Aumentare i permessi gratuiti di emissione è la via giusta contro gli Ets

L'imposta europea aveva il compito di tenere alto il costo della produzione elettrica ad alto contenuto di carbonio. Ma ora anche il prezzo del gas è alle stelle e mantenere il sistema appare inutile. Così L'Ets diventa un extra-costo. Una soluzione

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1 APR 26
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© foto Ansa

L’ETS, l’imposta sul carbonio introdotta nel sistema europeo, rappresenta probabilmente la più importante tassa ambientale presente nel sistema degli scambi mondiali. Le tasse ambientali, nella teoria economica e poi nella pratica, rappresentano un modo per introdurre nel mercato degli scambi il costo delle esternalità ambientali e spingere quindi verso produzioni sempre più “pulite”. Così l’ETS, nella sua fase iniziale, diede una spinta considerevole alla sostituzione del carbone con il gas nella produzione di elettricità e in altre produzioni. Il gas ha un contenuto carbonico all’incirca pari alla metà rispetto al carbone. Ed è poi divenuta anche un importante incentivo per la produzione di elettricità con fonti rinnovabili e da energia nucleare, il cui contenuto di carbonio è praticamente nullo. Ma dalla sua istituzione molte cose sono cambiate. Se l’ETS aveva il compito di tenere artificialmente alto il costo della produzione elettrica ad alto contenuto di carbonio, che senso ha mantenerlo in funzione quando il costo è già alto, anzi altissimo, per ragioni di mercato, come sta accadendo in questi giorni, in cui, per la crisi innescata dalla guerra USA-Iran, il prezzo del gas (e del petrolio) è schizzato alle stelle? Cosa che era già accaduta nella precedente crisi russo-ucraina. In questo modo l’ETS, anziché rappresentare un correttivo a prezzi di mercato troppo bassi, si configura come un extracosto che rende il prezzo finale dell’energia europea una palla al piede insostenibile, visto che circa il 20 per cento del prezzo finale è dovuto all’ETS.
E contribuisce in modo decisivo all’avvicinarsi dello spettro della recessione sull’economia europea. Che senso ha che da una parte i governi si industrino a destinare ingenti risorse pubbliche per alleviare i costi dell’energia e dall’altra i governi e l’Europa incamerino cifre ben più importanti dalla riscossione dell’ETS? Cosa che, peraltro, accade anche con altre imposte sull’energia, come le accise sui carburanti, sui quali i governi lucrano quando sono in aumento, grazie all’aumento dell’IVA. L’ETS ha certamente favorito storicamente la sostituzione del carbone con il gas e dato una spinta alla produzione da rinnovabili, peraltro già largamente incentivata in altri modi. Ma oggi le rinnovabili hanno il costo di produzione puntuale più basso di ogni altra fonte e quindi un prezzo artificialmente alto dell’energia si traduce di fatto, per le rinnovabili, in una rendita senza merito e in profitti ingiustificati. L’Unione Europea ha annunciato di voler rivedere l’intero sistema. Uno dei problemi, forse il principale, è rappresentato dalla rigidità del sistema ETS, oltre che dalle manovre speculative che ormai si esercitano su un mercato, quello degli ETS, ampiamente finanziarizzato. L’ammontare dell’imposta rimane fisso, a prescindere da quale sia il costo del bene sottostante tassato. Probabilmente rendere flessibile l’ammontare della tassa, adattandolo ai variabili costi dell’energia, come proposto anche da Roger Abravanel sulle pagine del Corriere, potrebbe essere una buona idea. Ma la proposta dell’istituzione di una banca europea dell’energia appare macchinosa e certamente necessita di tempi inconciliabili con l’urgenza della situazione. Probabilmente più efficace e rapido sarebbe aumentare nuovamente, e in maniera consistente, la quota di permessi di emissione da concedere gratuitamente agli utilizzatori dei combustibili tassati, compresi i produttori di energia. Certo, questo significa rinunciare a importanti introiti per i bilanci pubblici, ma certamente inferiori alle conseguenze che derivano dalla perdita di competitività dell’industria europea, dal rallentamento della crescita e forse da una prossima recessione.