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L'Istat si difende dalle accuse di Meloni in Parlamento
Il presidente Chelli riafferma metodo e indipendenza dell’istituto durante l'audizione sul Documento di finanza pubblica: le cifre sono vincolate dalle regole europee e non modificabili. Per la Corte dei Conti il nodo resta il disavanzo elevato e la spesa in crescita
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28 APR 26
Ultimo aggiornamento: 06:17 PM

Il presidente dell'Istat Francesco Maria Chelli (foto Ansa)
Quando i numeri diventano scomodi, il confronto si sposta: non sui conti, ma su chi li fa. È quello che sta accadendo da giorni attorno al 3,1 per cento di deficit. E oggi il presidente dell’Istituto nazionale di statistica, Francesco Maria Chelli, ha difeso l’operato dell’ente, chiarendo metodo e numeri davanti al Parlamento.
Nella seconda giornata di audizioni alla Camera sul Documento di finanza pubblica, Chelli ha ribadito l'indipendenza dell'Istat e ha spiegato che il processo di validazione dei conti pubblici “segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei, tempi codificati e procedure condivise”. Le revisioni ci sono, ma non sono arbitrarie: rappresentano l’affinamento progressivo delle informazioni disponibili. Il chiarimento arriva dopo le parole del 22 aprile della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che aveva messo in discussione il dato sul deficit al 3,1 per cento, sostenendo come sarebbe bastato un aumento del pil di “appena” 20 miliardi sui 2.258 totali per rientrare sotto la soglia del 3 per cento e uscire dalla procedura per deficit eccessivo. Nello stesso intervento, la premier aveva anche osservato come le cifre Istat siano “spesso sottostimate sul pil e poi riviste al rialzo”, parlando del rischio di una possibile “beffa” per il paese. D’altra parte, quando emerge un problema, le strade sono sempre due: affrontarlo oppure prendersela con chi lo ha messo in luce.
Nella seconda giornata di audizioni alla Camera sul Documento di finanza pubblica, Chelli ha ribadito l'indipendenza dell'Istat e ha spiegato che il processo di validazione dei conti pubblici “segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei, tempi codificati e procedure condivise”. Le revisioni ci sono, ma non sono arbitrarie: rappresentano l’affinamento progressivo delle informazioni disponibili. Il chiarimento arriva dopo le parole del 22 aprile della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che aveva messo in discussione il dato sul deficit al 3,1 per cento, sostenendo come sarebbe bastato un aumento del pil di “appena” 20 miliardi sui 2.258 totali per rientrare sotto la soglia del 3 per cento e uscire dalla procedura per deficit eccessivo. Nello stesso intervento, la premier aveva anche osservato come le cifre Istat siano “spesso sottostimate sul pil e poi riviste al rialzo”, parlando del rischio di una possibile “beffa” per il paese. D’altra parte, quando emerge un problema, le strade sono sempre due: affrontarlo oppure prendersela con chi lo ha messo in luce.
I tecnici hanno però smentito la lettura del governo: per centrare l’obiettivo europeo non sarebbe bastato nemmeno scendere al 2,99 per cento. Per uscire con certezza dalla procedura d’infrazione occorreva avvicinarsi al 2,94 per cento. Esiste una “zona grigia”, ma non è sufficiente limare pochi decimali. Il punto, ha chiarito l’Istat, è che il rapporto deficit/pil è determinato soprattutto dal disavanzo, mentre intervenire sul denominatore, il pil, richiederebbe variazioni ben più consistenti. Per questo il nodo resta il livello del deficit, su cui continua a pesare anche l’impatto dei crediti fiscali legati al Superbonus.
La polemica, innescata da un post su X della premier, è proseguita nei giorni successivi anche sulla base di un dossier, riportato da Huffpost, destinato ai parlamentari di Fratelli d’Italia, in cui si suggerisce che la responsabilità del mancato rientro sotto il 3 per cento sia da attribuire proprio all’Istat. Una lettura che sposta il confronto dal merito dei conti alla credibilità di chi li produce. È una dinamica di tensione con le istituzioni indipendenti che trova precedenti anche fuori dall’Italia, seppur in forme molto più estreme. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha più volte criticato l’istituto di statistica federale per la diffusione di dati non in linea con le aspettative dell’amministrazione, fino ad arrivare nell’agosto 2025 alla rimozione della presidente, accompagnata da attacchi anche alla banca centrale per la politica sui tassi. Un’escalation ben più radicale, ma che mostra come il rapporto tra politica e istituzioni tecniche possa diventare conflittuale quando i numeri sono attaccati da chi governa.
Al netto di queste opposizioni, però, i dati restano. E indicano un quadro che va oltre la disputa sui decimali. La Corte dei Conti, nella stessa mattinata dell’audizione Istat, ha richiamato l’attenzione sulla spesa netta, oggi uno degli indicatori centrali del nuovo Patto di stabilità: si tratta della misura della spesa pubblica al netto di interessi sul debito, componenti cicliche come i sussidi di disoccupazione, interventi una tantum e fondi europei. In altre parole, è la parte di spesa effettivamente sotto il controllo della politica economica del governo e rappresenta il principale vincolo per la programmazione del bilancio. Nel 2025 questa spesa cresce dell’1,9 per cento. Siamo ben oltre l’1,3 per cento raccomandato, con una traiettoria che aumenterà nei prossimi anni. Come a dire che non bisogna guardare al dito, lo zerovirgola del deficit, ma alla luna. E la luna è fatta di un disavanzo ancora elevato, di un debito pubblico che nel 2026 è destinato a essere il più alto del continente, superando anche quello greco, e di una dinamica della spesa che continua a correre. È su questi elementi che si gioca la sostenibilità dei conti pubblici.