Se Ilva sarà un parco acquatico ora può deciderlo solo Di Maio

Alberto Brambilla

Roma. Dopo settimane di pressioni da parte del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ArcelorMittal ha comunicato di accettare “tutte le richieste sostanziali e ulteriori impegni” del governo riguardo all’affitto degli impianti dell’Ilva per potere subentrare nella gestione rapidamente.

 

Il governo, appena insediato, aveva deciso di rinviare la conclusione dell’operazione di tre mesi, da giugno a settembre. In seguito aveva messo in dubbio la correttezza della procedura di gara per rilevare il gruppo avvenuta un anno prima e vinta da Arcelor contro AcciaiItalia, cordata di imprenditori italiani uniti all’indiana Jws inizialmente appoggiata dalla Cassa depositi e prestiti. Nelle ultime settimane, con un gioco di sponda, Di Maio aveva accolto una lettera del presidente della Puglia Michele Emiliano che metteva in dubbio la gara sostenendo che la cordata concorrente era stata sfavorita. Poi il ministro ha ricevuto un parere dell’Autorità anti corruzione (Anac), che, senza averne capacità specifica, non ha potuto fare altro che rimandare l’eventuale decisione di annullare la gara al mittente, ovvero a Di Maio e al governo Conte.

   

Di fronte a tale pressing Arcelor, primo produttore d’acciaio europeo, ha reagito ieri accogliendo le richieste governative e informandone i commissari di stato, che gestiscono l’impianto da cinque anni. Persone a conoscenza delle trattative spiegano che il processo decisionale, un carteggio, che ha portato ad accogliere le richieste è stato seguito anche dal ministero dello Sviluppo. Si dovrebbe desumere che Di Maio ne sia al corrente e approvi essendo al vertice della struttura che ha contribuito alle proposte. Di Maio ha detto ieri di “valutare” la proposta ma di continuare gli “accertamenti sulla gara”, senza quindi risolvere la situazione di incertezza che impensierisce Arcelor e i suoi investitori: è quotata su cinque listini e il 58 per cento delle quote in mano al mercato.

 

"A seguito delle verifiche interne sul dossier Ilva e del parere fornito dall'Anac si ritiene che ci siano i presupposti per avviare un procedimento amministrativo finalizzato all'eventuale annullamento in autotutela del decreto del 5 giugno 2017 di aggiudicazione della gara", si legge in una nota del ministro dello Sviluppo economico. "È un procedimento disciplinato per legge – afferma Di Maio – che durerà 30 giorni. Un atto dovuto per accertare i fatti a seguito delle importanti criticità emerse. Ad ogni modo domani incontrerò i vertici di ArcelorMittal per proseguire il confronto sull'aggiornamento della loro proposta".

   

I termini esatti della proposta non sono stati rivelati dalla compagnia né, al momento, dal governo o dai sindacati. Una fonte a conoscenza del dossier parla all’agenzia Reuters di “accelerazione dei tempi degli interventi ambientali”, “interventi di green economy a Taranto” e “un’apertura sull’uso del gas in una fase successiva”. Secondo quanto si apprende, l’accelerazione riguarda l’anticipazione della copertura dei parchi minerari dal 2023 al 2020. Per quanto riguarda la possibilità di sperimentare l’impiego parziale di un processo di produzione meno inquinante basato sull’uso del preridotto di ferro – a suo tempo proposto dal concorrente AcciaiItalia – e l’installazione di forni elettrici non ci sarebbe niente di più di una apertura di massima, da intendere come impegno a una valutazione futura di tale tecnologia. Emiliano è un sostenitore dell’uso del gas in siderurgia anche se al contempo contrasta il gasdotto Tap che permetterebbe approvvigionamenti a minore costo. In Europa l’austriaca Voestalpine utilizza il preridotto di ferro che, però, per produrre acciaio necessita di forni elettrici. Tale eventualità snaturerebbe Ilva che sarebbe distante dall’essere “profittevole” come da ambizioni di Arcelor. Gli impegni sull’occupazione resterebbero quelli discussi dai sindacati, dopo l’abbandono delle trattative con l’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, a 10 mila lavoratori su 14 mila.

  

Arcelor si propone dunque per non fare dell’Ilva qualcosa di diverso da un’acciaieria, tipo un parco tecnologico (o acquatico?) come nei sogni di Beppe Grillo e del M5s. Una criticità seria è il tempo di reazione dell’esecutivo. L’impianto è insicuro, non c’è manutenzione periodica, le ditte d’appalto stanno licenziando. Il 15 settembre è la data massima entro la quale si deve concludere la trattativa senza ricorrere ad altri finanziamenti pubblici. L’ultimo da 300 milioni di euro risale all’anno scorso. L’azienda si barcamena, brucia circa 30 milioni al mese e produce alla metà del potenziale (tre altoforni su cinque sono fuori uso). Dopo settembre sarebbe necessario il dodicesimo decreto “salva Ilva”, cui Di Maio (e il M5s) era contrario quando a farlo sono stati i governi precedenti.

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