Le furbate di Travis Kalanick per tenere in piedi Uber

Dalle strategie con cui compete con i rivali di Lyft fino all'ultimo trucchetto anti-Apple, il capo di Uber ha diversi assi nella manica 

Le furbate di Travis Kalanick per tenere in piedi Uber

Il ceo e fondatore di Uber, Travis Kalanick (foto LaPresse)

San Francisco. Chissà se c’era in sala, al Castro Theatre, sabato, alla retrospettiva dedicata a Dino Risi. Se avesse visto “il Sorpasso” e “i Mostri”, tutto restaurato da Luce-Cinecittà, forse Travis Kalanick, ceo e fondatore della locale Uber, si sarebbe identificato, e non perché in fondo il Sorpasso è un caso di ridesharing di successo seppur pagato molto caro, piuttosto perché Kalanick, 40 anni, da Los Angeles, è un personaggio che a Dino Risi sarebbe piaciuto molto.

 

Il magazine del New York Times gli ha dedicato nel weekend un profilo acuminato, partendo dalla fine, dalla fine che Uber avrebbe potuto fare due anni fa quando venne scoperta dalla Apple a taroccare i suoi telefoni. Ma, à rebours: ecco il giovane Kalanick adolescente belloccio, vendere coltelli porta a porta, iscriversi a ingegneria e poi naturalmente abbandonare come tutti gli startupper dabbene; fondare una prima app simil-Napster, e poi un’altra tipo Dropbox, basata sull’efficienza, concetto che “lo ossessiona”, secondo un testimone. Altra ossessione, fottersene delle regole, come un Bruno Cortona californiano. In questa startup chiamata Red Swoosh, in un momento di difficoltà finanziaria Kalanick prende le ritenute dei dipendenti e senza avvertirli le investe nella compagnia; poi trasferisce la startup in Tailandia per risparmiare, nel frattempo si candida a governatore della California (senza mai fare una vera campagna elettorale); e nel tempo libero diventa numero due mondiale per tennis giocato alla Nintendo wii, quasi come Gassman-Bruno Cortona a Castiglioncello nella partita di ping-pong. Vende finalmente la sua startup per 19 milioni di dollari, va a vivere con la fidanzata a San Francisco, rione Castro, non lontano dal nostro cinema (la casa ha un suo profilo twitter, ed è definita “la chiesa del capitalismo creativo” da Kalanick e dai suoi amici e sodali, tra cui uno che nel 2009 è arrabbiatissimo perché non è riuscito a trovare un taxi a San Francisco e straparla di una app anti-taxi. Indovinare chi gli ruberà l’idea).

 

Nasce Uber, siamo al 2010, Kalanick comincia a diventare una celebrità, Jay Z e Leonardo Di Caprio diventano suoi utenti, forse suoi amici, Beyonce canta a bordo piscina nelle convention aziendali (ma Oprah Winfrey scaltra si rifiuterà di entrare nel board). Iniziano anche le rimostranze dei rivali e dei dipendenti, le accuse di sostanze nei bagni dei ritiri aziendali, sessismo, tazze tirate in testa a dipendenti, addirittura maltrattamenti di un uberista recentemente a Los Angeles con video diventato ovviamente virale (la notizia del Nyt è che finalmente Kalanick si è fatto un autista).

 

Ma tra le accuse infamanti, da gambler dei nostri giorni, strategie da Spectre de noantri: dispiega sul mercato falsi clienti che prenotano i concorrenti (la piccola Lyft, oggi molto in crescita) e poi cancellano le corse, per fiaccarne il morale. Altri emissari li manda invece a fare proselitismo, e chiamano e si siedono dietro e tentano di convincere autisti Lyft a passare dall’altra parte (ecco perché se durante una conversazione col vostro uberista fate troppe domande quello si irrigidisce). E poi sempre più sofisticato, ecco Greyball, un software che mostra sul telefono a possibili “nemici” (cioè concorrenti e forse dell’ordine nei paesi in cui non è ammesso) false macchine che non ci sono, in modo che è impossibile montarci sopra – e come individua i nemici è affascinante, per esempio incrociando i nominativi con quelli degli iscritti ai dopolavori della polizia. Nel 2014 si arriva vicini a comprarsi i concorrenti, l’affare sfuma perché Lyft chiede in cambio il 15% delle azioni Uber.

 

Infine il trucchetto anti-Apple, tipo curvone della morte sull’Aurelia. Premessa: molti autisti attivavano falsi profili Uber su iPhone rubati, prenotando sé stessi per guidare di più e ottenere premi-produzione (e qui davvero si aspetta uno sceneggiatore per una commedia siliconvallica all’italiana sui nuovi mostri teleguidati). Uber ha così pensato di “segnare” gli iPhone con un codice segreto, vietato però dalla casa madre Apple. A Uber non si sono persi d’animo e invece che obbedire hanno pensato bene di schermare gli uffici di Cupertino con un software, in modo che gli ingegneri della Mela non se ne accorgessero. Quando invece se ne sono accorti, a inizio 2015, Kalanick viene convocato e cazziato da Tim Cook in persona. Più che le multe dei comuni e le proteste dei taxi, arriva l’unica minaccia a fargli davvero paura: essere radiato dal mercato delle app dell’iPhone (uguale a morire).

 

E siamo ai giorni nostri, Kalanick è ormai il cattivo perfetto, a Uber stanno cercando una badante possibilmente femmina da affiancargli come Coo, mentre lui si scusa ogni volta e ogni volta ricomincia, è davvero tra Gassman e Clark Gable, il protagonista di “San Francisco”, il film del 1936 che ricorda il terremoto del 18 aprile che distrusse la città trent’anni prima, e celebrava in un dialogo del film la città “più corrotta d’America, ma anche quella popolata dalle persone più in gamba del mondo”. Pochi ricordano infatti che la città, ben prima di Silicon Valley, ha un genius loci particolare. Fino al 1848 San Francisco aveva 500 abitanti; diventarono 20.000 in un anno (nel 1849 ci fu il boom della corsa all’Oro, di qui i 49ers, la squadra di baseball locale). Accorsero gli avventurieri da tutto il mondo, fecero più soldi con i servizi che con le pepite, nacque la prostituzione su scala industriale (ambo e omosesso), c’erano 150 uomini per ogni donna, si rimediò con l’arrivo di 20.000 prostitute di cui discendono poi tutti i sanfranciscani attuali). Se non figli di mignotta, almeno nipoti.

 

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