(Foto di Ansa) 

Un'estate al mare

L'evento dilaga: non ci resterà che leggere libri da ombrellone

Marco Archetti

Come un incubo che ricorre, ecco che arriva la stagione estiva con la sua escalation, in cui ogni ciottolo si trasforma in cultura, in cui tutto è pensato a misura di acciottolato culturale perché la cultura è concept, è texture, è pattern, è dovunque

Eccola, nereggia all’orizzonte come un incubo: sta per fare irruzione nelle nostre vite post pandemiche e accaldate, smaniose di socialità e tuttavia angosciate dagli andazzi generali, l’estate che (non) ci meritiamo. La resa sarà inevitabile, e inevitabile consegnarsi senza fare storie, col fermoimmagine di un sorriso e un lunatico scetticismo, al luglio e all’agosto incombenti (i soliti poveri su Twitter si fanno i gonzo-summer-reportage da due settimane almeno, in pandemia era tutto un “non arriviamo alla fine del mese”). Prepariamoci a cedere le armi a un’altra estate di cui purtroppo non potremo dire “non c’era mai niente da fare”. E ora che anche l’Islanda è meta di chiunque e tuttavia non è che l’Adriatico si svuoti, agli anacoreti del ferragosto non resterà che tentare compromessi. La soluzione potrebbe essere sintonizzarsi con le terrificanti “piccole cose”, o riscoprire a denti stretti i borghi disabitati (in pandemia era tutto un “rivalutare il turismo di prossimità, le gitarelle, le piccole anse sul fiume”) e intanto rimpiangere i tempi in cui si riusciva a stare a casa a far niente, con la certezza di averla scampata.

Brutta notizia: a questo giro non sarà così. Tutt’intorno ferve già un lavorio incessante. Tutt’intorno si ode un minuzioso andar di ingranaggi, un alacre frinio di assessori & saltimbanchi. E’ l’attivismo culturale. Come sempre e più di sempre, la discoteca della cultura sta per aprire i battenti e spalancare le sue sale, la sagra della bellezza permanente (che salverà ovviamente il mondo, te compreso) sta alzando i decibel. I programmi sono già gremiti, i musei pieni come ristoranti, i ristoranti straripanti come pinacoteche, casa vostra circondata e sarà impossibile fare qualcosa di non culturale perché tutto sarà culturale o non sarà – le pastasciuttate, le bande rionali, l’intero agosto molfettese, ogni singola festa di quartiere. Sottrarsi non sarà possibile. Nessun luogo in cui scappare, anzi, benvenuti nel regno del site specific, il regno in cui tutto è cultura, in cui ogni ciottolo si trasforma in cultura, in cui tutto è pensato a misura di acciottolato culturale perché la cultura è concept, è texture, è pattern, è asset per l’Eterno Dilettante smanioso di rituali.


Di fronte a questo trionfo senza precedenti non ci si vuole certo accomodare sulla panchina dei moralisti (anche se vien da chiedersi cosa ci sia di più moralista del “tutto per tutti, sempre”), ma al contrario si vorrebbe capire come si possa avere ancora un’idea di cultura di fronte a tanto fenomeno culturale. Di fronte a quest’impossibilità di sottrarsi alla cultura, di fronte a questa sensazione che la cultura venga fabbricata per braccarci, perché venga a cercarci a casa, a chiedere di noi, a pretenderci per farci suoi, a giudicarci se non partecipiamo ai suoi appuntamenti con il dotto lacrimale in piena. “La cultura al centro”, si conclama ovunque, ma al centro c’è ogni cabotaggio, purché minimo, prontamente ribattezzato “evento culturale”. Si può prendere cultura come si prende il sole, secondo bislacche idee prandiali di “cultura condivisa, spazi condivisi, momenti esperienziali condivisi”?


Ed ecco l’estate, con la sua escalation culturale. Col “cartellone variegato”, “i percorsi alla scoperta dei filoni”, le danze contadine e popolari (sempre “emozionanti”, sempre “portatrici di tradizioni composite quanto suggestive”), le passeggiate culminanti nel concerto culturale, le passeggiate culturali culminanti al festival dei cortometraggi sul Medioriente, le passeggiate culminanti in pizzeria. E i teatri di marionette, i festival del tango, le “eccellenze dell’enogastronomia” che promuovono “teatro di strada a tema olio d’oliva”, la lectura Dantis all’agriturismo con seduta di Tai Chi “per tutte le età”, la conferenza sull’Astrologia alternativa, “il Trullo racconta”,  la Pinerolo romantica, la conferenza di Recalcati sulla pandemia, “Famolo strano (con la frutta)”, la rassegna sulle erbe spontanee e i formaggi tipici, i prestigiatori di Lucerna, i “viaggi musicali alla ricerca dell’essenza nella confusione della modernità”. Le stradomeniche di Pesaro. La mostra “Taggati a Montenero di Bisaccia”. Sfiancarsi di cultura, ubriachi come zucche in un’esaltante Ibiza dell’esperienza intellettuale senza freni. Con tutta questa opprimente ubiquità della cultura, finirà che sotto l’ombrellone leggeremo solo libri da ombrellone. L’Evento ha vinto. L’Evento dilaga. Si sappia: è colpa della cultura, se fuggiremo la cultura.

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