtà quello stesso andamento. Allora la nostra proposta è che occorra immediatamente ricorrere ad un’amnistia, quella da “ogni morte di Papa”, quella necessaria per alleviare e rendere di nuovo possibili un minimo di compattezza e direi di contiguità fra l’evento di rilevanza legale e il giudizio. E’ un problema di fondo, di vita, della nostra società. Così semplice! No, nulla. (…)
Allora, cominciamo a dare dei dati precisi. Amnistia e prescrizione, che rapporto c’è? Scusatemi, ma non vi accorgete che sono i pubblici ministeri che realizzano l’amnistia strisciante annuale? I dati del ministero ci dicono che 200.000 all’incirca sono le prescrizioni all’anno e tutti quanti diciamo: questa è un’amnistia vergognosa, di classe... No, stiamo attenti, perché il ministero ci dice anche, per stabilire una media ogni anno, che su 200.000 archiviazioni 140.000 – è la media – le chiedono i pm perché il reato è prescritto. Dunque, una parte sostanziale di quell’amnistia strisciante di massa che è la prescrizione viene operata direttamente dai pm. Sono loro che selezionano i fascicoli, anziché la prescrizione breve o quella lunga, tutta quell’altra storia, che dovrebbe dipendere dal Parlamento! E’ un fatto strutturale, è una necessità vitale. Ma perché questo avviene? Per l’impossibilità sistemica, materiale, di poter perseguire, stando al principio della obbligatorietà dell’azione penale, tutto ciò che si dovrebbe perseguire.
Questo è un lascito post-rivoluzionario napoleonico che la monarchia ha subito raccolto, per amministrare la giustizia come una giustizia di Stato, funzionariale, con il giudice, una parte dei giudici che sono funzionari di Stato, non importa se del Re o della Repubblica. Dopo il fascismo si è stabilito il principio dell’obbligatorietà anche perché continuasse a inverarsi socialmente, sociologicamente, culturalmente questa concezione della giustizia come realtà statuale, statalista, burocratica nel senso migliore della parola; e insieme ad essa il problema di garantire l’indipendenza, problema che si pone con tanta maggiore enfasi soprattutto quando e dove ci sono la realtà di dipendenza oggettiva. Allora si spiega perché poi in Francia si siano un po’ meno preoccupati della indipendenza da garantire, fedeli a quel principio per il quale nemmeno la giustizia deve ritenersi un momento di discendenza divina e sacrale e deve anche essa essere in qualche misura sottoposta al principio democratico e alla concezione dello Stato di diritto, con tutti i guai piccoli o grandi che accadono. (…)
Se noi letteralmente sprechiamo le risorse in procedimenti e processi che non vedranno mai una fine diversa se non la prescrizione (200.000 l’anno in dieci anni sono 2.000.000, più le altre che non si calcolano), si tratta di una cattiva gestione del denaro pubblico. L’amnistia consentirebbe di chiudere questo inutile spreco strutturale, fatale, di danaro e di risorse umane, per impiegarlo più fruttuosamente per i processi che realmente destano allarme sociale e che meriterebbero di arrivare a termine. Ogni procedimento o processo che nasce, anche con la sola apertura di un fascicolo, ma che non si chiude con una sentenza nel merito, è denaro pubblico e tempo buttati via, giustizia distrutta, elusa, strutturalmente impedita. E’ uno spreco enorme! Centinaia di milioni di euro ogni anno in procedimenti e processi che si chiudono necessariamente con la prescrizione. (…)
Per chi dobbiamo pensare alla giustizia? Per la grande maggioranza, per l’immensa maggioranza del piccolo ceto medio, quello popolare, per tutti coloro per i quali avere la prima volta a che fare con la giustizia è già un elemento traumatico; certo, non per quelli che sono degli habitués, quelli che possono insegnare – li conosciamo – ai loro avvocati un po’ tutto, perché sono lì da cinquant’anni, da sessant’anni. Anche se i diritti umani dovrebbero valere anche per loro. E nessuno di loro dovrebbe essere neppure escluso dall’articolo 27 della Costituzione, se la Costituzione fosse tenuta in qualche conto e non fosse, per tutti, ignorata e calpestata. (…)