Effetto Iran, la Bce ricalibra le previsioni: inflazione al 3,1 per cento e crescita più debole

Il petrolio sopra i 100 dollari riaccende il carovita e rallenta l’economia europea. I rendimenti salgono: il Btp a due anni vola dal 1,87 al 2,9 per cento. E per Bankitalia la guerra può mettere a rischio la stabilità finanziaria

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2 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:29 PM
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La sede della Banca centrale europea a Francoforte (foto Getty Images)

L’inflazione torna a bussare alle porte dell’Europa. Nel bollettino economico di marzo rilasciato stamattina, la Banca Centrale Europea fotografa un quadro in rapido deterioramento per l’economia del continente: il rialzo dei prezzi dell’energia, innescato dal conflitto in Iran, “spingerà l’inflazione al di sopra del 2 per cento nel breve periodo”, con un picco atteso al 3,1 nel secondo trimestre del 2026 e un successivo calo al 2,8 nel terzo trimestre. Una discesa da verificare, perché la stessa Bce avverte che “i rischi per le prospettive di inflazione sono orientati al rialzo”, soprattutto se il conflitto dovesse protrarsi e rendere il rincaro energetico più persistente del previsto.
Il punto, però, non è l’inflazione in sé, ma la traiettoria dell’intera economia. La crescita rallenta, quasi si arresta. “Gli ultimi dati disponibili sono coerenti con una crescita del Pil modesta nel primo trimestre del 2026”, scrive Francoforte, aggiungendo che “i rischi per le prospettive di crescita sono orientati al ribasso”. È il meccanismo noto degli shock energetici: l’aumento dei prezzi erode i redditi, deprime la fiducia e finisce per comprimere i consumi. A livello globale, l’impatto è già misurabile: -0,4 punti percentuali di crescita nei prossimi due anni, con il pil mondiale che scenderebbe dal 3,6 per cento del 2025 al 3,3 nel 2026. Un rallentamento che cancella, in poche settimane, i segnali di tenuta osservati alla fine dello scorso anno.
Al centro di tutto c’è il petrolio. Tornato sopra i 100 dollari al barile e, soprattutto, stabilmente ancorato a quella soglia psicologica che trasforma un aumento dei prezzi in uno shock economico. Stamattina, dopo il discorso di Donald Trump, le quotazioni sono salite del 10 per cento, superando i 109 dollari. Ma il punto non è la volatilità di giornata, bensì la struttura del mercato. Secondo le stime degli analisti Bloomberg, con la guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz mancano circa 8 milioni di barili di petrolio al giorno all’economia mondiale. È una quantità enorme, equivalente ai consumi combinati di Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Non è solo un rincaro speculativo: è una carenza fisica di offerta.
Come spesso accade nelle crisi energetiche, il rincaro non resta confinato al petrolio ma si propaga lungo tutta la filiera economica. Il conflitto, con il sostanziale blocco di Hormuz, ha spinto al rialzo anche i prezzi di beni strategici come i fertilizzanti. Un passaggio importante, perché i fertilizzanti sono un input essenziale per l’agricoltura e finiscono per riflettersi direttamente sui prezzi degli alimenti. È così che l’inflazione energetica si trasforma in inflazione generalizzata. Non riguarda più soltanto carburanti e bollette, ma entra nel costo quotidiano della vita.
Finora, le risposte dei governi occidentali si sono concentrate esclusivamente sul lato dell’offerta: riduzione di tasse e accise per contenere i prezzi. Ma se il conflitto dovesse durare, il prossimo passo sarà intervenire sulla domanda. In altre parole, ridurre i consumi. Una versione aggiornata, e per ora più leggera, dell’austerità seguita allo shock petrolifero degli anni Settanta: limiti di velocità più stringenti, contingentamento dell’aria condizionata, maggiore ricorso allo smart working. Un rallentamento indotto e controllato dell’economia, nella speranza che a ridurre la domanda di petrolio non sia una recessione piena e disordinata.
I mercati, intanto, si stanno già muovendo. L’aumento delle aspettative di inflazione si è scaricato sui titoli di stato, facendo salire i rendimenti ovunque. Ma non in modo uniforme. I paesi più colpiti sono quelli considerati più fragili dal punto di vista energetico, su tutti Italia e Regno Unito. Dal 27 febbraio, data di inizio del conflitto nel Golfo, il Btp italiano a due anni è passato dall’1,87 per cento al 2,9, mentre il corrispettivo titolo inglese tocca ora un rendimento del 4,4 per cento. È la traduzione finanziaria dello shock: più inflazione attesa, più rischio percepito, più costo del debito pubblico.
Ed è proprio questo il punto di caduta che preoccupa il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, intervenuto stamani a margine di un evento alla Farnesina. Non tanto, o non solo, l’inflazione in sé, quanto il rischio che lo shock energetico si trasformi in instabilità finanziaria. “Le tensioni sui mercati energetici preoccupano non solo per l’impatto immediato su inflazione e crescita, ma anche per le possibili ripercussioni sulla stabilità finanziaria”, ha avvertito. È qui che si inserisce il vero nodo: in un contesto di debito pubblico elevato, “le fragilità preesistenti potrebbero trasformarsi in canali di amplificazione degli shock”.
Il passaggio è cruciale, perché lega direttamente energia, inflazione e debito. Se cambia la percezione del rischio da parte degli investitori, avverte Panetta, il cambio di passo è rapido: tensioni sui titoli sovrani, movimenti nei flussi di capitale, aumento del costo di finanziamento. È una dinamica che i mercati stanno già iniziando a prezzare.
Per l’Italia, il messaggio è chiaro e insieme prudente. Mantenere la fiducia dei mercati diventa una priorità politica prima ancora che economica. “La buona percezione sulla tenuta della finanza pubblica italiana ci ha finora tenuto al riparo”, ricorda il governatore. Ma è una protezione fragile, che dipende da equilibri esterni e aspettative. E che potrebbe incrinarsi rapidamente se la crisi energetica dovesse durare più del previsto.