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Ridurre le emissioni con realismo e senza ideologia. Per un nuovo patto europeo tra Italia e Spagna
Alcuni strumenti per la transizione climatica, come l'Ets, possono funzionare benissimo se i parametri su cui si basano riflettono condizioni tecnologiche reali e possono funzionare malissimo se diventano una costruzione astratta, cadendo nel rischio di una cattiva politica industriale
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9 APR 26

© foto Ansa
Nel dibattito europeo sulla transizione climatica c’è un punto in cui le buone intenzioni rischiano di diventare cattiva politica industriale, in cui gli strumenti pensati per ridurre le emissioni finiscono – se non ben calibrati – per spostarle altrove, senza ridurle davvero, in cui la regolazione perde contatto con la realtà produttiva. Su questo terreno, il recente riposizionamento del Governo spagnolo, formalizzato dal Ministro Hereu al Commissario Hoekstra, sull’aggiornamento dei benchmark dell’Ets merita un’attenzione particolare, non perché metta in discussione gli obiettivi climatici europei – che vengono ribaditi con forza – ma perché, per la prima volta da parte loro, richiama la Commissione europea a una responsabilità spesso trascurata, quella di rendere la transizione realmente praticabile per l’industria europea.
L’Ets è uno strumento allo stesso tempo potente e rischioso: può funzionare se i parametri su cui si basa (i benchmark) riflettono condizioni tecnologiche realistiche e riconoscono differenze settoriali concrete; funziona malissimo se diventa una costruzione astratta, incapace di distinguere tra processi produttivi profondamente diversi e se, come accade oggi, diventa preda della speculazione finanziaria. E’ su questo aspetto che l’approccio spagnolo introduce finalmente un elemento di verità e di realismo: chiedere all’Unione europea benchmark raggiungibili e coerenti con le specificità dei settori, maggiore trasparenza sui dati utilizzati e una più puntuale articolazione tra sotto-impianti, non è una richiesta “difensiva”, ma una richiesta profondamente europeista. Significa in altre parole fare in modo che una politica comune produca effetti reali, e non distorsioni. Il rischio altrimenti è evidente, e non riguarda solo la perdita di competitività di alcune filiere strategiche (dalla ceramica ai materiali avanzati), ma un fenomeno ancora più insidioso: il carbon leakage. Se le produzioni per sopravvivere a costi insostenibili si spostano verso paesi con standard ambientali più bassi, l’Europa può anche migliorare i propri indicatori, ma lo stato di salute ambientale del pianeta nel suo complesso peggiora.
Chi ha responsabilità di governo nei territori industriali – il Ministro spagnolo è stato Sindaco di Barcellona – conosce bene questo equilibrio. Perché la transizione non è una sequenza di divieti, ma un processo articolato e complesso che deve tenere insieme sostenibilità ambientale, sostenibilità economica e sicurezza degli approvvigionamenti. Un equilibrio molto delicato che non si costruisce con slogan, ma con strumenti regolatori intelligenti e lungimiranti. Per questo la proposta di intervenire sui meccanismi tecnici dell’Ets (ad esempio consentendo una migliore disaggregazione dei benchmark tra diverse tipologie di processi) va nella direzione giusta: non arretra dall’ambizione climatica, ma la rende efficace in un’ottica di realismo, non difende in modo acritico l’esistente, ma lo accompagna nella trasformazione. È la stessa linea per cui mi batto da anni e che come Regione Emilia-Romagna, abbiamo portato a Bruxelles, insieme a Confindustria Ceramica, nel Dicembre scorso.
Peraltro questa richiesta del Governo spagnolo di modifica dell’Ets si accompagna, nel loro caso, a una strategia energetica vera, fatta di obiettivi ambiziosi sulle rinnovabili, di un piano straordinario di investimenti e, allo stesso tempo, di concretezza. Il mix energetico spagnolo è tra i più completi in Europa, la Spagna ha investito più di altri sulla neutralità tecnologica e si è data tra i più alti obiettivi di decarbonizzazione. Non c’è contraddizione tra ambizione e pragmatismo: c’è coerenza.
Questo passaggio rappresenta anche una svolta politica. La Spagna, che è stata spesso indicata come uno dei principali ostacoli alla revisione del sistema Ets, oggi invece propone una correzione che rafforza il sistema stesso, un cambio di posizione importante che deve aprire due riflessioni politiche. La prima riguarda il campo progressista europeo. Serve aggiornare la proposta politica in linea con questo spirito: nessun passo indietro rispetto al dovere storico dell’Unione Europea di guidare il mondo nella decarbonizzazione e nella riduzione delle emissioni climalteranti; allo stesso tempo vanno difesi esplicitamente il lavoro, l’occupazione e il sistema produttivo europeo. E soprattutto serve affrontare le politiche industriali con un approccio fortemente concreto e consapevole, capace di entrare dentro i singoli settori, di leggerne le specificità, di accompagnarne la trasformazione. La seconda riflessione riguarda l’Italia e il piano istituzionale. Negli ultimi anni, con un forte peggioramento negli ultimi mesi, abbiamo assistito a troppi scontri politici tra Italia e Spagna. Meloni e Tajani hanno spesso dato l’idea di essere più attenti a non turbare Popolari spagnoli e Vox piuttosto che costruire un asse istituzionale italo-spagnolo. Se vogliamo davvero incidere sulle politiche europee, un’alleanza tra Italia e Spagna rappresenterebbe un segnale potente per una correzione seria delle politiche energetiche, industriali e climatiche europee; non per accantonare il Green deal (sarebbe irresponsabile), ma per costruire una nuova fase che tenga insieme obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione e tutela dell’industria e dell’occupazione.
Italia e Spagna sono entrambe esposte più di altri paesi agli effetti del cambiamento climatico nel Mediterraneo e condividono la presenza di comparti industriali hard to abate, uno su tutti quello dell’industria ceramica, ma stessa cosa vale per chimica, vetro e acciaio, filiere che sono state oggettivamente danneggiate dalle politiche europee e che invece devono essere accompagnate nella transizione.
Gli scenari internazionali che abbiamo davanti non consentono passi indietro, ora più che mai l’Europa ha bisogno di una politica industriale che non sia in contraddizione con la politica climatica; ha bisogno di strumenti che incentivino l’innovazione, non che penalizzino indiscriminatamente la produzione; e soprattutto ha bisogno di evitare approcci ideologici o burocratici che rischiano di indebolire proprio quei sistemi produttivi che possono e devono essere protagonisti della transizione. In questo senso, quest’apertura spagnola dimostra che c’è uno spazio concreto per essere pienamente dentro gli obiettivi europei e, allo stesso tempo, chiedere realismo, gradualità e attenzione alle specificità industriali. Non è un passo indietro, ma al contrario, un passo avanti verso una transizione che tenga insieme clima e industria. Ed è esattamente questo il punto: senza industria europea, non ci può essere né transizione climatica, né giustizia sociale.
Michele De Pascale, presidente della regione Emilia-Romagna