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Superbonus, da problema reale per i conti ad alibi per il governo
Il deficit 2025 al 3,1 per cento non è solo colpa del Superbonus: i numeri non tornano per almeno 2,2 miliardi che il governo non ha ancora spiegato. Un'imperizia tecnica prima ancora che politica, da parte di chi era convinto di poter tenere i conti sotto controllo senza difficoltà
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24 APR 26

La presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni con il ministro dell'Economia e Finanze, Giancarlo Giorgetti (foto Maurizio Brambatti per Ansa)
Il deficit 2025 si ferma al 3,1 per cento. Per imperizia tecnica, prima ancora che politica. E’ noto che il Superbonus sia un fardello notevole per il debito, ma quest’ultimo aspetto riguarda la fase del pagamento dei crediti di imposta già sorti e già imputati nei deficit degli anni passati. Dopo il decreto-legge n. 39 del 29 marzo 2024 è stata di fatto eliminata la possibilità di cedere il credito d’imposta: lo stato ha continuato a riconoscere il credito, ma solo sotto forma di detrazione solo per il contribuente che effettua i lavori. In tal caso, a differenza di quelli cedibili, il credito si contabilizza come minore entrata nell’anno in cui si fruisce della detrazione. Tale provvedimento, assieme anche alla diminuzione della percentuale della spesa detraibile, ha notevolmente ridotto le richieste.
Tuttavia, è rimasta una coda dovuta a chi aveva già dato comunicazione di inizio lavori prima del 29 marzo 2024 e aveva già emesso le fatture per il primo Sal (stato avanzamento lavori). In questo caso il governo Meloni ha consentito, fino a tutto il 2025, di poter fruire ancora della cedibilità del credito. Il risultato è che a fine ottobre 2025 risultano dai dati Enea lavori imputabili al Superbonus per quasi 4 miliardi, a cui si aggiungono tra novembre e dicembre ulteriori lavori per poco più di 1 miliardo. Il decreto aveva lasciato la possibilità di comunicare la chiusura lavori del 2025 entro il 16 marzo dell’anno successivo e ciò ovviamente ha generato incertezza sulla definitiva somma da imputare al 2025. Tra il Dpfp (Documento programmatico di finanza pubblica) presentato dal governo a fine ottobre e i dati Istat usciti in marzo, la voce dei contributi agli investimenti in cui rientrano le spese da Superbonus (nel caso di crediti pagabili) presenta un incremento di 6,6 miliardi. Nel Dpf approvato ieri, il governo dice che l’intera spesa riconducile al Superbonus per il 2025 è pari 8,4 miliardi, se si tiene conto di tutte le chiusure effettuate fino al 16 marzo del 2026. Il governo alla data della stesura del Dpfp non poteva non sapere che fino a settembre Enea aveva rilevato chiusure di lavori relativi a superbonus per circa 4 miliardi. Degli 8,4 miliardi riconducibili al Superbonus, 4 devono per forza essere contenuti nella voce contributi agli investimenti del Spfp di ottobre, perché certificati da Enea. Quindi, seguendo il Dpf, attualmente risultano 4,4 miliardi in più rispetto a quanto noto a fine ottobre.
La prima osservazione è che pare poco verosimile che il governo sia rimasto completamente sorpreso dallo scostamento di spesa rilevato dall’Istat. Siamo infatti in un caso in cui si conosce perfettamente il numero delle richieste autorizzate e si sa anche che tutte dovranno essere per forza essere chiuse entro il 16 marzo 2026. Dopo tale data non sarà infatti più possibile fruire del Superbonus.
La seconda e più rilevante osservazione è che, pur ammettendo che ci siano questi 4,4 miliardi in più nei contributi agli investimenti, non sono sufficienti a giustificare l’incremento di contributi agli investimenti pari a 6,6 miliardi rispetto a quanto certificato nel Dpfp. Si dovrebbe quindi spiegare a cosa è dovuta la differenza pari a 2,2 miliardi, che corrisponde a quasi lo 0,1 per cento del pil. Il governo ha peccato di arroganza. Era convinto di poter tenere i conti sotto controllo senza difficoltà, di restare sotto il 3 per cento, di potersi presentare a Bruxelles con numeri solidi. Ha costruito una legge di Bilancio restrittiva, riallocato risorse del Pnrr, cercato margini ovunque. E quando si è accorto che i conti non tornavano, ha provato fuori tempo massimo a convincere la Commissione a spostare alcune poste da un anno all’altro. Senza successo.
In questo gioco delle parti, la verità resta sullo sfondo. Tutti hanno difeso il Superbonus quando conveniva – tutti i partiti in Parlamento fino a poco prima che il governo Meloni fosse costretto a fermarlo – e tutti oggi lo usano quando serve, come alibi o come vanto (è il caso di Giuseppe Conte). E forse, a ben vedere, conviene a tutti anche restare sopra il 3 per cento. Perché la domanda vera è un’altra: chi vuole davvero aumentare la spesa per la difesa?