Esteri
L’annuncio dell’accordo •
La seconda fase a Gaza e perché Israele non tornerà al 6 ottobre
Gerusalemme non si ritirerà senza la resa militare di Hamas, Hamas non si disarmerà senza il ritiro di Gerusalemme. E la “linea gialla” avanza

Foto LaPresse
Come ritirarsi da Gaza con la garanzia che un altro 7 ottobre non accada più. E’ tutto qui il dilemma d’Israele mentre Donald Trump annunciava che Hamas ha raggiunto l’accordo per la seconda fase della tregua, che prevede il disarmo del movimento terroristico che governa la Striscia dal 2007 (“un accordo storico per il disarmo di Hamas e di tutti gli altri gruppi armati a Gaza e un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature” lo ha definito la Casa Bianca). L’accordo prevede di consegnare armi e tunnel alla Forza di stabilizzazione internazionale e il ritiro di Israele. “Quello che dice l’accordo conta, quello che succede dopo conta di più”, ha detto Nickolay Mladenov, presidente del Board of peace. Scetticismo confermato al Wall Street Journal da Ghazi Hamad, membro del team di Hamas: “Non abbiamo parlato di disarmo e non abbiamo accettato alcun coinvolgimento israeliano”. Israele non si ritirerà senza il disarmo di Hamas, Hamas non si disarmerà senza il ritiro d’Israele.
Nella lettura americana e israeliana, “disarmo di Hamas” significa la scomparsa di ogni sua capacità militare. Per i terroristi, è la consegna progressiva di alcune armi pesanti, il loro collocamento sotto la responsabilità di un’autorità palestinese tecnocratica, una tregua prolungata o un’integrazione di combattenti in una nuova polizia. Intanto Israele, che per adesso sta al gioco ma non si fida, spinge più a ovest la barriera che l’esercito sta costruendo nella Striscia di Gaza. Una striscia di terra destinata a materializzare la separazione si è estesa per centinaia di metri oltre la “linea gialla” ufficiale e costituita principalmente da un terrapieno e da una trincea. Per diversi mesi il percorso della barriera coincideva con la linea gialla, con la massima deviazione in territorio controllato da Hamas che raggiungeva i duecento metri. Ora la barriera si estende per centinaia di metri oltre la linea gialla in due punti della Striscia di Gaza. Il primo è a Rafah e il secondo a Khan Yunis, verso la strada Salah al Din, principale via di collegamento tra nord e sud della Striscia, dove nelle scorse ore Israele ha distrutto dieci tunnel dove erano stati tenuti numerosi ostaggi. Attualmente, Israele controlla il sessanta per cento del territorio di Gaza. La logica israeliana è semplice.
Ogni mese durante il quale Hamas conserva le sue armi deve fargli perdere territorio, risorse e libertà d’azione. La linea gialla non è dunque più una demarcazione militare, ma una variabile della negoziazione. Il tempo non gioca a favore di Hamas e un rifiuto prolungato del disarmo potrebbe portare a una partizione duratura di Gaza, a un nuovo confine. Quando la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite istituì un mandato di peacekeeping nel Libano meridionale dopo la guerra del 2006, venne acclamata dalle capitali occidentali come un freno permanente alle aggressioni di Hezbollah. Invece, quella presenza internazionale si trasformò in uno scudo passivo e burocratico sotto il quale i terroristi filo iraniani costruirono un massiccio e sofisticato arsenale di razzi lungo il confine settentrionale di Israele. Prima dell’attacco di Hamas, la dottrina di sicurezza di Israele a Gaza si basava su deterrenza, intelligence, sofisticate barriere di confine e una rapida risposta militare. Il 7 ottobre ha distrutto la fiducia in tutti e quattro i pilastri e per dodici ore Israele lottò per ricacciare indietro i terroristi dal suo territorio. Il risultato è stato un cambiamento fondamentale nella dottrina di sicurezza a Gerusalemme.
Piuttosto che basarsi su recinzioni e sistemi di allarme, Israele cerca una profondità fisica tra le forze ostili e i civili israeliani. Il ragionamento ora è semplice: i nemici non possono lanciare un altro 7 ottobre e irrompere nelle case della gente se viene loro impedito di concentrarsi direttamente al confine. Questo pensiero si è manifestato per la prima volta a Gaza, dove Israele ha istituito quella che oggi è nota come la “linea gialla”, una ampia zona sterile che separa Hamas dalle comunità israeliane. Ha poi guidato la decisione di Israele di creare una zona cuscinetto nel sud della Siria oltre il Golan. E ora plasma la politica israeliana nel Libano meridionale, dove Gerusalemme insiste sul fatto che a Hezbollah non debba mai più essere permesso di ricostruire infrastrutture militari adiacenti al confine. Da quanto e a quale ritmo Israele si ritirerà da Gaza dipenderà soltanto da considerazioni di sicurezza nate nell’ombra lunga del 7 ottobre. Come dice un ufficiale israeliano all’inviato del Wall Street Journal in Libano Jonathan Spyer, “fra un cittadino israeliano e un terrorista deve esserci un soldato dell’Idf”.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
