Tutti i populismi in ballo con il midterm (oltre Trump)

L’America al voto. Trump non piace più tanto, ma neanche i dem. I democratici divisi, i sondaggi che vedono la svolta, i fronti aperti della Casa Bianca. Impossibile prevedere le reazioni del presidente di fronte a una sconfitta

2 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 08:18
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Sostenitori di James Talarico, candidato democratico per un seggio al Senato in Texas (foto Ap)

Se le elezioni statunitensi di questo midterm, chiamate a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera e 35 senatori su 100, fossero elezioni normali – come si spera e come potrebbe essere, ma anche no – bisognerebbe partire dai sondaggi, che naturalmente possono sbagliare. Essi dicono che il voto del 3 novembre porterà Trump e il Partito repubblicano a perdere quasi sicuramente il controllo della Camera (dove i democratici, che oggi hanno 214 rappresentanti, dovrebbero assicurarsene dai 220 ai 240) e molto probabilmente anche quello del Senato, dove coi loro alleati dovrebbero passare da 47 a 51-54 seggi. I democratici dovrebbero inoltre guadagnare alcuni governatori in più fra i trentasei che saranno rieletti.
Tra le cause più citate di questa svolta, che se doppia renderebbe Trump un’“anatra zoppa”, riducendone ma non eliminandone il potere, vi sarebbero l’inflazione, in aumento e mal sopportata, e più in generale la convinzione diffusa che la gestione economica del presidente sia inferiore alle aspettative; il ritorno nel campo democratico di una parte degli ispanici che erano passati in gran numero con Trump nel 2024 e sono ora contrariati dai metodi dell’Ice e dalle espulsioni e non amano il conflitto dell’Amministrazione con la Chiesa cattolica; la delusione per le guerre in medio oriente, che Trump aveva promesso di non fare; e, almeno nelle non più grandi ma ancora esistenti comunità immigrate dall’Europa centro-orientale, l’ostilità alla svolta pro-putiniana.
I repubblicani perderebbero inoltre buona parte del loro consistente vantaggio nel voto maschile, conservando invece quello tra i lavoratori in possesso del solo diploma. Anche la maggioranza dei giovani sarebbe orientata contro Trump, ma non si sa quanti di essi andranno a votare. E soprattutto contro di lui sarebbe ora schierata anche una maggioranza notevole dei senza partito, spesso moderati, e persino alcuni repubblicani, che imputano al presidente i suoi continui e violenti cambi di rotta e i suoi modi di fare.
Sarebbe quindi in atto un processo simile a quanto accaduto in Brasile, dove una parte non grande ma significativa dei conservatori e dei moderati ha prima votato per i propri partiti e poi o non è andata a votare o ha finito col preferire Lula al disprezzato Bolsonaro. Da questo punto di vista, il voto contro Trump esprimerebbe – ancorché paradossalmente visto che rovescerebbe la maggioranza esistente – un desiderio di maggiore stabilità. Se così fosse, sarebbe la conferma che nelle nostre società in difficoltà vi sono da un lato, a destra come a sinistra, potenti spinte “populiste” insoddisfatte e alla ricerca di un miglioramento che non trovano, ma dall’altro anche, e per ragioni che è facile intuire, spinte in senso contrario, disposte a premiare chi sembra capace di assicurare ordine, sicurezza e stabilità.
Se la situazione statunitense di oggi fosse una situazione normale, come occorre augurarsi che sia e forse è, la prudenza consiglierebbe di aggiungere che è opportuno in ogni caso aspettare i risultati. Essi potrebbero non essere quelli pronosticati dai sondaggi non solo per la diversa distribuzione geografica dei votanti, che può sensibilmente alterare un quadro spesso costruito in base alle tendenze generali, ma anche perché se è vero che la popolarità di Trump ha raggiunto di recente col 31-37 per cento il suo punto più basso, quella del Partito democratico in quanto tale non è molto più alta. Anche la maggioranza che dice di essere ora intenzionata a votarlo esprime su di esso un’opinione prevalentemente negativa, solo di pochi punti percentuali superiore a quella che condanna Trump.
