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La Turchia cerca di mediare in medio oriente, ma la strada fra Trump e Teheran è stretta
Ankara mantiene un accesso diretto alla Casa Bianca, ma conserva canali operativi con Teheran, grazie a interlocuzioni diplomatiche e di sicurezza che non si sono mai interrotte. La rete di contatti della diplomazia turca
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28 MAR 26

Foto ANSA
Nelle ultime settimane, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno avviato un tentativo coordinato per riportare il confronto tra Stati Uniti e Iran su un terreno diplomatico. Il ministro degli esteri turco Hakan Fidan ha intensificato i contatti con tutti gli attori coinvolti. Come dichiarato da Harun Armagan, vicepresidente per gli affari esteri del partito di governo Akp, la Turchia “sta facendo da canale di trasmissione” per favorire la riduzione del conflitto e aprire spazi a negoziati diretti. Più che un mediatore in senso stretto, Ankara agisce da facilitatore. Mantiene aperti i canali, sonda le disponibilità reciproche e cerca di costruire vie d’uscita politicamente sostenibili, seguendo un modello ormai consolidato e già emerso in diversi momenti negli oltre due anni di guerra iniziati con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
“E’ un ruolo che la diplomazia turca ha costruito nel tempo, grazie allo sviluppo di una rete di contatti concreta e a una crescente capacità di inserirsi in crisi dove altri attori faticano a operare per mancanza di accesso o flessibilità”, sottolinea al Foglio Riccardo Gasco, dottorando ricercatore all’Università di Bologna e coordinatore del programma di politica estera presso il centro di ricerca IstanPol di Istanbul. “A fare la differenza è soprattutto il modello diplomatico che Ankara ha progressivamente affinato: un approccio più personale, incentrato sulla sicurezza e radicato nella conoscenza diretta delle dinamiche regionali, anche grazie al ruolo di figure come Hakan Fidan e Ibrahim Kalin, oggi alla guida del Mit, l’intelligence turca”, prosegue Gasco. Questa funzione è resa possibile da una collocazione peculiare. In quanto membro della Nato, Ankara mantiene un accesso diretto alla Casa Bianca e può contare sui buoni rapporti tra Donald Trump e il presidente Recep Tayyip Erdogan. Allo stesso tempo, la Turchia conserva canali operativi con Teheran, grazie a interlocuzioni diplomatiche e di sicurezza che non si sono mai interrotte. Ankara aveva già cercato di muoversi in questa direzione per prevenire lo scoppio del conflitto.
Ma se da un lato la Turchia dimostra una crescente disponibilità a inserirsi nei processi di mediazione, dall’altro restano dubbi sull’effettiva capacità di incidere sugli esiti negoziali. Come osserva Howard Eissenstat, professore di storia del Medio Oriente alla St. Lawrence University, intervistato da Turkey Recap, gli interventi della diplomazia turca possono risultare utili quando le parti sono già orientate verso un compromesso, ma difficilmente Ankara è in grado di “portare leve sul tavolo”. Come occorso in occasione della tregua per Gaza, più che imporre soluzioni, per loro natura i turchi lavorano sulla facilitazione del dialogo, il mantenimento di canali aperti e l’accompagnamento di eventuali negoziati, senza disporre di veri strumenti coercitivi.
Al momento, le dichiarazioni incrociate di Washington e Teheran indicano che le parti continuano a mantenere posizioni massimaliste. L’arrivo previsto dei marines statunitensi nel Golfo potrebbe segnare l’inizio di una nuova fase, poiché finora il conflitto si è combattuto prevalentemente a distanza, tra attacchi aerei e missilistici. Un eventuale impiego diretto di truppe sul terreno segnerebbe un ulteriore deterioramento dello spazio negoziale, se non un vero e proprio tracollo delle prospettive di soluzione mediata.
Per la Turchia, la guerra è però tutt’altro che distante e comporta rischi concreti legati a un possibile coinvolgimento militare, come dimostra l’intercettazione di tre missili nello spazio aereo turco, l’afflusso di rifugiati dall’Iran e ricadute economiche dovute al caro energia, oltre al timore che un’eventuale destabilizzazione dell’Iran riattivi le spinte separatiste curde nelle sue regioni occidentali, al confine con la Turchia.
A queste motivazioni si aggiunge una dimensione strategica, meno visibile ma altrettanto rilevante. Un’escalation prolungata in Iran aumenterebbe l’incertezza lungo le rotte della Belt and Road Initiative, che attraversano anche il territorio iraniano e di cui Turchia e Pakistan rappresentano snodi cruciali. Uno scenario che rischia di rafforzare l’asse alternativo a guida indiana denominato India-Middle East-Europe Corridor (Imec) che, nella sua configurazione, esclude Islamabad e Ankara dalle sue rotte. E’ anche questo insieme di fattori che spinge la Turchia a cercare di riportare tutte le parti al tavolo negoziale.