Poi, quando l’acqua si ritira, e i piccoli alberi ai lati del fiume tornano alla luce, ecco lo scenario allucinato che per mesi e mesi perdura – come micidiale colesterolo nelle vene che alimentano la città: sui rami un susseguirsi di addobbi osceni di buste di plastica, stracci, immondizia varia. Salgono fin lassù, al posto degli uccelli – con l’acqua, e lassù restano a seccare, a sfarinarsi – sotto il sole. Il biondo Tevere oscilla verso il grigio-marrone, e satollo di ciò che dentro il suo corpo (quasi sempre) placido la disattenzione e la maleducazione gettano, vomita sulle sue stesse rive per non soffocare del tutto.