Esteri
l'intervista •
Tutti gli ostacoli alla consegna delle armi di Hezbollah e Hamas
Per la prima volta dal 7 Ottobre, il medio oriente si trova davanti a un'ipotesi che fino a pochi mesi fa sembrava irrealistica: il disarmo simultaneo delle principali milizie sostenute dall'Iran. Parla Amit Segal, esperto di politica israeliana, anchorman di Canale 12 ed editorialista di Israel HaYom
6 AGO 26

Armi appartenenti ad Hamas sequestrate dall'esercito di Israele - foto LaPresse
Tel Aviv. Per la prima volta dal 7 Ottobre, il medio oriente si trova davanti a un'ipotesi che fino a pochi mesi fa sembrava irrealistica: il disarmo simultaneo delle principali milizie sostenute dall'Iran, Hamas nella Striscia di Gaza e Hezbollah in Libano. Due processi distinti, ma strettamente collegati, che potrebbero rappresentare il tentativo di trasformare il successo militare israeliano in un nuovo equilibrio politico regionale. Sul tavolo c'è il piano elaborato dal Board of Peace per Gaza, basato sulla cornice negoziale proposta dall'Amministrazione Trump. L'obiettivo è smantellare l'apparato militare di Hamas, consegnando armi leggere e pesanti, depositi, tunnel e impianti di produzione a una forza internazionale di stabilizzazione e, successivamente, a un comitato tecnocratico palestinese incaricato di amministrare la Striscia. In teoria, al termine del processo dovrebbe valere il principio: "Una sola autorità, una sola legge, una sola arma".
Come spiega al Foglio Amit Segal, esperto di politica israeliana, anchorman di Canale 12 ed editorialista di Israel HaYom, "è proprio su quest'ultimo punto che emergono le maggiori perplessità da parte israeliana. Il documento prevede, infatti, il disarmo delle armi pesanti e la neutralizzazione dei tunnel, ma lascia le cosiddette 'armi personali' sotto la giurisdizione della futura legislazione palestinese. Una formulazione volutamente ambigua, che alimenta il timore che Hamas possa rinunciare al governo formale senza perdere realmente il controllo del territorio, riciclando parte del proprio arsenale all'interno delle future forze di sicurezza". Anche la tempistica divide le parti. Israele insiste affinché il disarmo preceda qualsiasi ritiro dell'Idf dalla Striscia. Hamas sostiene il contrario: nessuna consegna delle armi prima del ritiro israeliano. "È uno scontro tanto sostanziale quanto simbolico – dice Segal – Per Hamas sarebbe politicamente devastante mostrare i propri uomini consegnare le armi a Israele; da qui l'idea di affidare il processo a una forza internazionale. Per il governo Netanyahu, invece, qualsiasi ritiro prima dello smantellamento dell'organizzazione rischia di trasformarsi in una perdita di leva negoziale". Dietro la disputa tecnica si nasconde un problema più profondo: la totale assenza di fiducia reciproca: "Israele teme che Hamas possa cambiare veste senza perdere realmente capacità militare, mentre Hamas cerca di evitare un'immagine di resa che comprometterebbe la propria legittimità nel mondo palestinese".
Lo stesso principio starebbe emergendo anche sul fronte libanese: "L'enorme esplosione che ha distrutto il complesso sotterraneo di Beaufort, storico centro operativo dell'unità Bader di Hezbollah, non rappresenta soltanto una risposta militare alla violazione del cessate il fuoco dopo il lancio di un drone contro le forze israeliane. È soprattutto un messaggio politico: Israele intende impedire che Hezbollah conservi le infrastrutture necessarie per ricostruire la propria capacità offensiva, anche nell'eventualità di un futuro accordo diplomatico". Per anni Hezbollah ha costruito nel Libano meridionale una rete di bunker e tunnel finanziata dall'Iran. Distruggere queste infrastrutture significherebbe ridurre drasticamente la possibilità che il gruppo possa tornare a progettare un'invasione della Galilea.
Come fugge una spia
In entrambi i contesti la questione non è soltanto eliminare migliaia di fucili o chilometri di tunnel, ma decidere chi deterrà il monopolio della forza una volta terminata la guerra: "Se Hamas e Hezbollah dovessero rinunciare davvero alla propria struttura militare, l'intero asse regionale costruito dall'Iran negli ultimi vent'anni subirebbe il colpo più duro della sua storia", dice Segal. Resta però l'incognita politica. Netanyahu si trova ormai a ridosso della campagna elettorale e ogni concessione territoriale rischia di trasformarsi in un costo interno. Ma senza un compromesso sulla sequenza tra disarmo e ritiro, "difficilmente qualsiasi accordo potrà entrare nella fase operativa. Paradossalmente, il principale ostacolo non sembra più essere la possibilità di immaginare un medio oriente senza Hamas o con un Hezbollah fortemente ridimensionato. La vera sfida è stabilire se le parti riusciranno a fidarsi abbastanza da compiere il primo passo".


