Esteri
Nuovo medio oriente •
Altro che Patto della Mecca. Sotto attacco degli Houthi, Riad guarda a Tel Aviv
Bin Salman non vuole tornare in guerra con lo Yemen ma non può permettere che Hormuz e Bab al-Mandeb diventino permanentemente vulnerabili. "Gli israeliani possono mettere a disposizione un enorme know-how in intelligence", ci dice Eyal Zisser, docente di Storia del medio oriente all’Università di Tel Aviv
17 SET 26

Foto Ap, via LaPresse
Tel Aviv. “Che fine hanno fatto Turchia e Pakistan – cioè gli altri due paesi firmatari del Patto della Mecca, l’accordo di difesa trilaterale firmato dalle tre maggiori nazioni musulmane – nel momento del bisogno dell’Arabia Saudita?”. Ne discute con il Foglio Eyal Zisser, docente di Storia del medio oriente all’Università di Tel Aviv, ex direttore del Moshe Dayan Center for Middle Eastern Studies e preside della Facoltà di Humanities. “Come era chiaro sin dall’inizio, si è trattato solo di un’alleanza ‘simbolica’, per non dire retorica. Così come gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere interessati a intervenire in medio oriente solo quando si sentono direttamente minacciati, ma senza più rischiare le conseguenze di un intervento boots on the ground, come sarebbe necessario in Iran e in Yemen, dopo il tentativo di escalation da parte degli Houthi nei confronti dei sauditi, ora in grado di contare solo sugli alleati regionali, uniti dalla stessa minaccia”. Washington non ha abbandonato Riad, ma non sembra disposta a concedere un intervento militare diretto come richiesto dal principe ereditario Mohammed bin Salman. Ed è proprio nello scarto tra la garanzia di sicurezza attesa e quella effettivamente concessa che oggi emerge la vulnerabilità saudita. Nelle ultime settimane, infatti, il gruppo yemenita ha colpito numerosi obiettivi sauditi, ferendo molti civili e cercando di mettere sotto pressione le esportazioni petrolifere del Regno, costringendo Riad a chiudere temporaneamente un oleodotto strategico che consente al greggio di raggiungere il Mar Rosso aggirando lo Stretto di Hormuz.
Bin Salman non vuole tornare in guerra con lo Yemen, dove ha combattuto per anni senza riuscire a sconfiggere gli Houthi, ma non può permettere che Hormuz e Bab al-Mandeb diventino permanentemente vulnerabili. Soprattutto perché Vision 2030 presuppone un Regno stabile e sicuro, e un conflitto permanente ne minerebbe le fondamenta. Per questo, per anni, ha investito enormemente nel rapporto con gli Stati Uniti, soprattutto nella relazione personale con l’attuale presidente Donald Trump, confidando che questa partnership avrebbe garantito protezione proprio in una crisi di questo genere. Tuttavia, Washington – già impegnata con l’Iran, con una marina sotto pressione e scorte di munizioni in diminuzione – ora sembra non essere in grado di aprire un altro fronte.
Ed è qui che compare Israele: “Pur non potendo garantire il supporto militare che solo gli americani potrebbero offrire, gli israeliani possono mettere a disposizione un enorme know-how in intelligence, anche perché è nei nostri stessi interessi contenere la minaccia degli Houthi. Va da sé che, se questi dovessero attaccarci di nuovo, si svilupperebbe una collaborazione più concreta e immediata”, continua Zisser. Israele e Arabia Saudita starebbero già discutendo, attraverso la mediazione di Centcom, il comando unificato delle Forze armate americane per le operazioni in medio oriente, una cooperazione sul modello di quella in vigore con gli Emirati. Parallelamente, Riad cerca sostegno britannico ed europeo e discute con l’Egitto di sicurezza e libertà di navigazione nel Mar Rosso.
La fotografia più interessante di questa nuova geometria, però, arriva dalla Germania. Come confermato da Centcom, la scorsa settimana i vertici militari di Stati Uniti, Israele e sette paesi arabi si sono incontrati segretamente in un resort sciistico. Attorno allo stesso tavolo sedevano l’ammiraglio Brad Cooper, il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir e i comandanti di Arabia Saudita, Emirati, Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania ed Egitto con sauditi e qatarioti – che non hanno alcuna relazione diplomatica con Israele – seduti con il comandante dell’Idf a discutere di sicurezza regionale. Gli interessi di Riad, Doha, Abu Dabi, Ankara e Gerusalemme restano divergenti e lo stesso Patto della Mecca ha mostrato quanto possano essere fragili le alleanze sulla carta, quando arriva il momento di trasformarle in intervento militare. Ma qualcosa sta cambiando: “Israele possiede tutte le capacità di cui i sauditi necessitano: difesa antimissile, intercettazione dei droni ed early warning. La normalizzazione saudita-israeliana rischia così di essere anticipata dai fatti: prima ancora di aprire ambasciate, la minaccia comune sta già producendo una cooperazione internazionale. Non siamo ancora davanti a un medio oriente post-americano, ma a uno in cui l’America prova a passare dal ruolo di protettore esclusivo a quello di coordinatore regionale. E ora Riad, scottata dalla scoperta che nessuna garanzia è assoluta, diversifica la propria assicurazione sulla vita”.