Il “muro rosso” che ha portato il trumpismo al potere sta franando. Ma pure la sinistra ha brutte falle

Trump visita stati che erano considerati sicuri, i candidati repubblicani lo cancellano dalle pubblicità. Ma ci sono almeno due contese che possono negare ai democratici il “double flip”, la riconquista di Camera e Senato. Verso le midterm del 3 novembre
23 OTT 26
Immagine di Il “muro rosso” che ha portato il trumpismo al potere sta franando. Ma pure la sinistra ha brutte falle
Dieci anni fa a novembre in America è caduto un muro, un evento epocale di cui si sentono ancora oggi gli effetti. Non era una barriera fisica come quella che divideva Berlino durante la Guerra fredda, ma era un luogo immaginario della politica: un grande bastione blu, il colore degli stati democratici, che aveva permesso tra l’altro a Barack Obama di arrivare alla Casa Bianca ed era il serbatoio a cui il partito attingeva per cercare di imporsi. Si snodava nella Rust Belt intorno ai grandi laghi e Hillary Clinton nel 2016 fu sconfitta proprio qui, tra Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, aprendo la strada al decennio di Donald Trump in cui siamo ancora immersi. Al Blue Wall si sostituì un Red Wall con le fondamenta più a ovest, negli stati dei Great Plains, e ramificazioni fino all’Iowa e all’Ohio. Joe Biden lo scalfì appena nel 2020, ma il muro rosso non si sgretolò del tutto e contribuì a riportare Trump alla presidenza nel 2024.
Un decennio dopo la svolta storica del 2016, a pochi giorni dal voto delle midterm del 3 novembre, Trump sta cercando disperatamente di tappare le falle che si aprono a ripetizione nella sua diga rossa.
E cerca di fronteggiare quella che si profila come una potente onda blu. Se i sondaggi non mentono – e hanno mentito più volte, specialmente quando si tratta di Trump – i democratici sembrano a un passo dal “double flip”, il ribaltamento del controllo di Camera e Senato, una cosa che non si vedeva dal 2006 (presidenza Bush) e che è avvenuto solo quattro volte dal secondo Dopoguerra a oggi. La sfida delle elezioni di metà mandato del 2026 è tutta qui: riuscirà il presidente a compiere il miracolo di frenare l’onda blu, riducendola a un’alta marea che magari gli costerà solo la Camera, o siamo alla vigilia dell’inizio della fine del trumpismo cominciato dieci anni fa?
Trump e il suo vice J. D. Vance sono impegnati in un frenetico tour de force per mobilitare le demotivate truppe repubblicane in stati rossi che non dovrebbero essere neppure lontanamente sull’agenda degli spostamenti presidenziali a fine ottobre di un anno elettorale: luoghi come Texas, Oklahoma, Kansas, Nebraska, Ohio e su fino all’Alaska. Il tentativo non è solo quello di difendere il Senato, ma anche di aiutare alcuni candidati governatori in fortissima difficoltà (se ne eleggono trentasei su cinquanta), nonché di impedire che i democratici prendano il controllo di parlamenti statali e altre cariche locali in stati fino a oggi considerati sicuri per i repubblicani. Impresa ardua per un presidente con un indice di gradimento in picchiata: l’ultimo sondaggio del New York Times-Siena University indica che soltanto il 36 per cento degli americani approva il suo operato, il punto più basso in tutti i sondaggi dello stesso istituto realizzati in questi anni su di lui (ma Washington Post/Abc lo colloca al 33 per cento e Reuters/Ipsos addirittura al 31 per cento).
La Camera sembra una battaglia persa per il partito oggi di maggioranza e il democratico Hakeem Jeffries sta già ripassando le regole sui compiti che toccano allo Speaker: a gennaio, quando si insedierà il centoventesimo Congresso degli Stati Uniti, il repubblicano Mike Johnson quasi certamente gli passerà il gavel, il martelletto cerimoniale di legno simbolo del controllo dell’emiciclo. I numeri spiegano perché. Oggi la Camera conta 218 repubblicani e 214 democratici, con due seggi vacanti. Ai democratici bastano quattro seggi in più per la maggioranza. Il modello di Decision Desk HQ dà loro il 77 per cento di probabilità e li proietta a 235 seggi.
Eppure un anno fa i repubblicani credevano di aver trovato l’antidoto. Trump aveva spinto gli stati governati dal suo partito a ridisegnare i collegi a metà decennio, una pratica insolita. I calcoli promettevano sedici seggi in più: cinque in Texas, quattro in Florida, due in Ohio, uno a testa in Alabama, Louisiana, Missouri, North Carolina e Tennessee. Poi la guerra delle mappe si è complicata. I tribunali hanno bloccato il Missouri. La California di Gavin Newsom ha risposto con cinque collegi su misura per i democratici, e un giudice dello Utah ne ha creato uno a Salt Lake City. Anche nel Midwest il muro ha mostrato crepe interne: in Indiana il Senato statale, a maggioranza repubblicana, ha detto no alla Casa Bianca, e in Kansas i voti non c’erano. Secondo Axios, nello scenario peggiore il redistricting potrebbe fruttare al Gop un solo seggio netto. Era un ombrello pensato per un temporale, non per un uragano.
