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Gli europei con il pass verde in tasca
Sul passaporto vaccinale la Commissione ci ripensa, l’ostacolo sarà la fiducia

Olivier Hoslet, Pool via AP
La Commissione europea ha annunciato lunedì che il 17 marzo presenterà una proposta legislativa per introdurre un certificato vaccinale che consenta ai cittadini di circolare liberamente nell’Ue, una volta che saranno stati effettivamente vaccinati contro il Covid-19. Ursula von der Leyen fino alla scorsa settimana riteneva che non fosse ancora giunto il momento e che al massimo si potesse introdurre un certificato a fini sanitari. Dopo le pressioni di alcuni paesi del sud e la minaccia di alcuni leader di optare per passaporti bilaterali, la presidente della Commissione ha cambiato idea. “Il pass verde digitale dovrebbe facilitare la vita degli europei”, ha detto von der Leyen.
La speranza è avviare la riapertura dell’Europa e salvare la stagione turistica. “L’obiettivo è di permettere gradualmente di muoversi in sicurezza nell’Ue o all’estero per lavoro o turismo”, ha spiegato von der Leyen. Malgrado il rischio di discriminazioni per chi non avrà la possibilità di vaccinarsi, l’introduzione del “pass verde digitale” è un passo nella giusta direzione. La Commissione vuole garantire interoperabilità, protezione dei dati, sicurezza e privacy. Il pass dovrebbe contenere anche i risultati dei tamponi o della immunizzazione dal Covid-19. I problemi sono la fiducia tra gli stati membri su certificati di altri paesi e la loro volontà di rispettare le misure adottate a livello Ue. L’esperienza con le applicazioni di tracciamento come Immuni non è incoraggiante: solo 14 paesi hanno aderito al sistema dell’Ue di interoperabilità. La procedura legislativa rischia di durare diversi mesi. Ma il “pass verde digitale” potrebbe avere un vantaggio da non sottovalutare, nel momento in cui le campagne di vaccinazione vanno a rilento: incentivare i cittadini a vaccinarsi e i paesi ad accelerare le somministrazioni.



