È la spesa il vero problema dei conti pubblici italiani

La polemica surreale su un decimale. Il governo Meloni nell’anno e mezzo che gli rimane deve impugnare le forbici, pena per l’Italia il rischio di tornare a essere fanalino di coda della crescita europea. Qualche idea

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27 APR 26
Ultimo aggiornamento: 09:24 AM
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Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni durante una seduta al Senato (foto Antonio Masiello/Getty Images)

L’Italia dei conti pubblici è afflitta da un problema strutturale che in maniera ricorrente rimette in difficoltà governi ed economia. Come sta riavvenendo ora, per via del mancato conseguimento per 600 milioni di euro nel 2025 del rientro dalla procedura d’infrazione europea. Ma il problema non è un decimale di punto di pil di deficit in più o in meno, cosa che rende del tutto surreale le polemiche in corso. Il grande elefante che rompe la cristalleria è sempre lo stesso, la spesa pubblica. Ovverosia la triade che in Italia oggi unisce paradossalmente sia la destra sia la sinistra: come averne tanta, come farla ancor più crescere, come renderla sempre più discrezionale nelle mani dei governi a seconda del ciclo elettorale domestico e delle puntuali e ricorrenti gravi crisi esogene.
In un paese ad alto debito pubblico la trinità da abbracciare sulla spesa dovrebbe essere esattamente opposta: come farla scendere, come concentrarla su interventi strutturali e pluriennali a più alto impatto sul pil potenziale, come abbatterne opacità e dilapidazione di risorse. Poiché però da decenni ogni commissario alla spending review ha visto le sue proposte rimbalzare su muri impenetrabili, e alla fine spetta al Mef nell’avvicinarsi di ogni finanziaria chiedere a ministeri e Autonomie la rinuncia a qualche miliarduccio in meno di spesa del tutto simbolico rispetto ai 1.200 miliardi del monte spesa complessivo, non ha molto senso oggi ripetere semplicemente che il governo Meloni nell’anno e mezzo che gli rimane deve impugnare le forbici. Bisogna fare innanzitutto una premessa che indichi il vero grande rischio da scongiurare se si prendono decisioni sbagliate. E poi fare esempi concreti di quel che nell’oceano di spesa continua ad alimentare correnti pericolose per la nave Italia.

