Il Patto della Mecca è un complesso calcolo di interessi

L'accordo fra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia sembra più un’alleanza dettata da opportunismo che da valori, obiettivi e strategie. Le strade, le divisioni, i possibili allargamenti e la tensione fra Ankara e Israele
26 AGO 26
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Recep Tayyip Erdogan, Mohammed bin Salman e Shehbaz Sharif firmano un accordo trilaterale di difesa congiunta a La Mecca, in Arabia Saudita, il 7 agosto scorso (Getty Images)

Tel Aviv. Il Patto della Mecca, stipulato il 7 agosto tra le tre potenze sunnite Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, è sicuramente una delle evoluzioni più interessanti dei nuovi assetti regionali nell’era dell’indebolimento della mezzaluna sciita e della contesa tra rivali per riempirne il vacuum. Ma quanto è dichiarazione di intenti e quanto rappresenta una capacità di minaccia concreta, dal punto di vista israeliano?
Innanzitutto, chi sono i rivali nei nuovi assetti regionali: per Israele, in primis la Turchia, con cui dal 7 ottobre 2023 continua ad alzarsi il livello dello scontro, pur senza essere mai arrivati all’interruzione dei rapporti diplomatici risalenti al 1949. Il raid dell’Idf alla base siriana Abu al Duhur, a 70 chilometri dal confine con la Turchia, in cui Israele ha rivendicato di avere mandato un messaggio contro il rafforzamento della presenza turca in loco; il mandato di cattura contro Netanyahu emesso come immediata risposta di Erdogan; la rivalità tra i due paesi non solo sul suolo siriano e nel Mediterraneo (con un sempre maggiore avvicinamento israeliano a Grecia e Cipro), ma anche nel Corno d’Africa, dove Gerusalemme compete con Ankara – il Camp TURKSOM a Mogadiscio è la più grande base militare turca fuori dalla madrepatria – stabilendo una presenza militare nel Somaliland, entità secessionista riconosciuta solo da Israele nel mondo: tutti questi sono elementi di una escalation ampiamente dichiarata, contro cui Erdogan cerca di proiettare il peso del Patto della Mecca, soprattutto in vista di un medio oriente abbandonato dall’arbitro maximo Donald Trump che per ora riesce a equilibrare tra i due nemici che per lui sono entrambi alleati.
Trump per ora fa da arbitro e riesce a equilibrare Turchia e Israele, nemici fra loro ma alleati con gli americani
Dal punto di vista dei firmatari del Patto della Mecca, i rivali sono molteplici. Secondo Mohammed Wattad, professore di diritto e presidente del Ramat Gan Academic College, “nel sofisticato gioco degli scacchi del medio oriente, il bersaglio principale del triangolo saudita-turco-pakistano non è Israele, bensì Teheran. Quando Riad contrappone all’Iran una muraglia sostenuta dalla tecnologia militare turca e dall’ombrello nucleare pakistano, questo porta a un ribilanciamento della deterrenza regionale di cui beneficia anche Israele”. La tesi di Wattad è che il patto consenta a Gerusalemme “una posizione di osservazione strategica super partes”. “Un capitano saggio sa come navigare usando il vento degli altri”, dice Wattad citando un proverbio turco.
Nell’alleanza tra i tre paesi sunniti, Riad è l’unico arabo, il che le serve anche per ragioni di immagine, per posizionarsi come leader indiscusso del campo arabo-sunnita, mentre la sua cooperazione strategica con Israele continua sottobanco, evidenzia Wattad. Solo nei mesi scorsi i tre paesi avevano istituito anche con l’Egitto una piattaforma di sicurezza regionale al di fuori dell’influenza diretta occidentale, un meccanismo noto come Step – acronimo di Saudi Arabia, Turkey, Egypt, Pakistan. Seppure il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha più volte dichiarato che presto anche l’Egitto sarà nel Patto di Mecca, ci sono diverse ragioni per cui, al momento, la E è rimasta fuori.
Una parte della spiegazione è legata alla competizione tra Riad e il Cairo. Il mediorientalista Pinchas Inbari scrive che “l’Egitto si reputa ancora ‘Umm al Dunya’, la madre del mondo, e non si affretta ad aderire alle iniziative degli altri”. Inbari evidenzia altri motivi ideologici per cui questa prospettiva potrebbe essere lontana: al Sisi si ricorda bene che Ankara sostenne il governo dei Fratelli Musulmani, che lui rovesciò nel 2013.
