Economia
Il punto •
L’opposizione non segua il governo sulla strada dell’aumento del deficit
Se il centrosinistra ha davvero l’ambizione di governare il paese dal 2027, non è molto saggio avallare lo scostamento di bilancio che Meloni vuole usare per arrivare meglio alle elezioni. Perché poi si troverà a dover gestire non solo il rientro di un deficit aumentato per ragioni elettorali, ma anche rapporti compromessi con l'Europa
28 APR 26

Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein. Foto Ansa ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
C’è qualcosa di paradossale nel dibattito di questi giorni. Un obiettivo azzardato, politicamente inutile e tecnicamente mal gestito – uscire con un anno di anticipo dalla procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo – viene ora trasformato in una questione di primaria grandezza per l’Italia e perfino per l’Europa. Come se il mancato rientro sotto il 3 per cento del disavanzo non fosse il risultato di un errore di previsione interno, ma la prova che il Patto di stabilità vada sospeso o che serva immediatamente uno scostamento di bilancio nazionale. Non è così. E conviene dirlo con chiarezza.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, deluso per non aver centrato l’obiettivo del 3 per cento nel 2025, ha annunciato che chiederà in Europa maggiore flessibilità: sospensione del Patto oppure autorizzazione a uno scostamento per circostanze eccezionali. Ma la richiesta appare sproporzionata rispetto ai fatti. Negli anni del Covid gli scostamenti furono approvati più volte dal Parlamento, spesso con il voto anche delle opposizioni, dentro un quadro condiviso con la Commissione europea e davanti a una recessione storica. Qui invece non c’è né emergenza sanitaria, né crollo del pil, né choc simmetrico continentale. I numeri del governo contenuti nel Documento di finanza pubblica (Dfp) indicano peraltro una crescita sostanzialmente in linea con quella già prevista.
Sarebbe dunque molto difficile ottenere il via libera di Bruxelles. E l’idea di procedere unilateralmente sarebbe peggio ancora: una pretesa scellerata che metterebbe a rischio la credibilità costruita faticosamente in questi anni sui mercati finanziari. L’Italia non può permettersi il lusso di apparire come il paese che invoca le regole quando conviene e le ignora quando perde una scommessa contabile. Perché di questo si tratta: una scommessa persa. Il mancato rientro sotto il 3 per cento deriva in larga parte da una sottovalutazione delle spese residue del Superbonus, cioè di una coda di oneri perfettamente nota e prevedibile. Dopo il decreto del marzo 2024 la cessione del credito era stata quasi chiusa, ma il governo aveva mantenuto una proroga per chi aveva già avviato i lavori e presentato il primo Sal (Stato avanzamento lavori). Quelle pratiche erano autorizzate, i cantieri esistevano, la finestra temporale per chiuderli era nota.
Secondo i dati Enea, a fine ottobre 2025 risultavano già circa 4 miliardi di lavori imputabili al Superbonus. Considerando le chiusure comunicate entro marzo 2026, la spesa complessiva è poi salita a 8,4 miliardi. Dunque non si può sostenere seriamente che il governo sia stato colto di sorpresa. La previsione doveva essere prudenziale, non ottimistica. Se concedi una proroga, devi anche contabilizzarne il costo. Errore voluto o non voluto, il risultato politico è evidente. La Lega può oggi rivendicare contemporaneamente tre cose: essere contro il Superbonus di Giuseppe Conte, essere contro l’Europa “matrigna” e avere un alibi in più per non aumentare la spesa per la difesa. E’ la piattaforma elettorale perfetta: lotta e governo insieme.
Ed è proprio su questo che l’opposizione dovrebbe riflettere. Perché mai dovrebbe salvare, o quantomeno aiutare, la maggioranza votando uno scostamento costruito su un errore tecnico del governo stesso? Il riflesso pavloviano del “non sembrare austeri” sarebbe un grave errore. Ancora peggio sarebbe il compromesso del tipo: dateci più fondi per scuola e sanità e noi votiamo il deficit aggiuntivo. Se Giorgetti non avesse mancato il 3 per cento per una previsione sbagliata, oggi non chiederebbe alcuno scostamento. Il punto non è negare investimenti utili o spesa sociale necessaria. Il punto è che questa richiesta nasce da un incidente politico-contabile, non da una necessità macroeconomica. E usarla per aprire una campagna elettorale permanente sarebbe irresponsabile.
Un governo che sembra aver perso improvvisamente presa politica dopo il referendum farebbe bene a non perdere anche la fiducia dei mercati. Tanto più che presto dovrà affrontare nodi veri: lo sconto sulle accise costa circa 600 milioni al mese, i tassi possono tornare a salire, la crescita resta debole. Quanto all’opposizione, se ha davvero l’ambizione di governare il paese dal 2027, non è molto saggio avallare lo scostamento di bilancio che Meloni vuole usare per arrivare meglio alle elezioni perché poi il centrosinistra si troverà a dover gestire il rientro di un deficit aumentato per ragioni elettorali e rapporti compromessi con l'Europa dove invece c'è da costruire progetti e investimenti comuni.