A bucarlo è stato soprattutto il voto dei latinos, che nel 2024 Trump sembrava aver conquistato e che ora sembrano in marcia in direzione opposta, soprattutto per la situazione dell’economia, il costo della vita e gli eccessi del trumpismo sulla lotta all’immigrazione clandestina. I repubblicani hanno speso 133 milioni di dollari in spot su quindici distretti ridisegnati che dovevano essere una formalità. Nel sud del Texas, terra di forte voto ispanico, hanno già rinunciato al seggio di Henry Cuellar. Il segnale più inquietante però arriva dall’Iowa, lo stato che Trump ha vinto tre volte. I tre seggi repubblicani sono tutti in bilico, e per il Cook Political Report due pendono già verso i democratici. A Omaha, in Nebraska, è contendibile il seggio lasciato libero da Don Bacon. In Ohio i collegi ridisegnati per strappare due deputati ai democratici potrebbero non fruttarne nessuno.
I trumpiani hanno ridisegnato i distretti contando così su un gruzzolo di seggi: non è andata come speravano
Ai comizi Trump chiede di votare “come se io fossi sulla scheda”. I suoi candidati gli hanno risposto cancellandolo. Il New York Times ha analizzato i dati AdImpact: dal 9 settembre al 17 ottobre i repubblicani hanno speso in spot che nominano il presidente meno di un dollaro ogni cento. Alle primarie erano cinquantacinque. E’ un referendum silenzioso, fatto con i budget televisivi. Sull’Iran, la guerra che ha fatto salire la benzina, martellano solo i democratici, mentre per i repubblicani è il grande imbarazzo del momento.
Tutta l’attenzione nei prossimi giorni si sposta sul campo di battaglia del Senato, dove i generali repubblicani hanno già cominciato alcune ritirate strategiche in luoghi che sanno di non poter più vincere, primi tra tutti la North Carolina e la Georgia. La situazione è più incerta di come la descrivono molti sondaggi e a Trump potrebbe riuscire il colpaccio di mantenere il controllo di questo ramo del Congresso: un risultato che, a questo punto, potrebbe vendersi come una vittoria.
Oggi i repubblicani hanno 53 senatori, i democratici 47. Ai democratici servono quattro seggi in più senza perderne nessuno, perché con un 50 a 50 decide Vance, che del Senato è il presidente. Il modello di Decision Desk HQ dà ai democratici il 56 per cento, l’Economist si spinge fino al 58 per cento: è ancora poco più di un lancio di moneta. A Washington sono convinti che la moneta cadrà in Ohio. “Come va l’Ohio, così va il Senato”, ha detto a Politico uno stratega del mondo Maga, riprendendo un vecchio adagio delle campagne presidenziali dei tempi in cui l’Ohio decideva tutto. L’elezione speciale per il seggio che qui è stato lasciato libero da Vance è già costata 466 milioni di dollari in spot, più di qualsiasi altra corsa tranne il Texas. Jon Husted, nominato per sostituire il vicepresidente, è sotto 44 a 48 contro l’ex senatore democratico Sherrod Brown nell’ultimo sondaggio Marist, anche se altri istituti lo danno di poco avanti. Nel suo partito lo demoliscono a microfoni spenti: “Sembra un quarterback, parla come un quarterback, ma si comporta da portaborracce”. Il muscoloso Husted, è l’accusa dei suoi, sta conducendo la peggiore campagna di tutti i candidati repubblicani e Trump nei suoi comizi continua a fare bizzarre riflessioni sul fisico del candidato, sui suoi muscoli e il suo sedere: nessuno ha capito se siano complimenti o manifestazioni di disprezzo.
Dietro l’Ohio c’è il resto del muro. In Iowa, Kansas e Nebraska i repubblicani difendono seggi che un anno fa nessuno metteva in discussione. In Kansas il pastore metodista Adam Hamilton è avanti in tre sondaggi sul senatore Roger Marshall. In Texas James Talarico tiene testa a Ken Paxton grazie al voto ispanico.
Eppure il muro potrebbe reggere. I repubblicani citano volentieri un precedente. Nel 2018 i democratici conquistarono 41 seggi alla Camera ma al Senato ne persero quattro, in North Dakota, Missouri, Indiana e Florida. L’onda travolse i sobborghi e si infranse sugli stati rurali. Anche Tim Ryan, che in Ohio perse contro Vance nel 2022, frena: qui un democratico deve essere avanti di cinque o sei punti per vincere, perché l’Ohio alla fine chiude sempre a destra. E i democratici hanno un punto debole in casa propria: il Michigan.
L’Ohio riacciuffa la fama di stato cruciale per il Senato. Ma i democratici in Michigan si giocano quasi tutto
Per gli analisti indipendenti del Cook Report è l’unico seggio democratico davvero in bilico, e per il partito vale più di un seggio. Decision Desk HQ lo dice con un numero: se Mike Rogers lo conquista, le probabilità repubblicane di tenere il Senato salgono all’80 per cento. Rogers, ex presidente della commissione Intelligence della Camera, nel 2024 perse contro Elissa Slotkin per meno di mezzo punto. Questa volta, per il seggio lasciato libero da Gary Peters, affronta Abdul El-Sayed, medico, figlio di immigrati egiziani, che ad agosto ha vinto le primarie con un punto di margine sulla moderata Haley Stevens. Negli ultimi sondaggi El-Sayed è avanti di quattro punti, ma la corsa potrebbe stringersi. In Michigan i repubblicani recuperano spesso nelle ultime settimane.
La posta in gioco è il 2028. El-Sayed non è iscritto ai Democratic Socialists of America, ma il loro movimento lo ha adottato, e Bernie Sanders gli fa da padrino. Se vince, l’ala che ha portato Zohran Mamdani al municipio di New York avrà la prova che i suoi candidati vincono anche negli stati in bilico, e la strada di Alexandria Ocasio-Cortez verso le primarie si spiana. Se perde, e con lui il Senato, i moderati avranno il colpevole già pronto. Il regolamento di conti comincerebbe la mattina del 4 novembre, proprio quando si apre la corsa alla Casa Bianca.