Il grande rischio

Il ministro Giorgetti ha naturalmente ragione, quando dice che cifre e previsioni del Documento di Finanza pubblica presentato la settimana scorsa vanno prese con le molle, visto che a nessuno è possibile stimare con certezza quanto perdurerà l’impatto della chiusura di Hormuz su approvvigionamenti e prezzi energetici, flussi di commercio, costi della logistica e dei trasporti navali e terrestri, export, flussi turistici, inflazione e prezzi alla produzione delle imprese. Per l’Italia una cosa è certa: il rischio di tornare a essere fanalino di coda della crescita europea. Ma questa condizione non è affatto una novità. Negli anni 2004-24 l’Italia ha realizzato una crescita reale del pil pari al 5 per cento, mentre l’Euroarea cresceva del 25 per cento e la Ue nel suo complesso del 29 per cento. Il nostro tasso di crescita è stato solo tra un quinto e un sesto della media europea. A conferma che quello della spesa pubblica è un gigantesco problema non macroeconomico di insufficiente ammontare, visto che solo tra Superbonus e Pnrr lo stato ha immesso nell’economia italiana 400 miliardi di euro, è un problema microeconomico dovuto a incapacità di saperla allocare nei veri colli di bottiglia che ostacolano crescita delle imprese e dei redditi di famiglie e soprattutto di giovani e donne. La spesa pubblica da sola non garantisce più crescita, altrimenti avremmo dovuto fare un balzo in avanti.
Il vero grande rischio in questo 2026 è un altro, e il governo Meloni deve fare tutto il possibile per evitarlo. Le società internazionali di rating avevano riconosciuto nel 2025 al governo quanto è innegabile, cioè una significativa attenzione posta dalle sue leggi di bilancio per far scendere il debito pubblico dal vertiginoso 150 per cento del pil toccato nel 2020 al 137,8 per cento del 2025, e il deficit pubblico dall’8 per cento del pil a poco più del 3 per cento. Purtroppo, un percorso di rientro effettuato aumentando le entrate pubbliche, non riducendo la spesa. Il riconoscimento alla prudenza del governo non si legge tanto nei meno punti di spread rispetto ai titoli pubblici decennali tedeschi i cui rendimenti crescevano nei tre anni di recessione tedesca, come del resto quelli francesi per il vorticoso susseguirsi del fallimento di nuove ipotesi di governo, quanto nel miglioramento di tutti gli outlook dell’Italia passati da negativi a positivi. Gli effetti di Hormuz tuttavia stanno infrangendo la condizione di maggior fiducia verso l’Italia, da cui il governo traeva non solo motivo di vanto, ma un utile contenimento degli oneri da interessi sul debito. L’Italia è più esposta a impatti negativi per il suo scellerato mix energetico adottato in passato, che la condanna a prezzi delle bollette enormemente più care di quelle spagnole e francesi, e ha ristrettissimi margini di interventi anticiclici per sostegni a imprese e famiglie, se vuole continuare nel suo percorso di riduzione del deficit e debito. Per questo lo spread italiano in poche settimane è tornato a crescere, ed è a questo che bisogna guardare prima di tutto. Se gli interessi annuali sul debito tornano a risalire oltre il 4 per cento del pil, sui mercati si riapre per l’Italia una spirale negativa che rischia rapidamente di compromettere i risultati fin qui conseguiti. Il governo ci deve pensare non una ma dieci volte, prima di assumere decisioni che aggravino questo rischio. Evitare stizze e astio contro Istat e Ragioneria generale dello stato per favore, non hanno portato bene a Trump che dei vertici del sistema statistico americano ha fatto strage credendo di sostituire con fedeltà politica l’indipendenza tecnica, e ciò non gli è valso né evitare l’evidenza che la sua ondata di dazi al mondo è pagata al 95 per cento da imprese importatrici e consumatori americani, né il ritorno dell’inflazione sopra il 3,4 per cento.

