L'Europa vista da Beirut
E’ assurdo pretendere che il fondamentalismo e il fanatismo islamico non abbiano niente a che fare con i terroristi di Nizza e Rouen, per citare solo due esempi di una lista che è già lunga”. A dirlo al Foglio è Issa Goraieb, decano ed editorialista principe dell’Orient le jour.

Roma. “E’ assurdo pretendere che il fondamentalismo e il fanatismo islamico non abbiano niente a che fare con i terroristi di Nizza e Rouen, per citare solo due esempi di una lista che è già lunga”. A dirlo al Foglio è Issa Goraieb, decano ed editorialista principe dell’Orient le jour, lo storico e principale quotidiano francofono del medioriente, stampato a Beirut e che da sempre ha uno sguardo interessato su ciò che accade al di là del Mediterraneo, in Europa. Qualche mese fa, Goraieb è stato insignito della Legion d’onore della République, in una cerimonia solenne e affollata all’ambasciata di Francia in Libano. “Coloro che credono che il fondamentalismo non c’entri nulla non vogliono guardare in faccia la realtà, o forse abbassano i toni per tentare di preservare un minimo di stabilità interna. E’ la stessa politica dello struzzo praticata dalle autorità religiose musulmane quando declinano ogni responsabilità in merito a questa perversione omicida della religione”, sottolinea Goraieb. Il che non significa dire che l’islam è una compatta falange terrorista, ça va sans dire, anche perché l’integrazione delle comunità musulmane in Europa sarà inevitabile. “Il percorso sarà lungo e difficile, ma non c’è un altro modo”.
Il processo d’integrazione, aggiunge Issa Goraieb, “comporta in modo categorico un doppio obbligo. Da una parte, l’obbligo di promozione socio-economica per gli stati europei, che dovranno in primo luogo rafforzare il controllo sul funzionamento delle moschee, in particolare riguardo la formazione degli imam. Dall’altra, l’obbligo di adesione sincera e volontaria per le minoranze musulmane, chiamate a combattere concretamente e non solo a parole, la deriva islamista”. Il tema è delicato, in Francia è in corso da tempo una disfida tra il Consiglio del culto musulmano – l’organismo ufficiale riconosciuto dallo stato – e la Conferenza degli imam, che attraverso i suoi esponenti di punta invoca una presa di coscienza da parte della comunità musulmana autoctona circa la responsabilità nell’aver favorito la crescita e lo sviluppo di un integralismo che poi si concretizza in fatti come quelli accaduti la scorsa settimana a Saint-Etienne-du-Rouvray, con lo sgozzamento di padre Jacques Hamel mentre celebrava messa – “Vattene Satana, vattene Satana”, sono state le sue ultime parole stando a quanto detto ieri, durante i funerali, dal vescovo di Rouen, mons. Dominique Lebrun.
Il rischio è che “se Bruxelles insiste troppo con rimostranze e pressioni, la Turchia potrebbe aprire di nuovo le porte e inondare l’Europa con ospiti indesiderati”. E poi c’è la questione forse più spinosa, che rende il tutto una matassa difficilmente sbrogliabile: “Che sia una democrazia o una dittatura, Ankara resta preziosa per la Nato”, dice Goraieb. Nonostante tutto, “è il guardiano del fronte meridionale della coalizione occidentale e sul piano psico-politico è l’unico membro musulmano del Trattato atlantico. Senza la Turchia, questo Patto sarebbe percepito come un’alleanza tra cristiani; più ancora, come una nuova crociata”.
Di più su questi argomenti:
Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.




