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Il problema dell’Ets non è lo strumento, ma l’uso. Idee per ripartire
Chiedere di rivedere i benchmark, con realismo e riconoscendo le specificità dei diversi settori, significa spendersi affinché la transizione sia una cosa seria anziché un totem ideologico che rischia minarne la competitività
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10 APR 26

Pannelli fotovoltaici installati sulla copertura di un parcheggio di un mercato rionale a Napoli, 20 settembre 2022 ANSA / CIRO FUSCO
Al direttore - Intervenendo ieri sul Foglio, il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale ha opportunamente sottolineato l’importanza del recente riposizionamento del governo spagnolo rispetto alla revisione dei benchmark europei che regolano, per i diversi settori, il funzionamento del Sistema di scambio delle quote di emissione (Ets). Può apparire una questione molto tecnica – i benchmark, basati sulle performance del 10 per cento di impianti più virtuosi di ogni settore, sono valori di riferimento che stabiliscono la quantità di quote di emissione assegnate gratuitamente agli impianti industriali, per unità di prodotto, oltre i quali le imprese sono tenute ad acquistare le quote sul mercato – ma De Pascale coglie tutta la valenza politica della presa di posizione spagnola: chiedere di rivedere i benchmark, con realismo e riconoscendo le specificità dei diversi settori, significa spendersi affinché la transizione sia una cosa seria – concretamente affrontabile dalle imprese – anziché un totem ideologico che rischia minarne la competitività o di provocarne la delocalizzazione in paesi con standard ambientali più bassi. E’ dunque il segno di un’opportuna ed equilibrata rilettura del Green Deal, che nulla rinnega dal punto di vista degli obiettivi climatici (anzi: è sempre più chiaro che decarbonizzazione significa superare le attuali dipendenze dai paesi che ci forniscono i combustibili fossili, guadagnare autonomia e sovranità), ma che realizza la necessità di combinare quella strategia con la permanenza e la competitività dell’industria europea, e con la sicurezza degli approvvigionamenti.
A proposito dell’Ets, nelle scorse settimane si è molto discusso della posizione assunta dal governo italiano, che oltre a prevedere nel decreto Bollette una modifica unilaterale del meccanismo europeo, è arrivato a chiedere la sospensione o addirittura la cancellazione della misura.
L’Ets è però di uno strumento concepito per essere uniforme tra gli stati membri, e una modifica da parte di un singolo paese appare difficilmente praticabile. Non perché sia perfetto e intoccabile. Il prezzo delle quote si aggira oggi intorno ai 90-100 euro/tCO2, che si traduce per le imprese in un costo di circa 30 euro/MWh: troppo, considerato che si somma ad un prezzo dell’energia (in Italia fissato dal gas per oltre l’80 per cento delle ore dell’anno) che la crisi del medio oriente ha mandato alle stelle, oltre che ad accise e corposi oneri di sistema. Ma anziché rottamare uno strumento che dal 2005 a oggi ha contribuito in modo significativo alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica in Europa, appare decisamente più opportuno procedere con modifiche mirate, come del resto auspica la lettera del governo di Madrid segnalata da De Pascale. Della revisione dei benchmark si è detto. Un approccio più realistico e più rispondente alle caratteristiche tecnologiche dei diversi settori avrebbe effetti sicuramente positivi (rivedendo al rialzo i parametri, aumenterebbero le quote gratuite disponibili per le imprese).
Altre modifiche sono relativamente semplici e riguarderebbero soprattutto le imprese energivore: si può intervenire aumentando le quote gratuite, oppure rivedendo i tempi del phase out. All’ingresso progressivo del Carbon border adjustment mechanism (Cbam) corrisponde infatti una riduzione graduale delle quote gratuite, ma questo processo ha un timing che può essere modificato. Un terzo ambito riguarda il tetto massimo di emissioni, o cap emissivo. Negli anni, gli obiettivi di decarbonizzazione sono passati da una crescita lineare, inizialmente intorno all’1,75 per cento annuo, a una dinamica più accelerata, che ha ridotto il numero di quote disponibili e contribuito all’aumento dei prezzi. Tornare a un andamento più lineare, attorno al 2 per cento annuo, potrebbe produrre un effetto deflazionistico sul prezzo delle quote. Un’ulteriore possibilità è quella di consentire ai prezzi di oscillare all’interno di un corridoio, fissando sia un valore minimo sia un tetto massimo. Al raggiungimento della soglia superiore, il meccanismo di market stability reserve potrebbe immettere nuove quote per evitare ulteriori aumenti. Un sistema di questo tipo è già previsto per l’Ets 2, che non è ancora in vigore, ma per il quale è stato definito proprio un meccanismo di corridoio di prezzo. Se su questo punto si è trovato un accordo, non dovrebbe essere impossibile estendere una logica simile anche all’attuale Ets.
Ancora, una richiesta ricorrente delle stesse imprese energivore è quella di evitare che il mercato delle quote sia esposto a fenomeni speculativi, consentendo a soggetti estranei al sistema produttivo di fare compravendita di titoli. Una limitazione in questo senso renderebbe probabilmente il mercato meno liquido, ma anche meno soggetto a bolle speculative. Quel che è certo, infine, è che l’eccezionalità della situazione richiede in ogni caso un reset riguardo al modo in cui il nostro Paese gestisce i proventi dell’Ets. L’Italia ha sistematicamente disatteso le regole europee sull’utilizzo dei proventi dell’Ets. Fino al 2023, almeno il 50 per cento di tali risorse doveva essere destinato alla transizione energetica; oggi la quota è salita al 100 per cento. Eppure, a fronte di circa 18 miliardi di euro incassati, solo 1,6 miliardi sono stati restituiti alle imprese sotto forma di compensazioni. Il resto è stato utilizzato per altre finalità, in larga parte legate al sostegno del debito pubblico. Questo non è accettabile, tanto più in una fase come quella attuale. Quei fondi potrebbero essere utilizzati per ridurre gli oneri sulle imprese, come già fatto in passato durante la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina.
Giorgio Gori , europarlamentare del Pd