L’Europa: errori a Bruxelles ma anche nostri

Chi qui scrive due settimane fa su queste colonne ha espresso la sua opinione critica a Patto di stabilità europeo e sistema Ets sul prezzo per tonnellata di CO2 emessa da produzione termoelettrica e settori industriali energivori. La mia personale obiezione non viene dagli effetti attuali della nuova guerra nel Golfo, risale a quando i due meccanismi furono adottati. Il nuovo Patto di stabilità e crescita, in vigore dal 2024 dopo la sospensione avvenuta negli anni Covid, basa la sorveglianza fiscale sulla spesa primaria netta, ovvero la spesa pubblica al netto di interessi, misure una tantum e variazioni delle entrate. E contempla una novità positiva, percorsi di rientro entro i tetti di deficit spalmati in 4-7 anni a seconda dell’entità degli sforamenti da cui rientrare. Ma ha un difetto costitutivo di fondo, aver creduto che la lezione del Covid non potesse ripetersi. Perciò non prevede sospensioni del Patto per misure anticicliche in presenza di gravi frenate alla crescita dovute a crisi esogeni: le prevede solo dopo che si sia finiti in severa recessione. Ma le misure anticicliche servono proprio per evitare che forti frenate sfocino in tosta recessione: servono prima e non dopo la recessione, perché in questo secondo caso significa obbligatoriamente adottare misure molto più costose. E’ stato un errore europeo grave. Per affrontare il tema, l’Italia e gli altri paesi che in queste settimane si sono uniti alla sua linea critica verso il Patto di stabilità come Spagna e Polonia dovevano subito sollevare il problema istituzionale della necessità di prevedere deroghe anticicliche emendando il Patto. Prevederle in maniera strutturale come modifica anche per l’avvenire. Limitarsi a chiedere la deroga e basta, come invece è stato fatto, porta a sbattere il muso contro il no obbligato della Commissione e dei paesi che non hanno i nostri guai, e che infatti ripetono ogni giorno no alla deroga perché non siamo in recessione.
Lo stesso vale per gli Ets, concepiti all’inizio come una tassa pigouviana per la quale chi inquina di più è giusto che paghi di più, ma con un’architettura finanziaria del suo mercato secondario completamente sbagliata, che ha spalancato la porta agli hedge fund i quali hanno accentuato volatilità verso l’alto del prezzo Ets a picchi che non hanno eguali in nessun’altra parte del mondo. Non bisogna chiedere deroghe al sistema Ets per gli impatti della guerra attraverso dichiarazioni quotidiane alle agenzie. Bisogna chiederne formalmente lo stop temporaneo per il tempo necessario a una seria riforma organica, non agli interventi a margine promessi dalla Commissione europea per il luglio prossimo. Perché il costo degli Ets e l’assottigliamento delle relative quote disponibili sta mettendo da due anni sempre più in ginocchio l’intera industria di base europea, schiacciata dai sovraccosti rispetto ai concorrenti mondiali non sottoposti a simili oneri.
Ma di errori in Europa ne abbiamo commessi anche noi. E il più grave, per gli effetti sui conti pubblici italiani negli ultimi anni, lo abbiamo commesso proprio con il decreto con il quale il governo Meloni ai suoi inizi fece la scelta giusta, abbassare radicalmente l’aliquota di agevolazione prima al 110 per cento del Superbonus edilizio e stroncarne la cedibilità infinita del credito a soggetti terzi che alimentava fiumi di moneta fiscale in spregio ai Trattati europei e allo Statuto della Bce. Decisioni giustissime, ma che andavano accompagnate da due passi istituzionali. Il primo era chiedere alla Ue che l’emersione negli anni a venire dei flussi di crediti all’incasso finisse direttamente nel debito pubblico senza passare per il deficit: non è vero che non si potesse fare, in passato è stato concesso ad esempio per la contabilità pubblica degli interventi a seguito di grandi inondazioni. E se mi dite che il Superbonus non è stata una calamità nazionale mi scappa da ridere, visto che tra 2020 e 2025 ha fatto emergere oltre 174 miliardi di oneri fiscali per lo Stato, con un picco di quasi 85 miliardi nel solo 2023 per scendere a 8,4 miliardi nel 2025 (il flusso decrescente continuerà ancora per due anni). Il secondo passo era evitare accuratamente di spostare in avanti la data dei lavori in Superbonus fino a fine 2025 con comunicazione all’Agenzia delle entrate fino a fine marzo 2026, com’è invece avvenuto. Il Mef continua a difendersi da critiche come queste affermando che l’emergere di oneri simili era pressoché imprevedibile, e la giustificazione la ritrovate puntualmente anche nel Dfp sugli effetti nel 2025 che hanno concorso a mancare l’obiettivo del 3 per cento di deficit. È una giustificazione indigeribile: chi qui scrive pensa invece che, come è stato vastissimo il consenso dei partiti al Superbonus voluto inizialmente da Cinque stelle, Lega e poi Pd, allo stesso modo quando ne sono stati stroncati i principali difetti la politica ha preferito lasciare aperte alcune finestre per evitare proteste di proprietari immobiliari e imprese di costruzione. Errori che sono costati moltissimo.

