Chiesa
LA FEDE AL VOTO •
Le scuse pubbliche dei vescovi filmati a pregare con Trump
Il 22 ottobre scorso, la Casa Bianca ha diffuso un video in cui si vedono dodici vescovi pregare su e con Trump nello Studio ovale. Apriti cielo: buona parte della stampa cattolica americana, a trazione democratica, ha subito infilzato i presuli, domandando se fosse proprio il caso, a dodici giorni dalle elezioni, di partecipare a quella scena.
27 OTT 26

Roma. “La preghiera potrebbe essere stata sincera. La photo-op era pura politica e sarà usata e manipolata da un presidente e un’Amministrazione che non hanno mostrato alcuna moderazione nel piegare la realtà verso i loro fini”, ha scritto il National Catholic Reporter commentando il caso della preghiera nello Studio ovale che ha visto coinvolti dodici vescovi. Loro ritti in piedi attornianti Donald Trump. Una scena vista e rivista varie volte e Trump non è certo il primo presidente a farlo, ma che oggi, a ridosso delle elezioni di metà mandato, entra nel vivo del dibattito (più intellettuale che popolare, a dire il vero).
I fatti: il 22 ottobre scorso, la Casa Bianca ha diffuso un video in cui si vedono dodici vescovi pregare su e con Trump nello Studio ovale. Apriti cielo: buona parte della stampa cattolica americana, a trazione democratica, ha subito infilzato i presuli, domandando se fosse proprio il caso, a dodici giorni dalle elezioni, di partecipare a quella scena. La Casa Bianca non ci ha pensato due volte prima di diffondere il video: troppo ghiotta l’occasione. Ci dite che non abbiamo alcuna considerazione del Papa di Roma? Che i cattolici sono contro di noi? Ecco dodici vescovi, dodici come gli apostoli, che sono qui a pregare con noi. E subito sciorinava la lista dei presenti: nome e cognome, incarico e città di provenienza. Tra questi, l’arcivescovo di Denver, mons. James Golka, che ha una particolarità: oltre a guidare una diocesi di primo piano, è una delle principali nomine in terra americana fatte da Leone XIV, essendo stato designato lì lo scorso febbraio. E il fatto di essere un vescovo “leonino” gli è stato fatto pesare, tant’è che il giorno dopo la pubblicazione del video incriminato, mons. Golka si è cosparso il capo di cenere quasi si trattasse d’una quaresima anticipata: “Capisco che molte persone abbiano interpretato il video come una manifestazione di sostegno, non era affatto questa la mia intenzione”, ha detto al Denver Catholic, aggiungendo di essere profondamente addolorato dal constatare “che delle persone siano ferite e che ci siano persone che sfruttano intenzionalmente questo momento per alimentare le divisioni”. L’arcivescovo, neanche fosse davanti a un plotone di giureconsulti iraniani, ha dovuto fornire ogni tipo di giustificazione: lui era lì per altri impegni, doveva incontrare i funzionari dell’Ufficio per gli affari religiosi della Casa Bianca, parlare di immigrazione, aborto, libertà religiosa ed educativa. E poi sì, il saluto al presidente. Il vescovo di Milwaukee ha presentato le sue “scuse pubbliche”, spiegando che lui non sapeva nulla di fotografie e registrazioni video. Era lì solo per discutere e pregare. Un esame di coscienza, invece, l’ha fatto il vescovo William Joensen di Des Moines, in Iowa: “Vorrei essere stato più prudente e meno ingenuo”. Ma chi ha organizzato il trappolone? Secondo un altro dei vescovi presenti, mons. Scott Bullock di Rapid City, che comunque ha ricordato come san Paolo nella Lettera a Timoteo dica che è buona cosa pregare per i governanti, la Conferenza episcopale non era all’oscuro ma non avrebbe in alcun modo partecipato alla programmazione del momento. Almeno così ha chiarito Chieko Noguchi, direttrice dell’Ufficio per gli affari pubblici dell’episcopato. Dietro c’è la Heritage Foundation, che con il suo “Progetto 2025” punta a rivoluzionare il governo federale e rafforzare il potere esecutivo: “Ora dispone dell’immagine di una benedizione impartita da vescovi cattolici, qualcosa che non avrebbe mai potuto immaginare di acquistare, neppure disponendo di risorse finanziarie illimitate”, ha osservato il National Catholic Reporter. Donald Trump, finita l’orazione, ha definito i dodici “persone straordinarie”, come a dire: vedete che i cattolici che contano non ce l’hanno con me? I vertici dell’episcopato non erano presenti né hanno commentato. Negli ultimi mesi, e in particolare dopo gli attacchi del presidente al Pontefice (definito “debole sulla criminalità e pessimo sulla politica estera”), le distanze tra la Casa Bianca e la Conferenza episcopale si sono allargate. Immigrazione e guerra all’Iran sono i terreni dove le posizioni sono agli antipodi. Il problema serio per Trump, al di là del dissenso dei vescovi, è che anche tra l’elettorato cattolico prevale la disillusione nei suoi confronti. Non un dettaglio per il presidente che tornò alla Casa Bianca anche grazie al loro voto.
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Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.
