Tre scenari per il post voto in America

Che accade in piazza se: vince Trump, vince Biden, non si sa il vincitore? Parla Tom Mockaitis, docente di Storia alla DePaul University di Chicago e studioso di terrorismo americano
31 OTT 20
Ultimo aggiornamento: 05:02
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Foto LaPresse

Nessuno sa come si sveglieranno gli americani la mattina del 4 novembre: non è solo questione di sapere chi sarà il loro nuovo presidente ma anche come sarà accolto il risultato. Le ipotesi sul tavolo sono tre: la prima è che vince lo sfidante democratico Joe Biden. La seconda è che vince il presidente Donald Trump. La terza è che, causa ritardi nello spoglio, non vince nessuno per giorni. Ognuno di questi scenari comporta conseguenze diverse, perché mai come ora (nemmeno ai tempi di Nixon vs Humphrey, nel 1968) la tensione per un’elezione era stata tanto alta. Mai come ora il timore di rivolte, e persino guerriglia, era stato reso tanto concreto dalla diffusione di armi e dallo stillicidio di fake news, propaganda e teorie del complotto via social. Per non parlare della pandemia, dei milioni di posti di lavoro persi, dei mesi di proteste.
“Per natura sono una persona ottimista e penso che andrà a finire tutto bene, ma è oggettivo che al momento, nessuno sa come il risultato delle elezioni, qualunque sia, sarà accolto”, dice al Foglio Tom Mockaitis, docente di Storia alla DePaul University di Chicago e studioso di terrorismo interno.
Con lui proviamo a immaginare il 4 novembre secondo i tre scenari possibili.
Il primo: se vince Joe Biden: “La vittoria di Joe Biden potrebbe essere accolta con grande rabbia dai gruppi suprematisti bianchi, gli stessi che da tempo l’Fbi ha messo in cima ai pericoli per la sicurezza nazionale, considerandoli più pericolosi persino del terrorismo islamico. Questi gruppi potrebbero dare luogo a rivolte e violenze. Non tanto per il fatto di aver perso le elezioni, quanto per il fatto che potrebbero non credere alla veridicità del risultato. Da mesi la campagna di Trump sta dicendo che qualunque risultato non lo veda vincitore sarà il frutto di una truffa e da mesi sta dicendo ai suoi di andare a controllare ai seggi che tutto si svolga in modo corretto. Il che è già una delegittimazione in partenza, perché gli ispettori dei seggi esistono già e fanno già il loro lavoro. E l’unico risultato di questi ‘controllori trumpiani’ potrebbe essere tenere lontani dalle urne elettori neri o delle minoranze”. Quindi se vince Biden dobbiamo aspettarci un’America a ferro e fuoco? “Non è detto. E’ probabile che se si verificheranno disordini, questi saranno contenuti, locali, in aree circoscritte del paese. E’ verosimile che sarà possibile contenerli e controllarli. Perché la forza di queste milizie è anche la loro maggiore debolezza: sono organizzati, hanno una gerarchia, sono divise in cellule, e hanno dei capi. Il che significa che individuando i capi, si indebolisce anche tutto il movimento. E’ vero però anche che ogni movimento ha i suoi cani sciolti, individui spesso fragili e armati, fomentati dalle teorie del complotto che arrivano loro dai social, e che non c’è modo di controllare”.
E se vince Trump? E’ verosimile pensare che rivolte uguali e contrarie a quelle dei suprematisti bianchi possano generare violenze e tensioni? “Anche questo è possibile, ma con un fattore di violenza più basso. Questo perché da un lato i gruppi dell’estrema destra potrebbero rinunciare alle violenze, per il solo fatto che, avendo vinto le elezioni, non ne avrebbero bisogno. La seconda è che sì, anche dal lato degli antifa o del Black Lives Matter ci potrebbero essere manifestazioni e disordini, ma la storia recente ci dice che, forse perché lì sono meno diffuse le armi o forse perché i loro gruppi sono più compositi, raramente le loro manifestazioni finiscono con episodi di violenza. E quando questi si verificano, come a Kenosha, è perché si è permesso ai due gruppi, destra bianca e Antifa, di incrociarsi e di venire a contatto”.
E se invece succede che non vince nessuno e la notte del 3 novembre non si sanno ancora i risultati? “Questo è lo scenario peggiore di tutti. Perché potrebbe succedere che i dati più incerti e in ritardo arrivino proprio dagli stati chiave. Potrebbe succedere che, come nel 2000 con la Florida, uno stato venga chiamato per un candidato e poi assegnato all’altro. Potrebbero volerci giorni. E questo innescherebbe un grande nervosismo da entrambe le parti. Lì si potrebbe creare una finestra molto pericolosa, perché darebbe spazio alla delegittimazione del futuro presidente, chiunque sia”. E come si esce da una situazione così delicata? “Se ne esce non entrandoci. E non ci si entra in due modi: o con una vittoria nettissima, di questo o quel candidato, che non possa dare adito ad alcun dubbio. Nel caso di Biden, l’ideale sarebbe per lui prendere stati a tradizione repubblicana come il Texas o la Georgia. L’altro modo è quello di isolare e controllare questi gruppi. Renderli inoffensivi e impedire loro di organizzarsi, armarsi, crescere e fare propaganda. Ma quel treno potrebbe essere già partito”.