Lorenzin rilancia la crociata anti-fumo

Il ministro: “Sì alle tasse sul tabacco, sono imposte contro la morte”. Ma il caso Usa ci insegna che anche se il consumo diminuisce le multinazioni riescono comunque ad aumentare i profitti

Lorenzin rilancia la crociata anti-fumo

Foto LaPresse

Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, è a favore dell’introduzione di una specifica tassa sul consumo di tabacco. Lo ha detto partecipando alla presentazione del nuovo rapporto dell’Aiom, intitolato “Lo stato dell’oncologia in Italia 2017”. “Le tasse sul tabacco sono tasse contro la morte, così come praticato in tutti i Paesi civili del mondo – ha spiegato –. Per far diminuire i consumi di sigarette si usa qualsiasi arma. Infatti, la battaglia contro il tabacco è la prima battaglia di salute, considerando che sono proprio i più giovani il bersaglio del mercato del tabacco”.

 

Dopotutto proprio il testo della manovrina pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 24 aprile prevede, all'articolo 5, una variazione delle accise sul tabacco che porti nella casse dello Stato “un gettito non inferiore a 83 milioni nel 2017 e 125 milioni a partire dal 2018” (il provvedimento dovrà essere contenuto in un decreto ad hoc da adottare entro 30 giorni).

 

Mano invisibile, sigaretta profittevole

Le si fa guerra da anni ma l’industria del tabacco va alla grande

 

 

Eppure il “nudging” fiscale (dall’inglese “to nudge”, dare una gomitata ndr) di stati e governi per incoraggiare o più spesso scoraggiare certi consumi, comunque, è qualcosa che in giro per il mondo divide l’opinione di economisti ed esperti.

Da un lato, infatti, l’aumento del prezzo di un prodotto può scoraggiarne l’acquisto da parte dei consumatori “meno fidelizzati”. È il caso degli Stati Uniti, come abbiamo riportato sul Foglio nei giorni scorsi, dove però le multinazionali del tabacco, proprio con l'aumento dei prezzi, sono riuscite ad aumentare i propri profitti. Ed è per questo che, dall’altro lato, imposte di questo genere finiscono per essere “aggressivamente regressive”, nel senso che pesano molto di più sui redditi dei consumatori meno abbienti.

 

L’Institute of Economic Affairs, think-tank liberale londinese, ha per esempio analizzato l’effetto di quelle che chiama “le tasse sui peccati” (cioè sul consumo di alcol, tabacco e alimenti zuccherati) sul reddito dei cittadini britannici. Ai consumatori più ricchi , queste tasse costano circa il 15 per cento del reddito. A quelli più poveri, fino al 37 per cento.

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Commenti all'articolo

  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    27 Aprile 2017 - 17:05

    Mi pare che abbia portato piu' risultati l'azione dissuasiva non monetaria (rendere piu' difficile e socialmente meno accettato il fumare) che non alzare i prezzi delle sigarette. Se uno veramente volesse scoraggiare il fumo con una tassa sul tentato suicidio differito senza favorire il contrabbando la soluzione sarebbe applicabile lato ticket sanitari: se sei un tabagista (cosa facilissima da verificare in laboratorio) paghi molto di piu' le prestazioni sanitarie. Quando smetti chiedi un nuovo esame e dopo un certo periodo torni allineato ai costi dei non fumatori.

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