Al ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, non si chiese certamente poco quando il governo Letta si insediò, lo scorso aprile. Con la sapienza tecnica che gli era unanimemente riconosciuta, l’ex numero due della Banca d’Italia avrebbe dovuto cogliere i frutti più immediati della pacificazione transitoria imposta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Pd e Pdl. Le larghe intese nascevano infatti con l’urgenza delle grandi riforme economiche, quelle “strutturali”, quelle che a elencarle ormai viene quasi noia, quelle che chiede il buon senso ancor prima che la comunità internazionale.