La diplomazia con Putin è viziata da un errore di lettura. Le mire russe sul controllo di Kyiv

Witkoff e Kushner parlano di posizione negoziale, il presidente russo non ha mai smesso di rispondere con le “cause profonde”: denazificazione e smilitarizzazione dell’Ucraina. L’approccio europeo che può (e deve) cambiare

9 SET 26
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Witkoff e Kushner con Zelensky a Kyiv, il 6 settembre scorso, dopo il viaggio a Mosca (Getty)

L’ennesima visita di Steve Witkoff e Jared Kushner in Russia, seguita dalla loro prima missione a Kyiv, non ha sostanzialmente cambiato nulla né nella dinamica del conflitto né nelle prospettive di un cessate il fuoco e di un congelamento del fronte. Non è un risultato sorprendente. Ciò che continua a essere interpretato come un fallimento della diplomazia è, più profondamente, il risultato di un errore strategico: l’occidente continua a cercare di negoziare una guerra senza aver compreso fino in fondo gli obiettivi per i quali la Russia la sta combattendo.
Anche questa volta Mosca ha ripetuto che per arrivare a una soluzione del conflitto è necessario affrontarne “le cause profonde”. In occidente questa formula viene spesso trattata come una generica posizione negoziale, ma per il Cremlino ha un significato molto più preciso che viene definito con le parole “denazificazione” e “demilitarizzazione” dell’Ucraina, che tradotte dal linguaggio propagandistico russo in termini politici concreti, significano riportare Kyiv sotto il controllo di Mosca e impedire all’Ucraina di esistere come stato realmente sovrano, libero di determinare autonomamente il proprio futuro.
Da questa premessa bisogna ripartire per comprendere perché la strategia occidentale degli ultimi anni non abbia prodotto il risultato sperato. Per quasi cinque anni, gli aiuti militari all’Ucraina e le sanzioni contro la Russia sono stati aumentati gradualmente, nella convinzione che il deterioramento progressivo delle condizioni economiche e militari avrebbe modificato il calcolo strategico del Cremlino. E così l’occidente ha applicato alla Russia una logica di costi e benefici tipicamente occidentale, immaginando che l’aumento delle perdite economiche, delle difficoltà interne e dell’isolamento internazionale avrebbe inevitabilmente spinto Mosca a modificare i propri obiettivi. Il problema, quindi, non è che l’occidente non abbia esercitato pressione sulla Russia, ma che abbia costruito la propria strategia sull’aspettativa che Putin avrebbe reagito alla pressione nello stesso modo in cui reagirebbe un leader occidentale. Putin ha invece dimostrato di essere disposto a sostenere costi molto più elevati di quelli previsti.
Il primo passo per cambiare approccio consiste nel riconoscere la natura reale del conflitto. La guerra non è principalmente una guerra per il territorio e trattarla come se il suo nodo centrale fosse la questione del Donbas rischia di far perdere di vista l’obiettivo strategico fondamentale della Russia. Il Donbas è certamente importante dal punto di vista militare, economico e simbolico, ma non è lì che si trova la ragione ultima dell’invasione. La questione centrale è Kyiv, perché il controllo del territorio senza il controllo politico dell’Ucraina non risolverebbe il problema che Mosca ritiene di avere con l’esistenza di uno stato ucraino indipendente e integrato nel sistema politico, economico e di sicurezza occidentale.
La Russia ha bisogno di mantenere aperto il canale con Washington e di presentarsi come un attore razionale e con cui poter negoziare, soprattutto agli occhi dell’Amministrazione Trump. In questo contesto, la questione del Donbas offre a Mosca un terreno apparentemente concreto sul quale costruire una narrazione negoziale: esistono territori contesi e, quindi, teoricamente, la possibilità di un compromesso. Ma questa semplificazione rischia di diventare un diversivo rispetto al vero obiettivo strategico russo.
La domanda che l’occidente dovrebbe porsi è semplice: se la Russia conquistasse completamente il Donbas, perché dovrebbe fermarsi? Dal punto di vista di Mosca, la conquista del Donbas non rappresenterebbe soltanto un successo territoriale. Significherebbe eliminare una delle principali linee difensive costruite dagli ucraini a partire dal 2014 e ottenere un accesso più favorevole verso il resto del paese. Una volta superata quella barriera, perché il Cremlino dovrebbe rinunciare all’obiettivo che persegue fin dall’inizio della guerra, cioè imporre la propria volontà politica a Kyiv?
È per questo che finché continueremo a costruire le nostre strategie sulla convinzione che una soluzione territoriale possa risolvere il conflitto, rischieremo di preparare risposte a una guerra diversa da quella che Mosca sta effettivamente combattendo.
