Domani sarà un anno esatto dalla convocazione della polizia di Wuhan del dottor Li Wenliang e dei sette medici che per primi avevano parlato di un’epidemia potenzialmente simile a quella della Sars. Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua sono alcuni degli attivisti che hanno raccontato Wuhan durante l’epidemia, e che ne hanno pagato le conseguenze: Chen sarebbe ancora sotto la sorveglianza delle autorità, che avrebbero però deciso di far cadere le accuse contro di lui; ad aprile, dopo due mesi di assenza, è riapparso in un video online l’ex impiegato della tv di stato Cctv Li Zehua; di Fang Bin, commesso in un negozio d’abbigliamento di Wuhan trasformato in attivista durante l’epidemia, non si sa più nulla. Dieci giorni fa il New York Times e ProPublica
hanno pubblicato una lunga inchiesta sul controllo delle informazioni sulla pandemia da parte di Pechino. I due media americani hanno visionato migliaia di documenti e direttive governative secretate trafugate dal gruppo hacker “Ccp Unmasked” (Ccp sta per Partito comunista cinese), verificandone l’autenticità. Analizzando i dati con il China digital times, un sito che traccia il controllo dell’internet da parte di Pechino, hanno raccontato il sistema di censura e “di manipolazione dell’opinione pubblica online” a partire dal 7 febbraio, il giorno della morte del dottor Li Wenliang, che aveva scatenato la rabbia dei cittadini cinesi. “Non usare notifiche push, non pubblicare commenti, non suscitare speculazioni. Controllare l’intensità delle discussioni online, non creare hashtag, rimuovere gradualmente dagli argomenti di tendenza” sono alcune delle regole arrivate ai media dal governo dopo la morte del dottor Li. Secondo gli autori dell’inchiesta “le autorità cinesi hanno cercato di guidare la narrazione non solo per prevenire il panico e confutare le fake news. Volevano anche presentare il virus meno grave di quello che era mentre il resto del mondo li osservava”.