L’ipocrisia di chi chiede soluzioni “soft” sul dramma degli Ets

Dalle critiche politiche alle resistenze ideologiche, il no allo stop temporaneo ignora tre nodi centrali: i tempi incompatibili delle riforme Ue, i limiti reali dello sviluppo delle rinnovabili in Italia e il tabù del nucleare. Una misura ponte diventa così cruciale per evitare la perdita di industria e occupazione

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11 APR 26
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© foto Ansa

La proposta di sospensione temporanea degli ETS, frutto delle richieste avanzate da mesi dal sistema industriale italiano fatte proprie dal governo, continua a suscitare nel dibattito politico e sui media una rilevante ondata di critiche. Le critiche sono espresse da aree culturali e portatori di interesse molto eterogenei. L’opposizione al governo accusa la proposta di anti europeismo e anti ambientalismo. I grandi produttori di elettricità da fonti rinnovabili considerano la proposta infondata, perché la soluzione al sovraccosto elettrico ed energetico italiano va per loro ovviamente realizzata sostenendo di più le sole fonti rinnovabili. Molti sinceri e convinti mercatisti criticano giustamente le costose misure a tempo di sostegno per famiglie e imprese del trasporto e invocano riforme strutturali, ma anch’essi considerano la sospensione degli ETS irrealizzabile e sbagliata. Sulla stessa linea molte persone ragionevoli, vedi Giorgio Gori con il suo intervento sul Foglio di venerdì 10 aprile, dicono no alla sospensione e propongono invece interventi correttivi “al margine” del sistema ETS. Senza voler mancare di rispetto a nessuno, affiora molta ipocrisia in queste prese di posizione, su almeno tre punti.
Il primo è che molti degli interventi “a margine” sono sensatissismi ma richiedono tempi lunghi, e non a caso la Commissione sposa questa linea parlando di luglio prossimo. Alcuni esempi. Rallentare del 60-70 per cento la diminuzione accelerata del cap annuale deciso da Bruxelles all’emissione di certificati ETS, concepita per alzarne i prezzi e accelerare la transizione energetica. Modificare la folle architettura decisa in Europa per il mercato finanziario degli ETS, che spalancando le porte a fondi hedge ha fortemente alzato prezzi e volatilità dei certificati (dal 2005 all’esplosione del conflitto nel Golfo siamo passati da 7 euro a tonnellata di CO2 a superare gli 85 euro). Stoppare la progressiva scomparsa delle quote gratuite di ETS concesse inizialmente ai settori produttivi energivori. E via continuando: osservazioni fondate, perché anche chi le avanza ritiene che l’intero ETS vada ripensato dalle fondamenta. Ma purtroppo i tempi della UE sono inconciliabili con le decisioni rapide ed efficaci assunte invece da Usa e Cina. Anche sulla sospensione del Patto di Stabilità, la Commissione non fa che ripetere che ci si può pensare solo dopo che una grave recessione sia in corso: una tesi rabbrividente, perché le misure anticicliche servono ex ante e non ex post, per evitare che forti frenate dell’economia si traducano in recessione. Fingere di ignorare che questi tempi lunghi siano inaccettabili è ipocrisia. La deindustrializzazione europea avanza: solo l’anno scorso l’import UE dalla Cina è salito del 32%, con la perdita di quasi un milione di posti di lavoro a maggioranza nelle filiere energivore e nelle loro catene di fornitura. E in Italia sommiamo un mix energetico scellerato che fa dipendere dal gas il prezzo marginale orario elettrico arricchendo indebitamente i produttori da rinnovabili, col risultato di mettere sempre più alle corde l’industria italiana rispetto ai competitor mondiali non solo cinesi e americani, ma a cominciare da quelli francesi, spagnoli e scandinavi. La sospensione richiesta degli ETS è una misura necessaria perché interrompe questa morsa distruttrice di impresa e lavoro, e dà tempo per una riforma generale dello strumento, perché dal 2025 a oggi tutto è cambiato.
La seconda ipocrisia è fingere che il mantra comune “acceleriamo su rinnovabili” non faccia a pugni con la realtà italiana: una quantità inverosimile di autorizzazioni di impianti a rilevante potenza elettrica generabile da rinnovabili nel nostro paese resta ferma, vista la delirante e persistente compresenza di poteri concorrenti e di veti locali.
La terza ipocrisia è che in realtà una vera riforma strutturale dovrebbe consistere, oggi con la crisi nel Golfo come ieri dopo l’invasione russa dell’Ucraina, innanzitutto in una fortissima accelerazione del ritorno al nucleare partendo dai mini reattori modulari che nel resto del mondo avanzato sono già in fase di installazione. Perché il nucleare abbatte le emissioni, le dipendenze strategiche e i prezzi (vedi Francia) che scenderanno ancor più visto che tempi e costi dei reattori SMR sono molto più contenuti delle vecchie centrali di seconda generazione. Perché il nucleare garantisce l’offerta elettrica di continuità di cui l’industria ha bisogno, e che le rinnovabili intermittenti da sole non riusciranno mai a garantire (anche nelle tanto citata Spagna, il nucleare continua a generare il 20% dell’offerta elettrica). E infine perché il nucleare abbatte anche gli oneri di sistema troppo elevati della bolletta elettrica italiana, cioè i costi a carico del consumatore delle infrastrutture di equilibrio della rete elettrica dovute ai fabbisogni di stoccaggio e di generazione di backup che invece con gli impianti da rinnovabili si impennano.