Questa considerazione porta direttamente alla seconda grande trasformazione del conflitto. La guerra si sta avviando verso una nuova fase di escalation, ma questa escalation potrebbe non verificarsi principalmente sul territorio ucraino.
In Ucraina i margini per una vera escalation convenzionale sono ormai limitati. La Russia ha già impiegato gran parte degli strumenti disponibili e continua a intensificare gli attacchi missilistici e balistici soprattutto perché sa che l’Ucraina soffre una crescente carenza di intercettori. Questo aggrava drammaticamente la situazione della popolazione civile e delle infrastrutture, ma non modifica il dato fondamentale sul campo di battaglia: la capacità russa di colpire le città ucraine non si è tradotta in una svolta decisiva lungo la linea del fronte. Gli avanzamenti territoriali rimangono limitati e vengono ottenuti a un prezzo altissimo in termini di uomini e materiali.
Parallelamente, l’Ucraina ha aumentato la propria capacità di colpire in profondità la struttura logistica e industriale russa. Gli attacchi a medio e lungo raggio puntano a interrompere le catene di rifornimento nei territori occupati e a colpire raffinerie e industrie che contribuiscono direttamente o indirettamente alla macchina bellica russa.
Il risultato è una guerra nella quale Mosca non riesce a ottenere una vittoria decisiva, ma non mostra alcuna intenzione di accettare un congelamento del fronte. Di fronte a questa realtà, Putin ha due possibilità: negoziare lungo l’attuale linea di contatto oppure cercare una nuova escalation capace di modificare il contesto strategico nel quale la guerra viene combattuta.
L’ultima missione diplomatica di Witkoff e Kushner ha ulteriormente confermato quanto sia lontana la prima opzione. La possibilità di una nuova escalation diventa quindi sempre più rilevante e il luogo nel quale questa potrebbe manifestarsi non è necessariamente l’Ucraina, ma l’Europa.
Questo non significa che la Russia stia necessariamente preparando un’invasione convenzionale del continente. Un’escalation può assumere forme diverse dagli attacchi con i droni (che stanno già avvenendo) alle azioni capaci di testare la capacità degli stati europei di reagire in modo coordinato. L’obiettivo potrebbe essere quello di testare la credibilità della deterrenza europea e la tenuta dell’Articolo 5 della Nato.
Una crisi diretta con l’Europa potrebbe inoltre offrire a Putin un importante vantaggio sul piano interno. Dopo quasi cinque anni di guerra, una nuova ondata della mobilitazione di 300 o 500 mila soldati sarebbe sempre più difficile da giustificare alla popolazione russa come semplice necessità per continuare a combattere contro l’Ucraina. Per il Cremlino sarebbe politicamente più semplice presentarla come una risposta a una minaccia più ampia ed esistenziale, quella rappresentata dall’Europa e dalla Nato.
In questo quadro deve essere considerato anche il progressivo indebolimento della percezione della deterrenza della Nato. Negli ultimi anni, e in particolare con Trump, la credibilità dell’impegno americano nella difesa europea è stata messa in discussione molto più apertamente rispetto al passato. Ciò che conta non è necessariamente se questa percezione sia corretta, ma il modo in cui viene interpretata dal Cremlino. Se Mosca ritiene che, nel caso di un attacco limitato contro i paesi baltici, gli Stati Uniti possano esitare o cercare di evitare un confronto diretto, allora la tentazione di testare l’Articolo 5 aumenta.
A questo si aggiunge la convinzione russa di avere sviluppato un vantaggio significativo nella guerra moderna rispetto agli europei, soprattutto nell’utilizzo dei droni. E questa convinzione non è completamente priva di fondamento. Il campo di battaglia ucraino ha rappresentato un enorme laboratorio della guerra contemporanea, offrendo non solo all’Ucraina ma anche alla Russia un’esperienza diretta di una guerra ad alta intensità che nessun esercito europeo possiede nella stessa misura. Mosca ha adattato le proprie tattiche, sviluppato nuove tecnologie, aumentato la produzione industriale e accumulato un patrimonio di esperienza militare che potrebbe essere utilizzato anche al di fuori dell’Ucraina.
È in questo contesto che devono essere letti gli attacchi attraverso droni con esplosivo e i casi di sabotaggio attribuiti alla Russia, compreso il caso di Lipsia/Halle, insieme alla crescente aggressività della retorica del Cremlino. Quando Sergei Lavrov commenta la reazione tedesca alle accuse contro Mosca affermando che, se Berlino ritiene che dietro a un attacco ci sia la Russia, allora significa che ci si trova davanti a una guerra reale, non sta semplicemente partecipando a una disputa diplomatica, sta contribuendo a normalizzare l’idea di uno scontro diretto tra Russia ed Europa.
La terza direzione della strategia russa è strettamente collegata alle prime due ed è forse quella che l’Europa continua maggiormente a sottovalutare: la Russia punta alla disintegrazione politica dell’Unione europea.
