Finora l’Italia è rimasta ancorata a un paradigma novecentesco che ha permeato una cultura del lavoro che rifugge il lavoro stesso, inteso come fatica, calli sulle mani, sudore, quello delle “hard working people” nel mondo anglosassone (non a caso all’Università di Harvard c’è la scritta: “Non dirmi chi sei, dimmi cosa sai fare” e chi protestava davanti alla Sorbona di Parigi nel ‘68 gridava “abbasso il lavoro”). Chissà quanta quota parte dei disoccupati d’oggi è figlia di quel pensiero, incarnato dall’ala conservatrice del Partito democratico e dalla Cgil di Susanna Camusso. Loro si lagnano per l’emergenza occupazionale ma il lavoro c’è: basta prendere un quindicinale laziale per trovare oltre un centinaio d’offerte d’ogni tipo, operai, informatici, segretari, fissi o part-time.