Rassegnatevi, per il fare il cibo biologico serve tanta, tanta chimica

Avete presente le mele? E i vermi delle mele?

Rassegnatevi, per il fare il cibo biologico serve tanta, tanta chimica

Foto via Pixabay

Sto leggendo la scheda di sicurezza di un fitofarmaco usato sul melo. Il pittogramma è molto chiaro: rombo rosso con punto esclamativo. Ovvero: pericolo. La formula chimica che identifica il principio attivo non mi rassicura [(E, E)-8,10-dodecadienolo] tanto meno la descrizione di alcuni possibili effetti: irritazione cutanea. In caso di contatto con la pelle, lavare abbondantemente con acqua e sapone, togliersi di dosso immediatamente tutti gli indumenti contaminati e infine smaltire il prodotto/recipiente in punti di raccolta per rifiuti pericolosi o speciali. La ditta che produce il fitofarmaco è una nota e potente multinazionale chimica. Allora, voi che leggete con me questa scheda, ora in questo momento, non vi viene voglia di entrare in un supermercato bio e comprare mele biologiche? Non sono trattate con pesticidi di sintesi, e va bene, sì, costano un po’ di più, ma io voglio mangiare sano e salvare il mondo.

    

Tra l’altro il melo è una coltura che esige parecchi trattamenti, soprattutto contro il noto e comune, e volgarmente detto, verme della mela, cioè la carpocapsa (Cydia pomonella). L’insetto ha la fastidiosa abitudine a deporre, nella prima generazione, le uova (isolate, raramente in coppia) sulle foglie più vicine ai frutti, e poi nelle successive generazioni direttamente nei frutti. La larva neonata, dopo un periodo di vagabondaggio (da alcune ore a 1-2 giorni), penetra nel frutto e scava. Scava le note gallerie fino a raggiungere le logge seminali e distrugge tutto. Che peccato. Soprattutto perché noi italiani con le mele andiamo forte. Due milioni di tonnellate all’anno. Il solo Trentino (con quasi 28.000 ettari coltivati) produce 1,4 milioni di tonnellate l’anno. Anche il Piemonte ed il Veneto vanno forti – avete mai visti i meleti in fiore? Che spettacolo. E poi esportiamo tanto.

  

Insomma, soluzione? Pesticidi. Con tutti quei fastidiosi pittogrammi che indicano pericolo! Meno male che c’è l’agricoltura bio, dico io. Meno male che, imitando la natura (che è naturale appunto) possiamo usare alcuni furbi stratagemmi, come la confusione sessuale. Gli insetti per produrre uova si dovranno pur accoppiare, no? E come avviene l’accoppiamento? La femmina, grazie alle sue potenti ghiandole endocrinali emette dei (naturalissimi) ferormoni, ovvero un richiamo sessuale per i maschi. Il maschio li segue e trova la femmina. Ma se noi confondessimo il maschio? Sistemiamo nel frutteto dei diffusori di ferormoni (da 500 a 900 per ettaro) così il maschio stordito dall’eccessivo effluvio non riesce a trovare la femmina. Come vedete si tratta di una strategia di lotta preventiva. Alla fine, il maschio non trova la femmina, le uova non vengono deposte e non si usano i pesticidi.

  

La suddetta strategia è usata nell’agricoltura integrata e in quella bio. Funziona, a patto che si rispettino alcune condizioni, ma sono dettagli tecnici, che riguardano, appunto, i tecnici. Il consumatore percepisce questa storia come: evviva, è tutto naturale. Tuttavia, come otteniamo i ferormoni? Stimoliamo manualmente le ghiandole endocrine delle femmine? E no, i ferormoni vengono prodotti dall’industria chimica. Sì, confesso, vi ho fatto uno scherzetto. Il principio attivo con tutte le controindicazione e le descrizioni spaventose che trovate all’inizio dell’articolo è proprio il ferormone naturale che si usa nei protocolli bio: è un prodotto di sintesi, cioè un fitofarmaco chimico. Non voglio dire che è pericoloso. Anche se potrei spaventarvi dicendo che i vapori che si distribuiscono possono finire nel cibo, eccetera. E’ tutta una questione di dosaggi. Vorrei solo contribuire a cambiare l’immaginario naturale versus artificiale.

  

Per fare un albero ci vuole un fiore e per fare agricoltura bio ci vuole la chimica (e non solo per i ferormoni). Per fare tutto ci vuole la chimica. Meglio saperlo, abbiamo bisogno di tanta chimica, sostenibile e meno invasiva. E i chimici lo stanno facendo da anni, con buonissimi risultati, anche per soddisfare i bio. Sia quelli logici sia quelli illogici.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • christinasp

    08 Agosto 2017 - 09:09

    Articolo sensato scritto in maniera accattivante. Come si intuisce la chiave di tutto è il dosaggio. Perfino la caffeina sopra una certa quantità può risultare addirittura mortale.

    Report

    Rispondi

Servizi