In questo contesto deve essere letta la capacità della Russia di trovare interlocutori politici in diverse famiglie ideologiche europee. Da una parte vi sono le forze della destra radicale e sovranista, dall’AfD in Germania a Marine Le Pen in Francia, fino alle posizioni rappresentate in Italia da Roberto Vannacci e da settori della destra populista e sovranista. Dall’altra parte esistono posizioni filorusse e fortemente contrarie al sostegno militare a Kyiv in settori della sinistra europea, dalla Linke in Germania alle posizioni di Jean-Luc Mélenchon in Francia, fino al Movimento 5 stelle in Italia.
Naturalmente, queste forze politiche hanno storie, programmi e posizioni molto diverse tra loro e sarebbe semplicistico trattarle come un blocco unico. Ma dal punto di vista strategico del Cremlino, ciò che conta non è l’identità ideologica degli interlocutori, bensì l’effetto politico che determinate posizioni possono produrre. Se una parte significativa del sistema politico europeo chiede di ridurre o interrompere gli aiuti militari all’Ucraina, rallentare il processo di riarmo europeo e ostacolare una maggiore integrazione politica, il risultato coincide con gli interessi strategici della Russia.
L’obiettivo minimo di Mosca è fermare gli aiuti militari all’Ucraina. Quello più ambizioso è impedire che la guerra produca come conseguenza una maggiore integrazione europea e la nascita di un’Europa militarmente più forte e politicamente più autonoma.
Se questa è la realtà, allora deve cambiare anche l’approccio europeo alla guerra. Bisogna finalmente ammettere che finché Putin rimarrà al Cremlino, è difficile immaginare che la guerra si fermi spontaneamente e la stabilità dell’economia russa rimane una delle condizioni fondamentali che permettono al regime di restare in piedi.
Ormai si è perso il conto dei pacchetti di sanzioni adottati dall’Unione europea. Siamo ben oltre venti, ma questo numero non rappresenta necessariamente un segno di forza. Può essere interpretato anche come il simbolo della cautela eccessiva con cui l’Europa ha affrontato il problema. Ogni nuovo pacchetto ha seguito sostanzialmente la stessa logica – introdurre nuove misure gradualmente e aumentare progressivamente la pressione. Però questo approccio ha lasciato il tempo alla Russia di adattarsi. E così Mosca ha trovato nuovi mercati, costruito nuove catene di approvvigionamento e trasformato progressivamente la propria economia in un’economia di guerra.
Nel frattempo, l’Europa ha continuato ad acquistare enormi quantità di gas naturale liquefatto russo. Interrompere completamente questi acquisti avrebbe certamente un costo e potrebbe produrre un aumento dei prezzi dell’energia. Ma è necessario smettere di fingere che l’alternativa sia non pagare alcun prezzo. Un prezzo lo stiamo già pagando. Gli ucraini lo pagano in vite umane e l’Europa rischia di pagarlo sempre di più in termini di sicurezza e instabilità.
Per questo continuare con piccoli pacchetti delle sanzioni incrementali non è più sufficiente. E’ necessario utilizzare tutti gli strumenti sanzionatori disponibili in una strategia unica e coerente con l’obiettivo di colpire realmente la tenuta economica della Russia causando il suo crollo.
La seconda decisione riguarda gli asset russi congelati. Piu di 200 miliardi di euro di beni russi immobilizzati in Europa devono essere utilizzati per finanziare direttamente la difesa dell’Ucraina, permettendo a Kyiv di disporre di una capacità finanziaria più stabile e meno dipendente dalle oscillazioni politiche delle capitali europee.
Questa decisione non dovrebbe essere rinviata, soprattutto considerando ciò che potrebbe accadere nel 2027, quando diversi paesi europei affronteranno importanti appuntamenti elettorali. Il rischio che forze di destra radicale, populiste o contrarie al sostegno militare a Kyiv arrivino al governo in alcune capitali è reale e, in quel contesto, continuare a finanziare l’Ucraina attraverso nuovi prestiti europei o decisioni politiche che richiedono accordi sempre più complessi potrebbe diventare molto più difficile.
Se la Russia continua a perseguire il controllo politico dell’Ucraina, se prepara nuove forme di escalation contro l’Europa e se lavora contemporaneamente per dividere e indebolire l’Unione europea, allora anche la risposta europea deve cambiare. Il gradualismo deve lasciare spazio a una strategia costruita sulla realtà degli obiettivi russi e non sulla speranza che il Cremlino, prima o poi, decida di comportarsi secondo la nostra logica.
Il vero negoziato non inizierà quando l’occidente troverà il formato diplomatico giusto o quando verrà presentata una nuova proposta territoriale. Sarà possibile soltanto quando crollerà il sistema economico russo.