Il Partito democratico è inoltre diviso e presenta candidati con programmi, culture e visioni ancora più diversificati di quelli che pure lo caratterizzavano in passato. Basti pensate all’abisso che divide la personalità e le dichiarazioni di Abdul El-Sayed, il candidato dalle posizioni fieramente pro Pal (si è parlato anche di una sua vicinanza ai Fratelli musulmani) che difende un seggio democratico in Michigan, da quelle del cristiano militante James Talarico, che vorrebbe strapparne uno ai repubblicani in Texas. Sempre El-Sayed è ancora impegnato in una dura polemica non contro il candidato repubblicano, ma contro la sua avversaria alle primarie democratiche, testimoniando la tensione interna a un partito che non ha più non tanto un programma quanto un orientamento generale condiviso. Lo ricordano le recenti discussioni sull’utilità del wokismo da un lato, e l’aumento dei candidati che pur correndo per i democratici appartengono a un altro partito, quello socialista democratico di Mamdani, o a gruppi radicali come i justice democrats.
Oltre alle difficoltà economiche e all’instabilità di Trump i repubblicani pagano altre divisioni, per esempio quelle religiose, e sono stati colpiti dalla morte al ritorno da Kyiv del loro senatore Lindsey Graham, filo-ucraino ma capace di dialogare con Trump, nonché dalla debolezza della candidatura della sorella, che potrebbe permettere ai democratici di guadagnare un seggio inaspettato nella Carolina del Sud.
Le sorprese sono quindi possibili, ma quello a cui molti pensano e che è davvero impossibile prevedere è quali saranno le reazioni di Trump a una sconfitta, se la accetterà e come. Un voto per chiedere più stabilità porterebbe cioè al suo contrario, a maggiori tensioni e forse anche a una crisi istituzionale che non sarebbe facile risolvere. Certo, rassicura il fatto che, tranne quella del Presidente, che è un soggetto federale, le elezioni sono negli Stati Uniti condotte e garantite dagli stati, le cui popolazioni eleggono i loro rappresentanti al Congresso. Contestarne i risultati certificati – con poche eventuali eccezioni – da stati anche repubblicani sarebbe quindi molto difficile, ma Trump è Trump, anche se è vero che ha ormai ottant’anni ed è quindi anche solo per questo meno energico e meno credibile anche agli occhi dei suoi sostenitori di quanto non lo fosse sei anni fa. Egli è anche meno popolare perché non è stato in grado di tener fede alle sue promesse e il suo stile e la sua personalità si sono rivelati appunto solo tali e non uno strumento capace di raggiungere dei risultati, facendo emergere con nettezza i loro tratti sgradevoli e controproducenti.
Il quesito su cosa farà Trump dopo elezioni che eventualmente ne riducessero i poteri resta però aperto, e comunque – anche se non contestasse i risultati e quindi la vita politica americana continuasse a scorrere su binari più o meno normali, i suoi poteri resterebbero notevolissimi. Non è quindi escluso che decida di usarli in modo radicale, per esempio in politica estera per conquistare almeno un successo in Iran, riguadagnando prestigio in medio oriente, e imporre la sua pace all’Ucraina, umiliando l’Europa. Dall’altra parte vi continuerà a essere un Partito democratico diviso, senza un programma e, almeno per ora, senza un leader convincente.
La crisi americana è quindi ancora aperta e in pieno svolgimento, ed è una crisi simile a quella europea, ma anche molto diversa da essa. A differenza di noi, gli Stati Uniti continuano infatti ad accrescere da anni la loro ricchezza, specie nelle aree occidentali e nel sud-ovest. Grazie a questa crescita, di dimensioni per noi impensabili, come annunciava qualche giorno fa il New York Times, a San Francisco una famiglia di quattro persone con un reddito annuo di 300.000 dollari ha per esempio diritto a un contributo comunale per i servizi all’infanzia. Le risorse per un’espansione di uno stato sociale che, contrariamente a quanto si crede, già esiste ed è spesso notevole, anche se non omogeneo per le sue forti componenti municipali e statali, ci sono, anche se le tendenze demografiche, le reazioni all’immigrazione e l’emergere di nuove grandi potenze anche tecnologiche suggeriscono che si tratta di una disponibilità passeggera, com’era quella europea degli anni Settanta e Ottanta.
Ciò aiuta a capire la forza della sinistra radicale e del populismo in generale, e sarà anche per questo interessante vedere come andranno a finire alcuni dei referendum che toccano il problema, come la Proposition 40 in California, che chiede l’imposizione di una tassa straordinaria del 5 per cento su patrimoni individuali superiori al miliardo di dollari, una misura che potrebbe avere però, come ammettono anche molti democratici, conseguenze opposte a quelle desiderate. Per finire, va rimarcata la quasi totale assenza della questione “Europa” da un dibattito elettorale che pure tocca anche temi di politica estera (Iran, Gaza, Ucraina e Russia, Cina, America Latina, ecc.), anche se non ne fa il suo centro.