Esempi di spesa aggredibile

Impossibile credere che ora si avvii in tre mesi una revisione generale dei 1.200 miliardi di spesa pubblica. La conferma viene dalle travagliate vicende delle risorse che continuano a non trovarsi per le imprese esodate di Industria 5.0, e i decreti attuativi che continuano a mancare per far decollare il Super e Iper ammortamento promesso alle imprese nell’ultima legge di Bilancio. A differenza di quanto promesso, per la sua operatività stiamo perdendo anche tutto il 2026, mentre gli ordinativi italiani di robot e macchine digitali per la produzioine restano fermi. Facciamo invece alcuni esempi che parlano da soli, di enormi distorsioni della spesa pubblica aggredibili per tornare ad alimentare la fiducia dei mercati.
Partiamo dagli effetti del decreto fortemente voluto da Salvini nel dicembre 2024 al Codice degli appalti, dopo un travagliatissimo confronto con le osservazioni di Corte dei conti, Agcm e Anac. Le conseguenze di aver innalzato a 140 mila euro il tetto sotto il quale poter procedere ad affidamenti diretti per forniture, consulenze e appalti, un mercato di ben 309 miliardi di euro nel 2025, ha determinato che il 95 per cento delle procedure sia stato effettuato in regime di affidamento diretto. Nessuna o quasi gara di evidenza pubblica significa piena discrezionalità della politica e dei dirigenti pubblici, frammentazione delle procedure per restare sotto soglia, ostacolo alla partecipazione di Pmi, nessuna concorrenza né trasparenza di costi/efficienza. Tanto più che è stato abolito l’obbligo di rating delle aziende, la nomina di un responsabile unico aziendale, e anche l’obbligo di verifica preventiva degli affidamenti in house. In più, con la recente riforma della Corte dei conti si è fortemente limitato il potere d’impugnativa della magistratura contabile per danno erariale a carico dei vertici pubblici, basta che si siano fatti controfirmare l’atto da un responsabile tecnico loro sottoposto.
Secondo esempio, la spesa pubblica per danni catastrofali. Qui viene in soccorso l’ultimo rapporto Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Negli anni 2010-2024 risultano stanziati 21,4 miliardi di euro per interventi preventivi o successivi a dissesti idrogeologici. Di questi, 19 miliardi sono stati assegnati ai diversi soggetti pubblici, centrali e delle Autonomie, incaricati di attuare i progetti validati. Continuiamo a vivere una realtà paradossale: le competenze centrali concorrenti in materia si spartiscono tra Mase, ministero dell’Interno, ministero Agricoltura, Protezione civile e Dipartimento Casa e Regioni di Palazzo Chigi e Conferenza unificata Stato-Autonomie. C’è una piattaforma nazionale digitale, si chiama Redis, nata per la rendicontazione dello stato di realizzazione di questi progetti. Orbene dal Redis manca l’intera rendicontazione di ben il 38 per cento dei progetti validati, di questi cantieri non sappiamo né se siano mai stati avviati né a che punto si siano fermati o conclusi, per oltre 7,4 miliardi sui 19 assegnati. Di fronte a questi esempi, uno legge i capitoli dedicati dal Dfp a trasparenza e digitalizzazione della Pa come grande successo del governo, e gli scappa da ridere.
Terzo esempio: il fisco. Com’è noto, la delega alla riforma fiscale ottenuta dal governo ha avuto una realizzazione positiva per tutto ciò che riguarda la compliance fiscale e il confronto diretto tra contribuente e amministrazione tributaria. Ma sulla modifica strutturale del sistema tributario nel suo complesso ha dovuto piegare il capo alle esigenze annuali di bilancio, tipo l’abrogazione dell’Ires premiale alle imprese dopo un solo anno di vigenza, e la limitazione degli interventi Irpef all’accorpamento di due aliquote e la trasposizione in Irpef dei precedenti sgravi contributivi applicati ai redditi più bassi. Restano però macro paradossi che andrebbero rapidamente affrontati. Uno dei più incredibili è quello che riguarda la piramide legale dei redditi. Il valore dei redditi complessivi dichiarati al fisco è leggermente superiore ai mille miliardi l’anno. Il punto è che in questi mille miliardi non ci sono tutti i bonus e le agevolazioni per famiglie e persone fisiche, una cifra la cui evidenza è nei 170 miliardi di euro di prestazioni sociali che ogni anno vengono trasferiti al bilancio Inps dalla fiscalità generale dei pochi che pagano il più dell’Irpef. Non ci sono tutti i redditi per legge esenti o trattati diversamente da Irpef, come Tfr, buonuscite, prestazioni occasionali e via continuando, poste stimate in 235 miliardi di euro. Non ci sono ovviamente i redditi illeciti, stimati nel 10 per cento del pil cioè 220 miliardi l’anno. E manca ancora altro, ma non vogliamo annoiarvi. I redditi reali percepiti ma non dichiarati al fisco sono quasi pari a quelli dichiarati. Vi sembra una condizione sostenibile, in un paese a curva demografica suicidaria, bassa produttività e alto debito?
Non raccontiamoci per favore che il problema è lo 0,1 per cento di pil di deficit in più o in meno. Di deficit non si vive ma si muore, se lo si vuol fare per una spesa pubblica così elefantesca, improduttiva e distruttrice di risorse e opportunità.