C’è poi un vincolo pratico determinante: l’Egitto dipende ancora fortemente dagli aiuti militari americani da 1,3 miliardi di dollari annui e non può permettersi di apparire in un campo percepito come possibilmente ostile a quello che è ancora l’alleato principale mediorientale degli Stati Uniti, Israele, con cui pure, nonostante la difficoltà della pace fredda dal 1979, intrattiene rapporti strategici di primo piano, specie alla luce del ruolo egiziano nel Piano Trump per Gaza.
Una lunga analisi del centro di studi strategici Inss identifica tre scenari principali rispetto alla nuova alleanza: il mantenimento dello status quo, quindi un’azione puramente dichiarativa di deterrenza; l’intensificarsi della cooperazione militare del triumvirato sunnita e, lo scenario più preoccupante, l’estensione dell’alleanza ad altri stati, tra cui l’Egitto, considerata attualmente meno probabile. “Israele deve evitare di opporsi apertamente all’alleanza rischiando di rafforzarne la coesione”, scrivono gli analisti Yoel Guzansky e Gallia Lindenstrauss, esperti rispettivamente di Golfo e Turchia.
In sostanza, il Patto viene visto da Gerusalemme più come uno strumento di soft power che una dichiarazione di guerra, consapevoli che le tre potenze sunnite non siano veramente intenzionate a scendere in campo l’una per l’altra.
Un esempio molto recente è il fatto che l’Arabia Saudita e il Pakistan avevano già firmato nel settembre 2025 un Accordo strategico di mutua difesa che include una clausola di difesa reciproca in stile Nato. Ma non si è visto soccorso pakistano a Riad dopo le aggressioni iraniane – un’arena, anzi, in cui Islamabad fa da mediatore – né tantomeno contro gli houti, che anche dopo la firma del Patto stanno creando non pochi problemi ai sauditi sul Mar Rosso e agli asset di Aramco. D’altro canto, la Turchia pure si era affrettata a consolidare i rapporti militari con il Qatar quando questo fu boicottato dal Consiglio del Golfo tra il 2017 e il 2021 a causa della sua affiliazione ideologica alla Fratellanza musulmana, e mantiene da allora una presenza stimata tra i 3.000-5.000 soldati in loco. Ma non si sono viste azioni di soccorso né dopo il raid senza precedenti di Gerusalemme a Doha l’anno scorso né dopo le rappresaglie di Teheran contro infrastrutture energetiche qatarine.
Anche Hussain Abdul Hussain, analista iracheno-libanese della Foundation for Defense of Democracy, esprime scetticismo sull’efficacia del Patto. “L’Arabia Saudita è l’ottavo paese al mondo per spese militari, possiede centinaia di F-15, F-16 e F-18, si trova nel momento più rischioso dalla sua fondazione negli anni ‘30”, ha detto in una intervista a I24News. “Di certo non potranno salvarla il Pakistan, la cui dotazione missilistica non può raggiungerla per difenderla, né di certo la Turchia, che è sua storica rivale”. Solo nel teatro siriano – la storica provincia ottomana della “Grande Siria” – le ambizioni di Erdogan confliggono con quelle di Mohammad bin Salman, che invece spinge all’avvicinamento di Ahmed al Sharaa con Israele, come dimostra anche l’incontro fra il capo del Mossad e il ministro degli esteri siriano dopo il raid ad Abu al Duhur.
In Siria, le ambizioni di Recep Tayyip Erdogan confliggono con quelle di Mohammed bin Salman
Molte delle possibili evoluzioni del Patto saranno dettate anche dall’esito delle urne in Israele, l’unico paese tra i contendenti regionali in cui si svolgono elezioni libere, e soprattutto dal futuro della presenza militare statunitense nell’area. Allo stato attuale, la valutazione di Gerusalemme rispetto al nuovo triunvirato sunnita sembra più inquadrata nella logica delle alleanze basate sul concetto “il nemico del mio nemico è mio amico”: alleanze opportunistiche e non fondate su convergenze di valori, che storicamente si dimostrano precarie.