Merito e ipocrisia

Tre proposte per riformare concorsi e università ed evitare di scandalizzarsi per l’inevitabile

Merito e ipocrisia

Che cosa succede in università? I professori universitari sono diventati tutti mostri corrotti? Oppure lo sono sempre stati? O è la magistratura che travalica le proprie competenze? In realtà, tralasciando i fatti di cronaca e le solite bolle mediatiche, qualche considerazione accurata permette di capire il problema, che è davvero complesso, e qualche ipotesi di soluzione per cui forse basterebbe un po’ di pensiero e di coraggio.

 

Incominciamo dal problema. La valutazione puramente meritocratica nel sistema universitario italiano è difficile. Infatti, il mestiere di professore in Italia prevede almeno tre aspetti: la ricerca, l’insegnamento, i ruoli amministrativi. La ricerca è fatta di pubblicazioni il cui numero, impatto e rilevanza sono abbastanza chiari per i settori che prevedono delle misurazioni bibliometriche, ossia con standard e unità di misura universalmente accettati, ed è un po’ meno chiaro ma comunque valutabile anche nei settori che non risultano misurabili nello stesso modo. Alla ricerca si aggiungono conferenze, incarichi di università straniere, comitati scientifici. Fin qui siamo arrivati: ogni professore sa che sarà valutato su questi temi.

 

Ma nell’università c’è anche l’insegnamento e la cura degli studenti, che alla fine influirà come parametro sui finanziamenti che l’Università riceve anche per la ricerca. Che uno insegni bene o male, che segua due o dieci tesi all’anno, che faccia una o mille commissioni di esame, che gli studenti lo trovino sempre negli orari di ricevimento o non lo trovino mai viene ora monitorato in molte università ma non rientra nel famoso “merito” dei concorsi.

 

Inoltre, l’università italiana, non dotata di grandi risorse, richiede ai professori di coprire molti incarichi di amministrazione – non solo quelli elettivi interni come presidente di corso di studio o direttore di dipartimento, ma anche altri come quelli di responsabili o delegati per concorsi, eventi o funzioni – che spesso non sono retribuiti ma che sono essenziali perché l’istituzione vada avanti e trovi i famosi fondi per la ricerca. Neanche questi fattori rientrano nel “merito”.

 

Ciò che succede, al di là di casi particolari e di storture, è che la valutazione alla fine deve cercare di comprendere tutti questi elementi per non essere ingiusta all’inverso, ossia per non far diventare professore uno che, dedicato alla ricerca, non abbia alcun interesse e cura per gli studenti o che non abbia alcuna intenzione di collaborare con l’istituzione nei suoi vari livelli e con i colleghi. Peccato, però, che la legge non preveda nulla di tutto ciò, incoraggiando il malcostume di trovare da soli un equilibrio tra le varie funzioni (come conferma è interessante notare che nelle inchieste sui concorsi non si tratta mai di denaro), rischiando di scambiare considerazioni personali o ideologiche per considerazioni oggettive. E’ in questa distanza tra la legge e i vari aspetti del merito che si trova il problema.

 

Ci sono soluzioni? In realtà sì. La prima è la cooptazione da parte degli ordinari di un settore sulla base di curriculum che comprenda ogni aspetto menzionato e con referenze firmate dai colleghi. Qualche corso di dottorato già lo fa. In questo caso la presentazione/sponsorizzazione è pubblica e ogni scelta viene intestata a qualcuno che ne sarà responsabile davanti alla comunità scientifica. Certo si rischierà l’effetto “cupola” ma sarà almeno una cupola nota che dovrà misurarsi con la comunità scientifica internazionale.

 

La seconda è quella americana. Le università (anche quelle statali) godono di vera autonomia e nominano una commissione che valuta i candidati. I tre migliori vengono invitati a presentarsi, a tenere una conferenza dove si sottopongono alle domande dei colleghi del corso di studio o del dipartimento, a passare del tempo con i colleghi (gli americani giustamente pensano che nel merito di un collega rientri anche la sua capacità di lavorare con gli altri). Alla fine, ciascun membro del dipartimento vota democraticamente. Unica regola: non si può insegnare dove si è fatto il dottorato. Certo, ci saranno comunque pressioni e accordi, ma saranno molto più difficili.

 

Ne esiste anche una terza. Si tiene il sistema del concorso basato esclusivamente sui meriti di ricerca ma si aumentano i fondi delle università così da sgravare i professori, i ricercatori e i dottorandi da tutto ciò che non è ricerca (e il minimo dell’insegnamento dovuto) o da ricompensare in vile denaro l’impegno aggiuntivo didattico o amministrativo. In questo modo, chi non farà solo ricerca avrà una ricompensa a parte e tutti si misureranno ad armi pari.

 

Certo, alcune di queste soluzioni richiedono grossi cambiamenti legislativi e/o addirittura costituzionali ma l’unica cosa che non si può fare è continuare ad avere una colpevole discrasia tra la legge e la realtà dei fatti, aumentando semplicemente il finto scandalo pubblico, le regole e le punizioni. Come le grida manzoniane, queste soluzioni non provocano che cinismo e sempre più articolata sopraffazione.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi