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opportunità

Per essere attrattivi serve più mercato e meno politica 

Claudio Cerasa

Atlantia, Tim, Ita, Bpm, Generali. La vivacità delle quotate offre una lezione all’Italia

Solo coincidenze? Forse no. Giovedì mattina, poco prima dell’avvio dei mercati, la famiglia Benetton e uno dei fondi di investimento più famosi del mondo (Blackstone) hanno annunciato un’Opa totalitaria su Atlantia (23 euro ad azione) per neutralizzare il tentativo da parte di Florentino Pérez (imprenditore spagnolo, presidente del Real Madrid e numero uno della Actividades de Construcción y Servicios) di acquistare una quota di maggioranza della stessa Atlantia (dove la famiglia Benetton ha attualmente il 30 per cento delle azioni). Il titolo di Atlantia è arrivato ai massimi in Borsa e mercoledì l’operazione potrebbe essere finalizzata. La vivacità del mercato registrata su Atlantia è però solo l’ultimo tassello di una vivacità più ampia che da qualche tempo a questa parte riguarda il mercato delle quotate italiane. Pochi giorni prima del duello tra Pérez e Benetton, un’importante banca francese, Crédit Agricole, che un anno fa ha acquisito il 95 per cento del Credito Valtellinese, ha reso noto di aver acquisito il 9,2 per cento di Banco Bpm, divenendone la prima azionista, alimentando le attese su una futura acquisizione e costringendo con questa mossa Unicredit, che pure mesi fa aveva tentato il colpo su Bpm, a decidere cosa fare in futuro: difendere ciò che ha, espandersi in Europa, tornare alla carica su Bpm per non indebolirsi ulteriormente in Lombardia.

 

Qualche settimana prima di Bpm, l’Italia ha fatto i conti con il caso Lufthansa, interessata all’acquisizione di Ita, l’ex Alitalia, azienda che ha attirato anche l’interesse di mercato della coppia Air France-Delta che con l’aiuto di un indolente Mef potrebbe riuscire nell’impresa non semplice di sabotare il matrimonio tra Ita e Lufthansa (che nell’operazione è supportata non, come succedeva un tempo, da una qualche società parastatale, ma da un altro privato chiamato Msc). Nello stesso periodo, sempre a proposito di movimenti di mercato, l’Italia ha fatto i conti con il caso di Kkr, uno dei fondi di investimento più importanti del mondo, che da mesi mostra interesse all’acquisizione di Tim e che però la politica (il governo) ha finora fatto di tutto (insieme con Cdp) per allontanare Kkr da Tim (si aspetta che l’offerta ventilata e mai presentata ufficialmente da Kkr cada nel nulla per poi rilanciare sulla rete unica: vaste programme).

 

In questo quadro, oltre alle numerose operazioni di mercato che si sono andate a registrare negli ultimi tempi nel mondo del calcio, dove ormai diverse squadre italiane sono finite nella pancia di fondi di investimento americani (l'Atalanta, il Genoa, la Roma, lo Spezia, la Fiorentina, il Bologna e il Milan, che secondo l'Equipe ora sarebbe oggetto di una trattativa con un fondo di nome Investcorp e la cui vicenda indica però anche un potenziale problema), c’è ovviamente il gustoso caso di Generali, dove due imprenditori importanti (Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio) hanno lanciato un’importante sfida all’attuale management (in primis Mediobanca) che sostiene l’amministratore delegato Philippe Donnet facendo appello al mercato e costruendo la propria sfida per sedurre i fondi istituzionali che sono diventati l’ago della bilancia della partita tra il presente e il futuro di Generali (anche se a essere decisivi potrebbero essere alla fine i voti presi in affitto da Mediobanca, pratica molto contestata da Caltagirone e Del Vecchio, che sono pari al 4,4 per cento del capitale). (segue a pagina quattro)

 

La vivacità del mercato finanziario italiano è testimoniata non solo dall’aneddotica ma anche da alcuni numeri forniti poche settimane fa da Kpmg, un network internazionale di servizi professionali, che ha messo insieme spunti di riflessione interessanti. Nel 2021, ha documentato Kpmg, il cosiddetto M&A (mergers and acquisitions, fusioni e acquisizioni) ha fatto segnare un anno particolarmente positivo per l’Italia. Sono state chiuse 1.165 operazioni per un controvalore pari a circa 98 miliardi di euro (anno migliore dopo la crisi finanziaria del 2008) e in questo periodo (sono i mesi del governo Draghi, ma sono anche i mesi del post emergenza pandemica) gli investitori esteri hanno investito con convinzione sugli asset del nostro paese facendo segnare un più 60 per cento di operazioni rispetto al 2020 (primo anno di pandemia, anno durante il quale però le acquisizioni non si sono fermate) per un controvalore totale pari a 16,8 miliardi di euro (livelli pre pandemia eguagliati). I segnali di un’Italia che torna a essere attrattiva sono molti e tra questi occorre aggiungere anche il numero molto elevato di quotazioni in Borsa (Ipo) nel 2021 (49, il più alto degli ultimi dieci anni, per una raccolta totale di oltre due miliardi) e il numero elevato di offerte pubbliche di acquisto (21 Opa, per un controvalore complessivo di circa 9 miliardi di euro).

 

In verità, dato ancora più interessante, se si studia con attenzione il rapporto sulle fusioni e le acquisizioni si scoprirà che il dato più rilevante del 2021 è legato a un fatto che spesso sfugge alle prime pagine dei giornali: ovvero le acquisizioni italiane all’estero, che con 200 operazioni hanno fatto registrare la cifra record di 56 miliardi di euro di controvalore. Ma questi numeri sono lì a testimoniare non solo un fatto culturale piuttosto evidente (in Italia, la vivacità del mercato finanziario è inversamente proporzionale alla vicinanza che ha la politica ai dossier finanziari: vedi il caso Ita, vedi il caso Tim) ma anche un’enorme e ulteriore opportunità che si presenta oggi di fronte al nostro paese. Un’opportunità che coincide con una scelta importante che la classe dirigente italiana dovrà fare nei prossimi mesi.

 

La guerra lanciata dalla Russia in Ucraina, come è ormai evidente, contribuirà a ridefinire il perimetro della globalizzazione. E all’interno del nuovo perimetro i grandi fondi e le grandi imprese internazionali, nel tentativo anche di accorciare le distanze delle proprie catene di approvvigionamento, cercheranno di orientare i propri investimenti allontanandoli il più possibile dai paesi instabili, dai paesi a rischio e dai paesi inaffidabili. E in questo senso la sfida dell’Italia, a prescindere da quella che sarà la durata della guerra, dovrà essere questa: scegliere se concentrarsi esclusivamente sulla politica del piagnisteo (ristorateci) o scegliere se fare tutto ciò che è necessario fare (whatever it takes) per rendere l’Italia un paese più accogliente, più affidabile, più sicuro, più giusto, meno ostaggio della burocrazia e della furia cieca della magistratura ideologizzata, evitando di alimentare la lagna (cari imprenditori, oltre il prezzo della benzina c’è molto di più) e provando a fare dell’Italia non una terra di conquista ma una terra di opportunità. Meno politica, meno vincoli, meno rigidità, più mercato, più Europa e più capitali coraggiosi. La vivacità delle quotate è una lezione per tutti. E non capirlo, più che un peccato, sarebbe un delitto. Buona Pasqua a tutti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.